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Berna - Chi riceve un salario modesto non è necessariamente un «working poor», non appartiene cioè per forza a quella fascia sociale di persone che vivono in condizioni di gravi ristrettezze pur disponendo di un lavoro regolare. Secondo uno studio dell'Ufficio federale di statistica, un occupato su otto si deve accontentare di retribuzioni basse, ma solo uno su 22 vive effetti-vamente in condizioni di povertà.
Il salario è un fattore individuale, mentre la povertà si misura sul piano dell'economia domestica, afferma l'Ust, che ha raffrontato i dati di due inchieste distinte, la prima dedicata alla struttura delle retribuzioni e la seconda alla popolazione attiva. Dalla prima indagine, risalente al 2006, risulta che l' 11,6% dei lavoratori riceve una busta paga inferiore al tetto di 3' 783 franchi ( calcolati con un tasso di occupazione al 100%), che è considerato il salario minimo, mentre la seconda mostra che solo il 3,9% dei salariati è povero, nel senso che vive in nuclei domestici il cui reddito complessivo è inferiore alla soglia di povertà. Tale percentuale sale tuttavia al 4,5% se si tiene conto anche dei lavoratori autonomi, più esposti al rischio di indigenza. Il fenomeno dei bassi salari colpisce in primo luogo le donne e i giovani adulti, che non sempre però possono essere considerati «working poor»: le donne, in regola generale, vivono infatti con un partner, pure lui attivo professionalmente, mentre i giovani, non avendo ancora impegni famigliari, riescono comunque a far fronte ai loro bisogni.
Sono invece a rischio di povertà, secondo l'Ust, le donne sole e soprattutto le famiglie numerose e monoparentali.
ATS
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