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Ticino: povertà in aumento, un modello da rivedere.

Da: La regione 16.12.08 pag 1 e 19

Il commento
 Povertà in aumento, un modello da rivedere

  di Ronny Bianchi
  Una recente puntata di ‘ Falò' di fine novembre ha trattato il tema della po­vertà in Ticino. L'argomen­to è conosciuto ma merita di non essere dimenticato. Se­condo i dati elencati, du­rante il documentario, dal direttore della Divisione dell'azione sociale ci sareb­bero in Ticino 50 mila per­sone che vivono al di sotto del salario minimo; 30 mila di questi sono registrati presso le varie istanze e quindi possono godere degli aiuti pubblici mentre 20 mila non sarebbero regi­strati e quindi particolar­mente sfavoriti. 50 mila per­sone povere corrispondono a oltre il 15 per cento della popolazione. Secondo lo stu­dio presentato il 12 dicem­bre dall'Ufficio federale di statistica ( Indicateur de pauvreté pour la compensa­tion des charges au titre des facteurs sociodémographi­ques dans le cadre de la RPT) il tasso di povertà in Ticino sarebbe del 9 per cen­to il terzo per importanza tra i cantoni svizzeri. Que­sto tasso corrisponde grosso modo ai 30 mila registrati. Infatti, i dati dell'Ufs non considerano, evidentemen­te, coloro che non beneficia­no degli aiuti pubblici.
  Se a questi dati aggiun­giamo che ci sono circa 100 mila individui - cioè il 30 per cento della popolazione - che deve ricorrere agli aiu­ti statali per far fronte ai premi dell'assicurazione malattia, la situazione di­venta preoccupante.
  Vale la pena di partire da quest'ultimo dato. È chiaro che l'elevato livello dei pre­mi ticinesi fa aumentare il numero dei casi a beneficio degli aiuti ( con parametri di attribuzione ormai in media con quelli nazionali). È però altrettanto chiaro che i salari in Ticino sono tra i più bassi del paese e questo spiega l'altra faccia del problema. In questo caso lo Stato deve interveni­re a compensare i redditi bassi, compensi che si tra­ducono, di fatto, in aiuti in­diretti alle imprese.
  Ma a impressionare sono i 50 mila poveri. È chiaro che un povero in Ticino è diver­so da un povero in Somalia. Ma povertà è povertà. È umiliazione, emarginazio­ne, depressione e questo in un paese tra i più ricchi al mondo.

Normalmente quando si trattano questi temi si controbatte con il fatto che molte per­sone, ad esempio, in invalidità sono fasulli o che chi non ha un lavoro è perché non ha voglia di lavorare. Ammettiamo pure che ci possano essere casi del genere, ma essi rappresentano tutt'al più una piccola mino­ranza.
  È invece il fatto che il numero dei poveri sia in progressivo aumento a preoccupare anche perché ha un duplice significato: si tratta di lavoratori espulsi dal mercato per­ché non più produttivi ( messi in invalidità magari su " consiglio" dell'impresa) o per­ché con una formazione insufficiente, ma so­prattutto significa un aumento della spesa sociale a carico dello Stato come dimostrato da Christian Marazzi, Spartaco Greppi e Emiliano Soldini nel loro lavoro " Nuovi bi­sogni, nuovo welfare".
  Ma, attenzione, le persone in invalidità si­curamente non rientrano - o solo in minima parte - tra i cinquantamila poveri che sono spesso ai margini del sistema assistenziale cantonale. Si tratta invece di famiglie mono­parentali, disoccupati che hanno terminato il periodo di indennità, individui che hanno forse commesso errori ( come emerge dal fil­mato) nella gestione delle loro risorse. Non dimentichiamo poi il crescente indebitamen­to delle famiglie che spesso, per far fronte alle necessità quotidiane, devono contrarre debiti, favorite anche dal sistema che stimo­la all'indebitamento con vari strumenti.
 
Ma com'è stato possibile arrivare a una si­tuazione del genere? La risposta è relativa­mente evidente: si tratta di un processo tren­tennale di ridistribuzione della ricchezza verso l'alto che ha colpito la maggior parte dei paesi industrializzati seppure a livelli diversi.
  Sono processi che abbiamo già avuto modo di sottolineare a diverse riprese: riforme fi­scali che hanno in realtà favorito i redditi elevati, liberalizzazioni del mercato che hanno tolto allo Stato il suo necessario ruo­lo di controllo delle dinamiche di crescita economica, sottrazione di mezzi finanziari alle amministrazioni pubbliche.
  Evidentemente molti non sono d'accordo con questa lettura, tuttavia oggi disponia­mo di studi e analisi serie ( si veda per tutti: Croissance et inegalité, Ocde, 2008) che di­mostrano come la distribuzione del reddito sia peggiorata negli ultimi decenni e come il tasso di povertà sia in aumento.
  Questo non è solo un problema politico, ma anche economico perché maggiori sono gli " emarginati" dal sistema, maggiori sa­ranno i costi per l'intera comunità. E la sola strategia percorribile - anche se molto diffi­cile - è quella di rilanciare la crescita attra­verso un sostegno intelligente ed efficace della domanda.
  Operazione non facile in questo periodo di crisi, ma proprio perché la crisi è profonda esistono le premesse per puntare su un nuo­vo modello, abbandonando definitivamente le chimere del passato.
 

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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