Da: CdT 20.9.11 pag 1 e 4
■ GIUSTIZIA PENALE
L'ACCUSA E IL PREZZO DELL'ERRORE
di GIANCARLO DILLENA
Primo caso: accusato di abusi sessuali su una bimba di tre anni, è tenuto in carcere per oltre tre mesi. Due anni dopo è scagionato completamente con un decreto di abbandono. Lo Stato gli versa 50 mila franchi di risarcimento. Secondo caso: dopo nove anni di vicissitudini giudiziarie un medico viene assolto dall'accusa di aver abusato di due pazienti. Risarcimento record di 820 mila franchi. Terzo caso: un giudice (sic) è indagato per appropriazione indebita, accusa poi abbandonata. Gli sono poi riconosciuti oltre 37 mila franchi di indennizzo. Sono episodi recenti che hanno animato le cronache giudiziarie ticinesi e che sollevano, con altri, interrogativi che non possono essere ignorati. C'è qualche cosa che non funziona, nella giustizia di questo Paese? Se sì, che cosa? E come porvi rimedio?
Va detto subito che, da un certo punto di vista, proprio queste vicende dimostrano che, alla fine, la giustizia vince (se non proprio «trionfa»). Nel senso che chi è stato vittima - il termine non è affatto improprio - di un procedimento penale senza colpa, o comunque con responsabilità non rilevanti dal profilo penale, ne esce scagionato. E può quindi far valere il proprio diritto ad essere risarcito, almeno sul piano economico. Ma basta questo per tranquillizzare chi, domani, potrebbe finire accidentalmente e ingiustamente nel mirino degli inquirenti? E per consolare il contribuente, costretto a finanziare con le proprie imposte risarcimenti di cui altri sono responsabili? Difficile rispondere di sì. Si può sostenere che i cinque milioni di franchi sborsati dalle casse pubbliche negli ultimi vent'anni per ingiusto procedimento e/o ingiusta carcerazione siano un prezzo ragionevole pagato per avere una magistratura che fa il proprio mestiere; il quale, come tutti i mestieri, comporta anche dei rischi. Non di meno resta il fatto che, in linea di principio, ogni franco speso in questo modo rimane comunque un franco di troppo. Ma motivo di ben maggiore inquietudine e amarezza è il dover fare i conti con gli effetti devastanti che un'inchiesta ingiustificata produce sugli indagati e sui loro familiari, con ricadute che spesso durano anni, se non tutta la vita. A maggior ragione nel caso di carcerazione, con l'impatto brutale che questa esperienza ha sulle persone comuni. Se infatti il criminale incallito è di solito ben vaccinato e non ne risente più di tanto, ben diversa è la condizione di chi improvvisamente viene scaraventato dalla normalità della vita quotidiana a quella di una cella. Sulla base di ipotesi traballanti, del timore di inquinamenti di prove che poi mai saltano fuori... magari nella speranza, da parte di chi indaga, di una più rapida confessione? Cosciente di questo pericolo, il Legislatore ha previsto garanzie apposite, a tutela degli indagati, a cominciare dalla convalida dell'arresto da parte del Giudice per i provvedimenti coercitivi. Ma anche con esse i rischi sono tutt'altro che scongiurati. E anche per chi, pur rimanendo «fuori», si ritrova pendente sul collo, talvolta per anni, la spada di Damocle di un procedimento che non approda a nulla, la vita diventa dura e l'esperienza lascia una ferita profonda, mai del tutto sanabile. Al punto da diventare tanto insopportabile per qualcuno da spingerlo a togliersi la vita. Pena tremenda e spropositata tutti lo devono riconoscere - al di là di ogni oggettiva responsabilità. Con ciò non vogliamo dire - sia ben chiaro - che la giustizia debba farsi pavida e incerta, di fronte al rischio dell'errore. Quest'ultimo si annida in ogni istituzione umana e le ricadute non sarebbero meno gravi se gli abusi non venissero perseguiti con risolutezza e severità. Tutti ne saremmo potenzialmente vittime. Non di meno una costante riflessione critica, serena ma senza tabù, è necessaria in questo ambito.
Lo ripeto: non si tratta di mettere sotto accusa, facendo di ogni erba un fascio, chi ha il difficile e gravoso compito di indagare sugli abusi e assicurare i colpevoli alla giustizia. Si tratta di riflettere criticamente, con il contributo di tutti, su situazioni che sollevano interrogativi non peregrini e non secondari. Alla ricerca non della impossibile «giustizia perfetta», esente da errori, ma certamente di una giustizia sempre più equilibrata e in grado di scongiurare quelle derive il cui prezzo viene poi pagato dal cittadino. Con il dolore da alcuni (sempre troppi). Con le imposte da tutti.
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