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Sostenitore delle teorie libertarie e della centralità dell’individuo, autore di opere come «La tirannia fiscale» e «Liberalismo », l’economista francese ha tenuto una conferenza a Lugano, ospite dell’ Associazione liberisti ticinesi
«Se c’è un problema cercate lo Stato, è lì da qualche parte». È una battuta piazzata dopo quasi tre ore di conferenza, ma che riassume tutto un pensiero. Esponente della scuola austriaca, noto per le sue opere sul liberalismo, sulla fiscalità e contro l’intervento dello Stato, sabato a Lugano Pascal Salin ha spiegato la sua visione liberale e libertaria dell’economia. Una visione che si fonda sul concetto di proprietà e sulla libera contrattazione fra individui, che bolla come intrinsecamente iniqua la potestà tributaria e che contesta il concetto ad essa legata di giustizia sociale. « Per sua natura l’imposta è immorale. Usa la costrizione per togliere a qualcuno il diritto di proprietà di qualcosa che ha creato. Il fisco è arbitrario, cieco e distruttore. Non si sa chi sopporta il peso delle imposte e chi ne beneficia, in altri termini che paga chi e in quale proporzione. Distrugge gli incentivi ad agire da parte di chi produce, ma anche da parte di chi riceve». Salin ha puntato in particolare l’indice contro una serie di scelte tributarie:dall’imposta sul reddito «che in realtà è un’imposta sul risparmio e in quanto tale scoraggia la scelta del futuro» all’imposta progressiva «che non ha una giustificazione morale», dalla forte tassazione dei patrimoni («si dimentica che la ricchezza, prima di essere prelevata viene sempre prodotta)all’armonizzazione fiscale europea. In un modo o nell’altro e in certi modi più in altri il fisco colpisce il risparmio individuale, che secondo Salin è un presupposto irrinunciabile per la crescita economica.
Quanto alla giustizia sociale «è un concetto senza senso» perché il suo significato varia a seconda di chi è al potere e discrezionalmente impone trasferimenti di ricchezza in base ai suoi fini. Vuol forse che non si devono pagare le imposte? «Assolutamente no. Ci sono compiti che lo Stato deve delegare al privato e altri che non possono essere prodotti individualmente. Il fatto è che chi detiene il potere può estendere a volontà il concetto di bene pubblico e imporre tributi per finanziarlo ». Che dire allora delle vertenza fra Liechtenstein e Germania in materia di evasione fiscale? «Se ci sono dei paradisi fiscali significa che ci sono anche degli inferni fiscali. Si dimentica inoltre che lo Stato tedesco ha comprato informazioni riservate a dei ladri. Si applicano due morali differenti a seconda che lo cose le faccia lo Stato o l’individuo».
E lo Stato in economia? Secondo Salin fa solo danni. Si illude di poter raggiungere «l’equilibrio magico» fra pieno impiego, assenza di inflazione e pareggio della bilancia dei pagamenti, ma diventa di fatto causa d’instabilità, creando crisi monetarie e finanziarie. «Da quando nel XX secolo lo Stato ha cominciato ad occuparsi di politica monetaria abbiamo assistito a crisi e inflazione. Quando dice di lottare contro l’aumento dell’indice dei prezzi, lotta in realtà contro qualcosa che ha prodotto lui stesso». In che modo? «Il grande peccato della nostra epoca è stato quello di credere che la creazione di moneta potesse sostituire il risparmio. È stato manipolato anche il tasso d’interesse. Lo si è abbassato per finanziari tutto, anche ciò che non rende. È facile distruggere un’economia con la politica monetaria. Un giorno o l’altro la verità verrà a galla». Allude alla crisi dei «subprime»? A questa crisi hanno concorso tre fattori: un eccesso di creazione monetaria con una fluttuazione inimmaginabile dei tassi guida americani fra il 2000 ed il 2006; un aspetto specificamente americano che vieta alle banche di fare discriminazioni fra i debitori ed infine il ruolo della banca centrale, sempre pronta a lanciare la ciambella di salvataggio agli istituti di credito in difficolta per evitare il crollo del sistema finanziario ». Che fare allora? «Bisogna accettare i fallimenti e dare un segnale alle banche non è possibile fare tutto». Lo stesso schema di ragionamento, secondo Salin, si applica anche all’occupazione e all’alloggio. L’intervento pubblico sul mercato del lavoro e su quello immobiliare finisce alla lunga per penalizzare sia i lavoratori sia gli inquilini. Ma si può lasciare tutto nelle mani del solo mercato? Il caso Enron negli USA non è forse stato il prodotto di un eccesso di libertà e di assenza di controlli? «Il ragionamento va rovesciato. Casi come questo ci sono stati ma sono pochi. Il mercato sa riconoscere i suoi errori. Un colosso come Arthur Andersen con 80.000 dipendenti, è sparito dall’oggi al domani. Comunque attenzione. Non bisogna nemmeno cadere nell’illusione che si possa perfezionare il sistema ricorrendo ad autorità di controllo esterne».
Giovanni Galli
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