Da: CdT 21.3.12 pag 41
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Leggo con costernazione la lettera di Silvia Fumagalli-Bernasconi sul
CdT del 17 marzo: «Pedofilia e sentenze difficili da capire»; conciso,
obiettivo e nel contempo
carico di disgusto e disperazione nel
denunciare le inique conclusioni della magistratura, un grido di
autentico dolore e di impotenza che certamente gli impettiti giudici
ignoreranno.
Tanto per cominciare ne modificherei il titolo con un
altro, decisamente più consono
e attuale: «Pedofilia e sentenze:
l'apoteosi legalizzata del Male».
Quanto, di questi tempi, si
permettono troppi giudici, magistrati, psicologi - sì, proprio loro - ha
dell'incredibile: motivazioni di giudizio perversi, degenerati,
improntati al più sfacciato e delirante buonismo.
Il recente,
rivoltante verdetto che insulta e si fa beffe di una chiara legge
voluta e votata dal popolo, - l'internamento a vita di esseri talmente
mostruosi che di umano non hanno più niente - ha usato un'assurda
clemenza verso un pazzo pluriassassino che ha macellato con infinita
brutalità la sua innocente vittima, la dolce Lucie Trezzini di 18 anni,
il trionfo del Male, insomma, la tutela della malvagità, l'umiliazione e
la condanna delle vittime, lo stravolgimento delle regole più
elementari del comportamento umano.
Questo, oggi, è lo schifo
legalizzato di troppa «giustizia», ulteriormente annacquata dalle
recenti disposizioni del nuovo Codice di procedura penale.
Il
cittadino è disorientato, disgustato, indignato
da tanta ingiustizia e
dai loro difensori, e si chiede ormai quale gravità debba avere un
crimine per essere condannato
ed espiato senza quella dannata
scappatoia della condizionale, applicata ormai con sfrontata e
disinvolta frequenza;
si chiede come questa bimba potrà gestire in
futuro il suo rapporto con gli uomini; e si chiede pure quale sarebbe
il verdetto se la vittima fosse il giudice stesso o i suoi famigliari.
Ed è evidente, logico e palese che tutto
ciò può solo contribuire a nutrire verso il potere giudiziario
sentimenti di avversione, di disgusto, di mancanza di fiducia e di
rispetto; un incitamento, neppure tanto malcelato, di farsi giustizia
da soli, e questo non è buono.
Vittorio Pedrocchi, Locarno
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