Da: La regione, 25.5.11 pag 2
Speciale Il caso Beyeler
Un procuratore nella bufera
di Silvano De PietroI ‘dossier’ pesanti ereditati dal suo predecessore e alcune forti critiche sul suo operato rischiano di mettere in pericolo la rielezione del procuratore generale Erwin Beyeler sulla quale si esprime oggi la Commissione giudiziaria del parlamento
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Mercoledì 11 maggio, a Svitto. Il procuratore generale della Confederazione, Erwin Beyeler, ed il suo primo sostituto, Ruedi Montanari, compaiono davanti alla Commissione giudiziaria delle Camere federali. Devono difendersi da pesanti critiche che concernono la loro attività, sulla quale l’Autorità di vigilanza sul Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) ha deciso di indagare dopo lo smacco del processo al banchiere zurighese Oskar Holenweger, conclusosi con il completo proscioglimento dell’imputato.
È una vicenda complessa, dai risvolti anche politici, sorta in seguito alle rivelazioni di un trafficante di droga. E il fatto che le accuse ad Holenweger possano ora evaporare (è comunque ancora aperta la via del ricorso contro l’assoluzione) e che il procedimento sia andato troppo per le lunghe danneggiando l’imputato, rischia di produrre anche un danno plurimilionario alle casse federali per la molto probabile richiesta di risarcimento.
Rielezione a rischio
Finita l’audizione di Beyeler e Montanari, nella Commissione giudiziaria (che ha tra l’altro il compito di proporre al Parlamento l’elezione o la destituzione del procuratore generale e dei suoi sostituti) viene fatta la richiesta di non candidare Beyeler ad un secondo mandato quadriennale, per il periodo 2012-2015, quale capo dell’Mpc. A questo punto, considerato che già qualche voce si è levata a chiederne le dimissioni, la sorte di Beyeler è appesa a un filo: la Commissione prende proprio oggi una decisione definitiva nel corso di una seduta straordinaria.
L’Assemblea federale (il Parlamento a Camere riunite) discuterà in giugno dell’elezione del nuovo procuratore generale, quasi certamente accogliendo la proposta della Commissione giudiziaria. Ed anche se nulla autorizza a pensare che, nella Commissione giudiziaria come nel plenum del Parlamento, si formerà la maggioranza necessaria per negargli la riconferma nella carica, è tuttavia vero che a Beyeler vengono mosse accuse sia da destra che da sinistra.
Eppure, lo stesso presidente dell’Autorità di vigilanza sull’Mpc, il giudice federale Hans Georg Seiler, pur annunciando in un’intervista rilasciata il 30 aprile alla Basler Zeitung di voler sottoporre l’Mpc ad ispezione, ha ammesso di non avere alcuna prova che Beyeler « non abbia fatto bene il suo lavoro ». Ma allora, chi si sta adoperando per “far fuori” il procuratore generale della Confederazione? Perché e che cosa vogliono fargli pagare? Per rispondere a queste domande occorre anzitutto vedere chi è Erwin Beyeler.
Chi è il procuratore
Cinquantanove anni, cresciuto nel canton Sciaffusa, ha
foto Keystone
conseguito a Zurigo il dottorato in diritto ed ha iniziato la carriera di avvocato nel 1983 con un proprio studio legale a Sciaffusa. In seguito ha assunto la funzione di comandante della Polizia cantonale e della Polizia municipale di Sciaffusa, prima di passare alla polizia cantonale di Zurigo in qualità di capo dello stato maggiore e vicecomandante. Tra il 2001 e il 2002 è stato capo della polizia giudiziaria federale e direttore supplente dell’Ufficio federale di polizia: un incarico, questo, che avrà ripercussioni sulla sua reputazione attuale. Dal settembre 2002 ha quindi ricoperto la funzione di procuratore capo del canton San Gallo, prima che nel 2007 il Consiglio federale lo nominasse procuratore generale della Confederazione.
I dossier ereditati
Divenuto capo dell’Mpc, Beyeler s’è trovato tra le mani alcune “patate bollenti” lasciategli dal suo predecessore Valentin Roschacher. Il caso più scottante era quello della messa sotto accusa del banchiere Oskar Holenweger per riciclaggio qualificato, falsità in documenti, complicità in amministrazione infedele, corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Arrestato a dicembre 2003, l’imputato ha dovuto passare 49 giorni in detenzione preventiva ed attendere quasi otto anni prima della sentenza d’assoluzione (arrivata il 21 aprile scorso), a causa soprattutto di una procedura scandalosamente lunga, sia in senso assoluto, sia in rapporto al materiale probatorio presentato al Tribunale penale federale di Bellinzona.
Questo aspetto della lunghezza dell’inchiesta è collegato al fatto che le accuse erano basate sulle informazioni fornite da un personaggio oscuro, un trafficante colombiano di droga, indicato con il nome di José Manuel Ramos. Il punto era (ed è ancora) il seguente: quanto credibile può essere considerato un tale personaggio? E come sono state acquisite le sue informazioni?
I giudici non hanno voluto neppure considerare l’accusa al banchiere zurighese di aver riciclato denaro proveniente dal traffico di droga, poiché Ramos sarebbe stato impiegato non solo come informatore, ma anche come vero e proprio agente infiltrato, cosa contraria alla legge svizzera. Molto fragili anche le prove secondo cui Holenweger avrebbe gestito fondi neri per il gruppo industriale francese Alstom, e viene quindi a cadere anche l’accusa di corruzione (alla quale sarebbero serviti quei fondi) di funzionari stranieri.
Le critiche
Le critiche mosse ad Erwin Beyeler sono da ricollegarsi soprattutto a due circostanze. La prima è che ad aver gestito il colombiano Ramos e ad averlo proposto quale informatore all’allora procuratore generale Roschacher, è stato proprio Beyeler quando era capo della polizia giudiziaria federale. Inoltre, una volta divenuto lui capo dell’Mpc, ed essendosi reso conto che le accuse ad Holenweger non stavano in piedi, Beyeler avrebbe dovuto avere il coraggio di chiudere ed archiviare l’inchiesta, e non lasciarla trascinare per anni. In questo, a dire il vero, potrebbe portare a sua scusante il fatto che nel 2006 due giudici federali, Andreas Keller e Bernard Bertossa, avevano ritenuto in un loro rapporto che l’impiego del boss colombiano della droga quale informatore non aveva infranto le regole applicabili alle indagini sotto copertura.
Ma è una scusa che non regge molto davanti all’opinione pubblica, anche se potrà essere fatta valere ancora, argomentandola meglio, nell’eventuale ricorso al Tribunale federale. Come non regge molto la scusa che le lungaggini sarebbero dovute anche alla complessità dei casi e del diritto processuale precedente l’ultima riforma. Sono argomenti, questi, che non spostano di un millimetro il problema di fondo, messo in evidenza già da diversi interventi di personalità politiche e dai media.
Secondo la tesi prevalente, il Ministero pubblico della Confederazione sarebbe entrato (fin dai tempi di Carla Del Ponte, poi con Valentin Roschacher e adesso con Erwin Beyeler) in una fase di gestione della politica giudiziaria fatta di interventi “spettacolari” in casi che attirano l’interesse dei media, e condizionata dall’incapacità o impossibilità, per ragioni politiche o altro, ad archiviare accuse che si rivelano meno consistenti di quanto presupposto. Le prove che vengono indicate da chi formula queste critiche all’indirizzo dell’Mpc, sono di due generi.
La prima è semplicemente l’elenco degli insuccessi recenti della procura federale. Il processo a sette presunti sostenitori della rete terroristica di al Qaida si conclude, nel 2007, con un’assoluzione degli imputati dalle accuse principali; l’inchiesta “Montecristo”, che riguarda un colossale riciclaggio di dollari (oltre un miliardo) provenienti dal contrabbando di sigarette, finisce con l’assoluzione di sette imputati su nove, anche se poi il Tribunale federale, quale istanza di ricorso, annulla la prima sentenza e ordina che il processo venga rifatto.
Il caso Wechselberg
L’anno scorso il Tribunale penale assolve dall’accusa di aver violato la legge sulla Borsa il finanziere russo Viktor Wechselberg ed altri due soci in affari, che non devono pagare la colossale multa di 40 milioni di franchi inflitta a ciascuno di loro dal Dipartimento federale delle finanze. Infine, l’ultimo fiasco per l’Mpc è quello dell’inchiesta avviata nel 2003 contro numerosi Hells Angels: nonostante i vastissimi mezzi impiegati e l’incredibilmente lunga durata delle indagini, l’Mpc non è riuscito a provare l’accusa di partecipazione a un’organizzazione criminale e soltanto cinque persone sono state rinviate a giudizio per altri reati.
I risvolti politici
La seconda prova delle critiche rivolte all’Mpc è il coinvolgimento personale del procuratore generale nei risvolti politici di certe inchieste. La tesi è che se l’affare Holenweger non fosse diventato un tema di politica nazionale (per via del presunto complotto dell’ex consigliere federale Christoph Blocher contro l’allora procuratore generale Roschacher), l’Mpc avrebbe archiviato da tempo il procedimento contro il banchiere zurighese.
Beyeler si sarebbe quindi ostinato in tale inchiesta per difendere l’operato del suo predecessore Roschacher (e quindi se stesso, dato il suo coinvolgimento nell’impiego dell’informatore di Ramos). E questo, naturalmente, ha irritato parecchio quei politici dell’Udc che fanno parte dell’entourage di Blocher. Il consigliere nazionale Christoph Mörgeli ha affermato senza mezzi termini che «il procuratore generale della Confederazione deve dimettersi », e non ha esitato a minacciare che altrimenti ci penserà una maggioranza parlamentare a negargli la riconferma nell’incarico.
D’altronde, anche la sinistra non è per nulla contenta dei risultati raccolti dal procuratore generale nella lotta alla criminalità. Ma vengono lamentate anche le lungaggini delle inchieste e le violazioni del diritto e della procedura nel caso Holenweger.
Per non parlare di certi misteri che a sinistra proprio non piacciono, come l’aver conservato documenti del caso Tinner (spionaggio) fino a un anno dopo che il Consiglio federale ne aveva ordinato la distruzione. « Una svista amministrativa», aveva detto allora Beyeler.
Da gennaio il Ministero è autonomo
A seguito della riorganizzazione delle autorità penali federali
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Con l’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2011, della legge sull’organizzazione delle autorità penali della Confederazione, il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) è divenuta un’autorità autonoma, esterna all’amministrazione federale. D’ora in poi il procuratore generale e i sostituti procuratori generali della Confederazione vengono eletti dalle Camere federali. Una Autorità di vigilanza, anch’essa eletta dall’Assemblea federale plenaria, esercita la vigilanza sull’Mpc.
Fino all’anno scorso, tale vigilanza era svolta congiuntamente dal Dipartimento federale di giustizia e polizia e dal Tribunale penale federale, dove tuttavia il primo era competente solo per le questioni amministrative. L’Autorità di vigilanza indipendente è costituita da sette membri: due giudici federali, due avvocati e tre specialisti indipendenti. Può effettuare ispezioni presso l’Mpc e chiedergli di fornire informazioni e rapporti supplementari sulla sua attività. Può consultare gli atti procedurali, ma le informazioni così ottenute devono essere riferite nei suoi rapporti in termini generali e in forma anonimizzata.
Può inoltre pronunciare un avvertimento o un ammonimento, o disporre una riduzione dello stipendio, nei confronti dei membri dell’Mpc che abbiano violato i doveri d’ufficio. Infine, l’Autorità di vigilanza sottopone all’Assemblea federale plenaria le proposte di elezione o di destituzione del procuratore generale e dei sostituti procuratori generali.


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