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MAGISTRATI, OBIETTIVI MANCATI

Da: CdT, 24.06.08, pag 1 e 2

POLITICA E GIUSTIZIA
MAGISTRATI,

OBIETTIVI MANCATI


L'
agitazione che serpeggia dietro le quinte parla­mentari per l'elezione di due nuovi procuratori pubbli­ci è l'ennesima dimostrazione che qualcosa non funziona nel sistema di nomina dei magi­strati. Può anche darsi che in Gran Consiglio le divergenze si appianino e tutto si risolva senza colpo ferire, ma il pro­blema di fondo non cambia: la scelta dei rappresentanti del­la giustizia avviene in un con­testo opaco e ipocrita, in net­to contrasto con gli obiettivi delle riforma costituzionale del 1998. Quest'ultima aveva con­centrato nel Parlamento tutti i poteri nomina (fino a dieci anni fa per i giudici del Tribu­nale d' Appello e i pretori era ancora prevista l'elezione po­polare), sostituendo la vecchia prassi della designazione da parte dei partiti con l'istituzio­ne di un concorso pubblico e di una commissione d'esperti incaricata di fornire un preav­viso ai deputati. Le finalità di­chiarate erano essenzialmen­te tre: spoliticizzare la giusti­zia, rafforzare l'autonomia dei magistrati e fare in modo che la carica fosse ricoperta da persone provviste dei neces­sari requisiti. Da un punto di vista teorico ed ideale il nuo­vo sistema era ineccepibile, ma i fatti ne hanno ben presto dimostrato i limiti e in dieci anni le cose non hanno fatto altro che peggiorare.
Usciti dalla porta, i partiti so­no rientrati senza tanti scru­poli dalla finestra, riappro­piandosi delle loro vecchie prerogative. Intendiamoci, il vecchio sistema non era mica tutto da buttare, anzi. I parti­ti dovevano provvedere alla selezione dei candidati alla Procura pubblica e quindi era­no responsabilizzati. Adesso invece vige un sistema ibrido, apparentemente spoliticizza­to dalla formula del concorso, ma che in realtà è ultra-poli­ticizzato dalle manovre di re­trobottega e dai mercanteg­giamenti che avvengono nel­l'imminenza dell'elezione. Sic­come il concorso è pubblico per definizione, ci sono giuri­sti e avvocati di varie sponde politiche che in buona fede si candidano all'elezione, salvo poi gettare la spugna all'ulti­mo momento o rimediare una brutta figura in aula, perché
gli accordi sottobanco fra i par­titi (questo posto oggi va me, domani a te, dopodomani a lui) finiscono per prevalere su tutte le altre considerazioni d'idoneità professionale. Capi­ta così che persone valide in­tenzionate ad entrare nella magistratura vengano «invita­te » a farsi da parte e a ripre­sentarsi alla prossima occasio­ne. Fintanto che c'è un'intesa sulla ripartizione dei posti, fra i gruppi politici vige un tacito patto di non belligeranza, che previene le contestazioni del­le candidature sponsorizzate dal partito di turno. Il voto può quindi essere condizionato da criteri di opportunità, non ne­cessariamente in sintonia con le valutazioni attitudinali effet­tuate in sede di concorso. Con il risultato che l'eletto è espo­sto ai rischi di condizionamen­ti tanto quanto lo era con il vecchio sistema di nomina.
A questo livello si inserisce la questione relativa al ruolo del­la Commissione di esperti, chiamata a preavvisare le can­didature. Per legge i suoi pare­ri non sono vincolanti e l'ulti­ma parola spetta all'autorità di nomina. Nessuno contesta que­sto primato, che conferisce al magistrato una legittimazione democratica che il concorso da solo non è in grado di offrire. Non è una questione di princi­pio, ma di bilanciamento dei ruoli. Lo scopo del preavviso degli esperti era di evitare che i partiti avessero eccessiva vo­ce in capitolo. Di fatto, come si è visto, questo obiettivo non è stato raggiunto. Come ha la­mentato l'ex giudice federale Emilio Catenazzi, presidente della commissione, la suddivi­sione partitica viene applicata in modo esasperato, con can­didati idonei «sacrificati» a vantaggio di altri e candidati emarginati perché non si rico­noscono in nessuno partito o rifiutano di farsi etichettare. La portata del preavviso inoltre non viene sempre seguita. Gli esperti non stilano una vera e
propria graduatoria, ma pre­sentano ai deputati una lista con i livelli di idoneità, che vie­ne ignorata in favore di altri criteri.
In questi dieci anni sono state espresse critiche da più parti e non sono mancate proposte per cercare di riformare il si­stema, da una revisione dei cri­teri di rielezione dei magistra­ti al rendere vincolanti le indi­cazioni degli esperti. Ma fino­ra l'unico cambiamento signi­ficativo a garanzia dell'indi­pendenza dei magistrati è sta­to l'allungamento da sei a die­ci anni della durata delle cari­che.
Eppure la questione è molto semplice. Per valutare l'effica­cia dell'attuale sistema di ele­zione basterebbe rispondere, disinteressatamente, a due semplici domande. In magi­stratura sono sempre arrivati i migliori candidati in lizza? Le modalità con cui vengono scel­ti gli addetti alla giustizia sono atte a garantirne l'indipenden­za? Ma forse si preferisce con­tinuare sulla via più comoda.

Giovanni Galli

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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