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Vi racconto il mio incubo: coinvolto e assolto!

Da: CdT 19.11.2008 pag 11

Vi racconto il mio incubo
 Daniel Haesler coinvolto (e assolto) nella vicenda SUVA


 L'imprenditore con uffici a Lugano parla della sua du­ra esperienza. Ha chiesto alla Giustizia di risarcirlo

  Diciotto giorni di carcere, tra­scorsi ancora nelle vecchie Pre­toriali, precisamente a Mendri­sio, accusato di pesanti reati di na­tura finanziaria. Una detenzione dura, isolato dal resto del mondo. Poi la libertà prov­visoria, l'inchiesta, gli amici (alcuni) che prendono le distanze, così co­me altri cono­scenti (ed istituti di credito) con i quali si erano te­nuti sino ad allora stretti contatti di lavoro. Un mondo che rischia di crollare. Infine, quest'anno, il pro­cesso conclusosi con l'assoluzio­ne ed il riconoscimento, da parte del Tribunale penale federale di Bellinzona, di non aver compiu­to alcun reato. Questa è la storia di Daniel Haesler, 48 anni, im­prenditore con uffici a Lugano, fi­nito in carcere quando scoppiò lo scandalo sul giro di tangenti le­gate ad alcuni immobili di pro­prietà della SUVA. Lui è uno dei tre imputati minori prosciolti, a differenza degli accusati che ri­vestirono un ruolo importante nella vicenda, tutti condannati.
 Ricorso a Losanna
 Adesso ha deciso, assistito dal suo legale, avvocato Roberto Rulli, di chiedere un risarcimento alla Giustizia. Per questo motivo è sta­ta inoltrata al Tribunale federale di Losanna una domanda per ve­dere riconosciuti il torto morale e il pagamento delle spese legali sostenute nella lunga causa:il tut­to quantificato in 140 mila fran­chi. «Somma quest'ultima, che non rappresenta certamente i danni che ho subito» sottolinea l'imprenditore. «Questa vicenda mi ha portato sull'orlo della ban­carotta. E dietro di me vi erano tutti i miei collaboratori, che la­voravano con me in ufficio ed i dipendenti delle ditte che colla­boravano con me alla realizzazio­ne di immobili nel Cantone».
 Tutto iniziò un pomeriggio
 Non è semplice per Daniel Hae­sler tornare indietro nel tempo, a quella mattina del 12 settembre 2005 quando nel suo ufficio arri­varono alcuni agenti che gli chie­sero gentilmente di seguirlo in Procura perché avevano bisogno di alcune spiegazioni. Lui li seguì tranquillamente:non sapeva che da quel momento sarebbe entra­to in un incubo, terminato solo tre anni dopo. «Da quel momento so­no sparito dalla faccia della terra. Non sapevo più che cosa succe­deva intorno a me».
 Le regole della Giustizia
 L'imprenditore luganese era fini­to nelle maglie della Giustizia, che ha le sue regole, rigide e severe, che mettono a dura prova tutti co­loro che finiscono in carcere. La magistratura stava lavorando su un caso complesso:vi erano varie posizioni che dovevano essere de­finite. Era quindi necessario che l'inchiesta procedesse come tut­te le altre, evitando il pericolo di collusioni. Quando si finisce in carcere cessano i rapporti norma­li e quotidiani con il mondo ester­no, con i propri famigliari. A vol­te il ruolo dei congiunti lo assume il difensore, unica cerniera di con­tatto con l'esterno. Una doccia al­la settimana, una compagnia (un altro detenuto, magari violento, nella cella). Il catenaccio che si apre e si chiude: le umilianti pra­tiche per i trasferimenti nei cellu­lari, le attese nei sotterranei al pa­lazzo di giustizia aspettando di es­sere chiamati nell'ufficio del pro­curatore pubblico. Con l'arrivo del carcere giudiziario della Farera e la chiusura delle vecchie ed inade­guate celle pretoriali buona parte di queste traumatizzanti esperien­ze sono ora risparmiate a coloro che finiscono in carcere. «Lo sa­pete quanto è durato il mio primo interrogatorio? - spiega il nostro interlocutore - undici ore, ma io avrò parlato per un'ora. In quel­­l'ufficio continuava a suonare il te­lefono, il magistrato che mi stava di fronte usciva e rientrava perché probabilmente era impegnato su altri fronti». Intanto l'imprendito­re non sapeva che cosa fosse real­mente successo. Cercava di dare le sue spiegazioni, ripeteva di aver svolto con impegno e correttezza i suoi compiti. Raccontava di aver effettuato le perizie immobiliari che gli erano state richieste se­guendo le informazioni fornitegli dal committente.
 Infine la scarcerazione
 Quando Daniel Haesler uscì dal carcere probabilmente non cre­deva ai suoi occhi ed alle sue orecchie. Il mondo che aveva la­sciato tre settimane prima era completamente cambiato. Venti giorni prima era all'apice della sua carriera, stimato, riverito. Adesso era diventato un colletto­re di richieste di dimissioni dalle varie associazioni professionali di cui era membro, compresa quella nazionale (SVIT). Parec­chi coloro che gli hanno voltato le spalle. «Non tutti - sottolinea - fortunatamente. Comunque so­no stato tagliato fuori dal mondo. Ho perso un mucchio di manda­ti. Per fortuna sono riuscito a re­stare a galla. Mi sono concentra­to sul lavoro, per evitare il falli­mento (c'erano di mezzo dozzi­ne di lavoratori). Sono uscito più forte di prima. Ho riallacciato i contatti con le banche, non con tutte. E' stata una dura esperien­za. Sono tuttavia riuscito ad otte­nere negli ultimi due anni un suc­cesso che non ho mai avuto nei primi 30 anni di lavoro»..
 Il rapporto di fiducia
 È arrivata l'assoluzione. « Nono­stante ciò - sottolinea Haesler, mi sto ancora rendendo conto di quanto sia difficile ristabilire il rapporto di fiducia con chi mi sta attorno». Non certamente con co­loro che hanno sempre avuto fi­ducia in lui, ma con chi si è lascia­to influenzare dalle notizie usci­te subito dopo lo scoppio della vi­cenda. Senza tener conto della sentenza di assoluzione. «Oggi voglio ripetere che io sono stato assolto. Voglio dire a quanti mi conoscono che non hanno sba­gliato a credere in me». Il pensie­ro corre alla famiglia «che non mi ha mai abbandonato».
 Emanuele Gagliardi Bruno Pellandini







SOLITUDINE Immagine d'archivio del giorno prima della chiusura delle pretoriali di Mendrisio dove le con­dizioni di detenzione erano pesanti. Haesler (a sinistra) ne è stato testimone. (foto Fiorenzo Maffi)

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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