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Il giudice, le norme, la realtà

Da: CdT 17.6.11 pag 1 e 4

IL COMMENTO ■ EMILIO CATENAZZI* 
Il giudice, le norme, la realtà

La recente inaugurazione del l'anno giudiziario è stata av viata, come di consueto, dai discorsi ufficiali, cui è segui ta una serie di relazioni su un tema specifico (questa volta sulla respon sabilità nell'ambito bancario e della gestione di patrimoni). Qui voglio sof fermarmi, brevemente, sulla parte uf ficiale e anzi su due soli suoi punti, tra i tanti che sono stati affrontati: questi punti riguardano la funzione del giu dice e, se mi è permessa una venatura di retorica, la sua missione. Siamo tutti d'accordo, come è stato giustamente sottolineato dal presi dente del Tribunale di appello, che chi si accinge a diventare giudice abbia una buona preparazione e magari può convenire una struttura che vi provveda particolarmente o la pro muova. La preparazione giuridica è però una delle esigenze importanti della carica giudiziaria, non la sola, e questo mi preme rilevarlo a scanso, come si suol dire, di equivoci.
Accanto alla conoscenza approfondi ta delle norme e alla capacità, non sempre scontata, di metterla a profit to, mi sembra che il giudice debba avere anche particolare attitudine a sfuggire, nella misura del possibile, da una prospettiva troppo tecnicistica, a evitare, eventualmente con qualche sforzo, ogni esacerbata astrazione e a collocare la vertenza, ovviamente ri spettando le regole, tutte le regole, nel
 
* già giudice del Tribunale federale
 
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■ DALLA PRIMA PAGINA 
EMILIO CATENAZZI 
Il giudice, le norme, la realtà 
contesto in cui si vive. Nella corretta applicazione di queste ultime vi è spazio per una sensibilità che, se occupato bene, fa del giudizio un atto elevato e non semplicemente un'operazione meccanica . 
Ho parlato di questo anche per far cadere il discorso su un controverso concetto espresso dal nuovo direttore del Dipartimento delle istituzioni: egli ha rilevato nel suo intervento, suscitando poi qualche reazione, che il giudice dovrebbe tenere in giusta considerazione la volontà del popolo. 
Questa opinione è fuorviante ma la critica rivolta a chi l'ha proferita è forse troppo malevola. 
È certo che il giudice deve applicare la legge e sottostarvi, incombendogli di decidere secondo criteri rigorosi che non coincidono necessariamente con quelli propu gnati dall'opinione popolare (quando, duemila anni fa, un governatore romano affidò il giudizio su un uomo al popolo, il risultato non è stato, eufemisticamente parlando, soddisfacente). 
Purtuttavia, sta la considerazione, di cui ho riferito prima, che il giudizio non è un'operazione astratta, compiuta da una persona chiusa in una torre d'avorio e incurante del tutto della vita che le si muove attorno. 
L'applicazione corretta delle norme, pur ligia alla loro piena osservanza, non prescinde dalla concretezza della vicenda da giudicare e non contrasta con una visione attenta e responsabile della realtà . 
Non sono, queste, idee peregrine e in ogni caso non sono idee nuove; non disdegnerei che siano anche condivise. 

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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