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La lettera di una madre di un figlio condannato per bullismo. Voglio esprimere il mio dolore...

Da: La regione 6.2.09 pag 5

La lettera
 Voglio esprimere il mio dolore...


  Pubblichiamo qui di seguito la lettera di una mamma, ma non è una madre qualsiasi: suo figlio è stato processato mar­tedì scorso a Lugano per vio­lenza e bullismo. Una testimo­nianza toccante, sincera e co­raggiosa che suscita non poche riflessioni. Il nome dell'autrice è noto alla redazione.
  *** Sono la mamma del ragazzo processato martedì scorso a Lu­gano per violenze. Voglio espri­mere il mio dolore. Non quello privato, familiare, intimo. Ma un dolore che deve essere espres­so socialmente. Quello che è sta­to scritto sui giornali è vero, con varie sfumature. Cronaca. Dopo c'è tutto il resto.
  Non sapevamo quello che fa­ceva nostro figlio all'esterno. Quando abbiamo intuito e poi subìto noi stessi, siamo interve­nuti per farlo fermare. È impor­tante:
evidentemente non vo­glio giustificare, ma far capire. La nostra è una lunga storia di difficoltà, tentativi, ricerca di aiuti, disorientamento. Anche gioie, per carità; ma da tempo e per ora non prevalgono più. La nostra famiglia è andata avanti grazie alla nostra tenacia, al­l'aiuto degli amici, all'incontro con alcune " perle rare" impe­gnate nel sociale che si sono aperte alla comprensione, al gruppo di genitori adottivi con cui ci incontriamo.
  Non abbiamo abbandonato nostro figlio, abbiamo cercato di indirizzarlo, aiutarlo, conte­nerlo. I giornali scrivono "figlio adottivo". Adottivo o meno è sempre figlio, profondamente e completamente. Però l'adozione è giusto nominarla; ma per un altro motivo, che - una volta detto - sembra evidente: prima dell'adozione c'è l'abbandono. Per povertà, ignoranza, super­ficialità,
disperazione, proble­mi sociali o di salute, rifiuto. Tanti possono essere i motivi, ma comunque per chi è stato ab­bandonato sono incomprensibi­li e spesso devastanti. Tanti sono i ragazzi adottati in diffi­coltà e di conseguenza i loro ge­nitori. Stiamo cercando di arri­vare alla consapevolezza di questo, fra le famiglie in diffi­coltà e con le istituzioni. Creare la " cultura dell'adozione" per intervenire quando ce ne sia bi­sogno. Il debriefing è ormai pra­tica comune quando accadono avvenimenti di forte stress. Come è giusto! Ma allora forse bisognerebbe avere anche un oc­chio discreto e sensibile verso i bambini che hanno subìto un'e­sperienza tanto traumatica, un sostegno ai genitori che ne sen­tano il bisogno. Per ora, quando i problemi esplodono, cosa suc­cede? Prima di tutto, una distin­zione fra sotto e sopra i 18 anni. Come se problemi e persone non fossero sempre gli stessi. E poi? Tentativi nelle strutture a di­sposizione, che dopo un po' "di­mettono" perché non adatte alla casistica. Comprensibile. Però di questi ragazzi che ne faccia­mo?!
  Una volta ci hanno detto che nostro figlio non rientrava in nessuna categoria: non delin­queva, non era tossico, non era un caso psichiatrico. Nessuno ha risposto alla mia domanda: "Dobbiamo aspettare che sia in­quadrato in una di queste cate­gorie? Non si può aiutarlo pri­ma?". E a questo punto non sia­mo più nella definizione "adot­tati". Qui siamo nel campo dei ragazzi o delle persone in diffi­coltà e senza un aiuto adeguato. Mio figlio ha perseguitato e colpito un ragazzo minorenne in difficoltà. Anche lui una vita di tentativi, di istituti, fallimen­ti e poi... una sistemazione in un
garni, l'accompagnamento di un tutore bravo, ma che deve oc­cuparsi di altre decine di casi. Il mio dolore, profondo e dispera­to, va anche a questo ragazzo, alla sua sofferenza, alla sua so­litudine. Pochi anni fa, è stato dichiarato che i casi problema­tici si potevano contare sulle dita delle mani. Già allora in parecchi siamo rimasti stupiti da questa minimizzazione. Ma ora il numero dei "casi" è deci­samente e chiaramente aumen­tato, come sembra aumentare l'impotenza di chi se ne dovreb­be occupare.
  Non ci sono strutture in Tici­no. Bisogna andare in Svizzera francese o tedesca e bisogna co­noscere un po' la lingua, se han­no posto, se accettano, se, se, se... Ho come la sensazione che la società cambi, ma lo Stato non riesca a star dietro al cam­biamento. Ci sono gruppi di studio, proposte, approfondi­menti.
 
SCUSATE: noi (e inten­do evidentemente non solo la mia famiglia, ma tutti quelli che sono nelle stesse condizioni problematiche) abbiamo biso­gno subito di un aiuto concreto, che poteva essere programmato già da anni, come del resto ri­chiesto da non pochi operatori. In tutti questi anni difficili per la mia famiglia, ci siamo impe­gnati come potevamo per cerca­re soluzioni. Non siamo di quel­li che pretendono e basta. Pen­siamo anche che sia fondamen­tale la solidarietà e l'aiuto fra persone, fra amici. È quello che abbiamo ricevuto e dato. Conti­nueremo a impegnarci. Ma a volte non basta.
  Questa mia lettera non vuole essere nel modo più assoluto po­lemica. Vuole esprimere le mie riflessioni e i miei sentimenti, soprattutto a quanti possono ca­pirli perché li vivono loro stessi
in prima persona.

 

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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