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Pubblichiamo qui di seguito la lettera di una mamma, ma non è una madre
qualsiasi: suo figlio è stato processato martedì scorso a Lugano per
violenza e bullismo. Una testimonianza toccante, sincera e
coraggiosa che suscita non poche riflessioni. Il nome dell'autrice è
noto alla redazione.
*** Sono la mamma del ragazzo processato martedì scorso a Lugano
per violenze. Voglio esprimere il mio dolore. Non quello privato,
familiare, intimo. Ma un dolore che deve essere espresso socialmente.
Quello che è stato scritto sui giornali è vero, con varie sfumature.
Cronaca. Dopo c'è tutto il resto.
Non sapevamo quello che faceva
nostro figlio all'esterno. Quando abbiamo intuito e poi subìto noi
stessi, siamo intervenuti per farlo fermare. È importante:
evidentemente non voglio giustificare, ma far capire. La nostra è
una lunga storia di difficoltà, tentativi, ricerca di aiuti,
disorientamento. Anche gioie, per carità; ma da tempo e per ora non
prevalgono più. La nostra famiglia è andata avanti grazie alla nostra
tenacia, all'aiuto degli amici, all'incontro con alcune " perle rare"
impegnate nel sociale che si sono aperte alla comprensione, al gruppo
di genitori adottivi con cui ci incontriamo.
Non abbiamo
abbandonato nostro figlio, abbiamo cercato di indirizzarlo, aiutarlo,
contenerlo. I giornali scrivono "figlio adottivo". Adottivo o meno è
sempre figlio, profondamente e completamente. Però l'adozione è giusto
nominarla; ma per un altro motivo, che - una volta detto - sembra
evidente: prima dell'adozione c'è l'abbandono. Per povertà, ignoranza,
superficialità,
disperazione, problemi sociali o di salute, rifiuto. Tanti possono
essere i motivi, ma comunque per chi è stato abbandonato sono
incomprensibili e spesso devastanti. Tanti sono i ragazzi adottati in
difficoltà e di conseguenza i loro genitori. Stiamo cercando di
arrivare alla consapevolezza di questo, fra le famiglie in difficoltà
e con le istituzioni. Creare la " cultura dell'adozione" per
intervenire quando ce ne sia bisogno. Il debriefing è ormai pratica
comune quando accadono avvenimenti di forte stress. Come è giusto! Ma
allora forse bisognerebbe avere anche un occhio discreto e sensibile
verso i bambini che hanno subìto un'esperienza tanto traumatica, un
sostegno ai genitori che ne sentano il bisogno. Per ora, quando i
problemi esplodono, cosa succede? Prima di tutto, una distinzione fra
sotto e sopra i 18 anni.
Come se problemi e persone non fossero sempre gli stessi. E poi?
Tentativi nelle strutture a disposizione, che dopo un po' "dimettono"
perché non adatte alla casistica. Comprensibile. Però di questi ragazzi
che ne facciamo?!
Una volta ci hanno detto che nostro figlio non
rientrava in nessuna categoria: non delinqueva, non era tossico, non
era un caso psichiatrico. Nessuno ha risposto alla mia domanda:
"Dobbiamo aspettare che sia inquadrato in una di queste categorie?
Non si può aiutarlo prima?". E a questo punto non siamo più nella
definizione "adottati". Qui siamo nel campo dei ragazzi o delle
persone in difficoltà e senza un aiuto adeguato. Mio figlio ha
perseguitato e colpito un ragazzo minorenne in difficoltà. Anche lui
una vita di tentativi, di istituti, fallimenti e poi... una
sistemazione in un
garni, l'accompagnamento di un tutore bravo, ma che deve occuparsi
di altre decine di casi. Il mio dolore, profondo e disperato, va anche
a questo ragazzo, alla sua sofferenza, alla sua solitudine. Pochi anni
fa, è stato dichiarato che i casi problematici si potevano contare
sulle dita delle mani. Già allora in parecchi siamo rimasti stupiti da
questa minimizzazione. Ma ora il numero dei "casi" è decisamente e
chiaramente aumentato, come sembra aumentare l'impotenza di chi se ne
dovrebbe occupare.
Non ci sono strutture in Ticino. Bisogna
andare in Svizzera francese o tedesca e bisogna conoscere un po' la
lingua, se hanno posto, se accettano, se, se, se... Ho come la
sensazione che la società cambi, ma lo Stato non riesca a star dietro
al cambiamento. Ci sono gruppi di studio, proposte, approfondimenti.
SCUSATE: noi (e intendo evidentemente non solo la mia famiglia, ma
tutti quelli che sono nelle stesse condizioni problematiche) abbiamo
bisogno subito di un aiuto concreto, che poteva essere programmato già
da anni, come del resto richiesto da non pochi operatori. In tutti
questi anni difficili per la mia famiglia, ci siamo impegnati come
potevamo per cercare soluzioni. Non siamo di quelli che pretendono e
basta. Pensiamo anche che sia fondamentale la solidarietà e l'aiuto
fra persone, fra amici. È quello che abbiamo ricevuto e dato.
Continueremo a impegnarci. Ma a volte non basta.
Questa mia
lettera non vuole essere nel modo più assoluto polemica. Vuole
esprimere le mie riflessioni e i miei sentimenti, soprattutto a quanti
possono capirli perché li vivono loro stessi
in prima persona.
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