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Da: La Regione, 12.2.14 pag 3

Il Dipartimento sanità e socialità si riorganizza. L’obiettivo: aiutare e proteggere

Un Ufficio per ‘progetti di vita’

di Paolo Ascierto

Beltraminelli impegnato in ‘un’ampia ristrutturazione’

Per far fronte alle sfide sociali, nasce l’Ufficio dell’aiuto e della protezione. Sessantuno dipendenti per oltre 3’500 casi. Beltraminelli: ‘Non vogliamo essere una stampella permanente’.

Il suo campanello e i suoi telefoni suoneranno spesso. Perché in un mondo in cui sono sempre più quelli che hanno bisogno di una ‘stampella sociale’ per non inciampare nelle sfide quotidiane, il neonato Ufficio dell’aiuto e della protezione (Uap) sarà chiamato a occuparsi di migliaia e migliaia di dossier. Si va da genitori in difficoltà e minorenni ‘problematici’, a persone vittime di reati, passando per le cosiddette autorità di protezione. Tanti casi, diversi ambiti di intervento e un solo obiettivo: traghettare chi soffre “verso un progetto di vita”. Per farlo il Cantone ha parzialmente rivisto la sua organizzazione. E anche qui si parla di aggregazioni: l’Ufficio delle famiglie e dei minorenni e quello delle curatele si sono ‘fusi’, dando per l’appunto vita all’Uap. Da un mesetto ci lavorano, è stato spiegato ieri in una conferenza stampa indetta dal Dipartimento sanità e socialità (Dss), sessantuno funzionari. Un numero probabilmente destinato a crescere nei prossimi mesi.

Anche perché nel 2013 i dossier trattati in questo ambito sono stati 3’546. «Il lavoro di servizio sociale dell’Uap», ha specificato il responsabile Ivan PauLessi , è suddiviso in una fase d’accoglienza e in due di aiuto. Nella prima si cerca si acquisire «dati e informazioni» su chi ha bisogno tramite «cordialità, ascolto, comprensione e fiducia». Nella seconda fase si passa invece ‘all’azione’. O tramite «l’aiuto» oppure tramite la «protezione». Dipende dal caso con cui ci si trova confrontati. Ma «l’azione dell’intervento – ha sottolineato PauLessi – è intesa a migliorare una situazione, ad alleviare una sofferenza, a fornire servizi e prestazioni» in modo che le persone interessate «possano far fronte ai loro obblighi in modo autonomo oppure accompagnato». Per dirla con altre parole, quelle del direttore del Dss Paolo Beltraminelli , «non vogliamo essere una stampella permanente».

Già, perché, da un lato, sono certamente in molti ad aver bisogno di un sostegno: le famiglie con minorenni che vivono una situazione di disagio, quelle in cui papà e mamme faticano a essere genitori, e parte di quelle che vorrebbero adottare o già hanno adottato un pargolo. E poi ci sono le autorità di protezione con le loro richieste di informazioni e le persone la cui integrità fisiche è stata lesa a causa di reato. D’altro canto però, ha sottolineato Beltraminelli nella conferenza stampa di ieri, «non si vuole più semplicemente assistere» chi fa fatica. Si lavora «per valorizzare le competenze residue di ogni persona». E per farlo non si può limitarsi «a ricette generiche che vanno bene un po’ per tutti». Serve invece un lavoro organico, organizzato. In modo che la strada percorsa reggendosi sulla stampella statale non rappresenti altro che una «soluzione il più possibile transitoria». L’obiettivo, dunque, è chiaro e condiviso. Tra il dire e il fare però c’è di mezzo... una riorganizzazione che tocca un tema delicato come quello dell’assistenza sociale. «È un cantiere aperto», ha ammesso il direttore del Dss, e l’unione dell’Ufficio delle famiglie e dei minorenni con quello delle curatele «è opportuna». Anche perché, ha aggiunto Beltraminelli, si tratta «di un tassello che fa parte di una ristrutturazione più ampia». Quella che concerne il Dss del futuro. L’obiettivo è quello di disporre di «una struttura molto snella» e in grado di far fronte alle sfide sociali (e non solo) del domani. D’altronde, lo ricordiamo, nel dipartimento in questione non ci sono più le sezioni, ma solo tre Divisioni e vari uffici. In tal modo, ha detto Beltraminelli, si garantiscono «contatti rapidi e privilegiati all’interno del Dipartimento».

Per famiglie ‘disagiate’, minorenni difficili e anche vittime di reati. L’obiettivo non è solo assistere e non servono ‘ricette generiche’.

IL CONTESTO

Cantone, Comuni e società: a ognuno il suo


Nel 2013 l’Ufficio dell’aiuto e della protezione (Uap) ancora non c’era. C’erano però i dossier che venivano in parte trattati dall’Ufficio delle famiglie e dei minorenni, in parte dall’Ufficio delle curatele. Ed erano molti: oltre tremilacinquecento. Un numero che sembra desinato a crescere in futuro. Anche perché nella conferenza stampa di ieri non è stato possibile stabilire quanti di questi casi si risolveranno prossimamente. «Siamo partiti da troppo poco tempo – ha detto il responsabile dell’Uap Ivan Pau-Lessi –. Tuttavia è tutto orientato al raggiungimento di questa finalità». Ovvero, a fare in modo che chi ha chiesto aiuto ritrovi il posto all’interno della società. In ogni caso, in un ambito delicato come quello sociale, ognuno dovrà giocare la sua parte nei prossimi anni. È necessario, ha detto infatti a tal proposito ieri il direttore del Dipartimento sanità e socialità (Dss) Paolo Beltraminelli, «definire nel modo più lineare possibile» quali siano «le competenze dei Comuni, della società e del Cantone». Per quanto riguarda gli enti locali, ha aggiunto Beltraminelli, «è importante che per i bisogni minuti, primari, mantengano il ruolo di antenna sul territorio». O con mezzi propri o, «se non ne hanno la possibilità», collaborando con altri Comuni.

Per quanto concerne il Cantone invece, di una riorganizzazione dell’Ufficio delle famiglie e dei minorenni si parla nel messaggio governativo sulla modifica della Legge sull’organizzazione e la procedura in materia di tutele e curatele, entrata in vigore nel gennaio del 2013.

 

Da: CdT 25.3.13 pag 4

Fogli al vento

di Michele Fazioli
Piccole grandi mutazioni domestiche

Una recente in­dagine sociologica europea rivela che la famiglia è mes­sa male. E dire che è la cellula primaria del con­sorzio umano, è la comunione di un uomo e di una donna cui è affi­data la sublime potenzialità di gene­rare la vita. Ma le statistiche sono cru­deli, quasi insolenti.
Un matrimonio su tre fallisce. Anche da noi. Nelle classi scolastiche delle aree urbane della Svizzera la maggio­ranza degli allievi appartiene a fami­glie monoparentali (un genitore non vive più in casa o è assente del tutto) oppure fa parte di gruppi familiari allargati, con pezzi di nuclei di matri­moni precedenti, figli di prima, figli di dopo, nuovi mariti o mogli o compa­gni. Ma anche la famiglia classica (padre e madre con i figli) subisce mutazioni sostanziali, laddove dimi­nuisce vertiginosamente il numero delle madri cosiddette casalinghe, cioè che restano a casa a occuparsi dei figli e dell'economia domestica. E aumenta invece il numero delle famiglie in cui marito e moglie lavorano entrambi, per necessità ma anche per libera vo­
cazione. Cambia in fretta anche la forma contrattuale del legame fami­liare: ai matrimoni classici si aggiun­gono, in rapidissima crescita, le convi­venze: quelle non codificate e quelle formalizzate in una formula di parte­nariato. Qui è intervenuta anche la parificazione fra coppie etero e coppie omosessuali. E il matrimonio vero e proprio fra omosessuali sembra ormai dietro l'angolo, con il problema poi coesistente delle eventuali adozioni di figli. Insomma, la famigliola di una volta (papà lavoratore, mamma casa­linga, quattro nonni anch'essi sposati da sempre una sola volta) sta svapo­rando. Le cose stanno così. Qui si trat­ta di prenderne atto, non di moraliz­zare. È un fenomeno in divenire e sot­to gli occhi di tutti. Naturalmente prenderne atto non significa rinuncia­re a un giudizio. Io per esempio credo che il declino della famiglia classica sia una perdita gravissima. Allo stesso tempo credo anche che la società deb­ba trovare i modi sociali per accoglie­re e organizzare in modo funzionale e integrato le nuove realtà familiari. Le famiglie monoparentali e quelle in cui i genitori lavorano entrambi richiedo­no per esempio strutture mirate come asili nido e doposcuola. Per sintetizza­re: siamo dentro un rivolgimento di società che nei suoi effetti (temo anche negativi) è ben più importante, che so, di quello tecnologico. Saperlo gestire positivamente (assicurando spazio e diritti alle forme tradizionali ma ac­cogliendo e aiutando tutte le altre for­me) appartiene alla sapienza della vera politica. Intanto, dobbiamo cor­rere a rinnovare il linguaggio. «Mari­to» e «moglie» non riguardano più necessariamente uomo e donna (su un settimanale un intellettuale ma­schio parlava del suo ménage con un altro uomo, chiamato più volte «mio marito»). Il convivente lo si chiama spesso fidanzato (invece una volta per noi il fidanzamento era il tempo prov­visorio nell'attesa del matrimonio). Qualcuno usa «amico/a», ma il termi­ne è generico, ognuno di noi ha molti amici. Alla fine si tende a usare «compagno/a», che può andare bene: ma viene da sorridere se pensiamo che pochi decenni fa esistevano il compa­gno Stalin e il compagno Peppone ma non il compagno o la compagna con cui bere insieme il caffelatte ogni mat­tina. E dobbiamo aggiornarci in fretta sulle situazioni nuove. Un tale raccon­ta: «I miei genitori vivevano uno per l'altro, si adoravano e si sono chiama­ti amore e tesoro fino al loro divorzio.» Oppure ecco un nuovo grido domesti­co: «Caro, i tuoi figli e i miei figli stan­no picchiando i nostri figli!».



Da: La regione, 4.3.13 pag 3

Politica familiare

Pantani: modifica eccessiva. Lo stupore di Romano

SG/ATS

Reazioni contrastanti tra fautori e oppositori dell’articolo costituzionale sulla famiglia, approvato dalla popolazione ma non dai cantoni.

« Abbastanza soddisfatta» per un risultato il cui esito combattuto era tutto sommato « prevedibile » è la consigliere nazionale Roberta Pantani Tettamanti (Lega dei Ticinesi). La modifica costituzionale era « eccessiva »: anche in futuro, spetterà ancora a « cantoni, comuni e privati sostenere le iniziative in quest’ambito, non c’era alcun bisogno di inserire un articolo al riguardo nella Costituzione », afferma la deputata alla Regione . Il no rafforza il ruolo dei genitori e rappresenta un chiaro segnale in favore di una cura dei figli all’interno del loro stesso nucleo familiare, le fa eco la consigliera nazionale Andrea Geissbühler (Udc/Berna), in prima fila nella lotta contro il progetto. Sempre sul fronte dei contrari, secondo il segretario generale del Partito liberale radicale Stefan Brupbacher, una migliore compatibilità fra ambito familiare e attività lavorativa deve rimanere un obiettivo della società: ma la politica familiare deve essere di competenza dei cantoni e dei comuni.

Non la pensa così Norbert Hochreutener , ex consigliere nazionale Ppd e ‘padre’ del testo. A suo avviso il popolo ha inviato un segnale, ha detto che vuole un cambiamento, e gli oppositori non potranno comportarsi come se ci fossero stati due no di popolo e cantoni. Hochreutener ha anche ammesso di non aspettarsi che la polemica dell’Udc sulla statalizzazione della famiglia avrebbe funzionato. « Abbastanza stupito » del risultato a livello nazionale è anche Marco Romano , peraltro « contento » di com’è andata in Ticino. Il consigliere nazionale Ppd afferma alla Regione che la campagna per il ‘no’ condotta Oltralpe è stata « certamente molto efficace », propagandando « una visione ideologica » che dipinge « un quadro molto lontano dalla realtà » di un Paese dove « soltanto il 27% delle famiglie corrisponde al modello tradizionale (due genitori con figli, un solo genitore che guadagna) ». Romano invita a « non drammatizzare »: « l’importante » è che « si continuino a realizzare strutture (asili nido, doposcuola, ecc.) nei comuni e nei cantoni ».

Più che un ‘Röstigraben’, per la senatrice socialista ginevrina Liliane Maury Pasquier è emersa una disparità tra cantoni urbani rurali. Sono stati soprattutto questi ultimi a bocciare il testo, ma non bisogna fermarsi. Sempre più donne lavorano fuori casa e bisognerà tenerne conto, magari puntando su una legge piuttosto che sull’articolo costituzionale. Rammarico per il risultato è stato espresso ieri anche dall’ Unione sindacale svizzera (Uss) e da Travail.Suisse .

Da: La regione 14.3.13 pag 32

Neppure il tempo di sposarsi

New York – Negli Stati Uniti, dati alla mano, è boom dei divorzi gay.

Dati che arrivano a pochi giorni da quella che potrebbe essere una decisione epocale della Corte Suprema: legalizzare le nozze tra persone dello stesso sesso, abrogando la norma del Defense of Marriage Act che definisce il matrimonio unicamente come quello tra uomo e donna.

Le cifre del Williams Institute della Università di Ucla parlano chiaro: ogni anno l’1% delle coppie gay unite in matrimonio si separano, contro il 2% delle coppie eterosessuali. Ma tale divario – sottolineano gli studiosi – sarà presto colmato, visto che il numero dei divorzi nella prima categoria è in costante aumento.

Uno dei motivi di tale tendenza è semplicemente legato al fatto che le nozze gay negli Usa sono in grande aumento, grazie alle leggi con cui molti Stati le hanno già legalizzate. Sempre secondo i dati del Williams Institute, nel 2011 negli Stati Uniti su 640mila coppie gay sono circa 50mila quelle sposate, a cui vanno aggiunte altre 10mila coppie legate da altri tipi di relazioni legali.

Ma c’è un altro fattore più sociologico e psicologico – precisano ancora gli studiosi – che spiega l’aumento dei divorzi gay: quello che le nuove generazioni di coppie omosessuali affrontano il matrimonio con “più leggerezza” rispetto ai protagonisti della prima ondata di nozze omosessuali verificatasi negli Usa, caratterizzata da rapporti generalmente più solidi.

Newspaper

Movimento Papageno esamina l’impatto giuridico e sociale della separazione e del divorzio, con particolare attenzione al benessere dei minori e alla responsabilità genitoriale condivisa.

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