Il Dipartimento sanità e socialità si riorganizza. L’obiettivo: aiutare e proteggere
Un Ufficio per ‘progetti di vita’
di Paolo AsciertoBeltraminelli impegnato in ‘un’ampia ristrutturazione’
Per far fronte alle sfide sociali, nasce l’Ufficio dell’aiuto e della protezione. Sessantuno dipendenti per oltre 3’500 casi. Beltraminelli: ‘Non vogliamo essere una stampella permanente’.
Il suo campanello e i suoi telefoni suoneranno spesso. Perché in un mondo in cui sono sempre più quelli che hanno bisogno di una ‘stampella sociale’ per non inciampare nelle sfide quotidiane, il neonato Ufficio dell’aiuto e della protezione (Uap) sarà chiamato a occuparsi di migliaia e migliaia di dossier. Si va da genitori in difficoltà e minorenni ‘problematici’, a persone vittime di reati, passando per le cosiddette autorità di protezione. Tanti casi, diversi ambiti di intervento e un solo obiettivo: traghettare chi soffre “verso un progetto di vita”. Per farlo il Cantone ha parzialmente rivisto la sua organizzazione. E anche qui si parla di aggregazioni: l’Ufficio delle famiglie e dei minorenni e quello delle curatele si sono ‘fusi’, dando per l’appunto vita all’Uap. Da un mesetto ci lavorano, è stato spiegato ieri in una conferenza stampa indetta dal Dipartimento sanità e socialità (Dss), sessantuno funzionari. Un numero probabilmente destinato a crescere nei prossimi mesi.Anche perché nel 2013 i dossier trattati in questo ambito sono stati 3’546. «Il lavoro di servizio sociale dell’Uap», ha specificato il responsabile Ivan PauLessi , è suddiviso in una fase d’accoglienza e in due di aiuto. Nella prima si cerca si acquisire «dati e informazioni» su chi ha bisogno tramite «cordialità, ascolto, comprensione e fiducia». Nella seconda fase si passa invece ‘all’azione’. O tramite «l’aiuto» oppure tramite la «protezione». Dipende dal caso con cui ci si trova confrontati. Ma «l’azione dell’intervento – ha sottolineato PauLessi – è intesa a migliorare una situazione, ad alleviare una sofferenza, a fornire servizi e prestazioni» in modo che le persone interessate «possano far fronte ai loro obblighi in modo autonomo oppure accompagnato». Per dirla con altre parole, quelle del direttore del Dss Paolo Beltraminelli , «non vogliamo essere una stampella permanente».
Già, perché, da un lato, sono certamente in molti ad aver bisogno di un sostegno: le famiglie con minorenni che vivono una situazione di disagio, quelle in cui papà e mamme faticano a essere genitori, e parte di quelle che vorrebbero adottare o già hanno adottato un pargolo. E poi ci sono le autorità di protezione con le loro richieste di informazioni e le persone la cui integrità fisiche è stata lesa a causa di reato. D’altro canto però, ha sottolineato Beltraminelli nella conferenza stampa di ieri, «non si vuole più semplicemente assistere» chi fa fatica. Si lavora «per valorizzare le competenze residue di ogni persona». E per farlo non si può limitarsi «a ricette generiche che vanno bene un po’ per tutti». Serve invece un lavoro organico, organizzato. In modo che la strada percorsa reggendosi sulla stampella statale non rappresenti altro che una «soluzione il più possibile transitoria». L’obiettivo, dunque, è chiaro e condiviso. Tra il dire e il fare però c’è di mezzo... una riorganizzazione che tocca un tema delicato come quello dell’assistenza sociale. «È un cantiere aperto», ha ammesso il direttore del Dss, e l’unione dell’Ufficio delle famiglie e dei minorenni con quello delle curatele «è opportuna». Anche perché, ha aggiunto Beltraminelli, si tratta «di un tassello che fa parte di una ristrutturazione più ampia». Quella che concerne il Dss del futuro. L’obiettivo è quello di disporre di «una struttura molto snella» e in grado di far fronte alle sfide sociali (e non solo) del domani. D’altronde, lo ricordiamo, nel dipartimento in questione non ci sono più le sezioni, ma solo tre Divisioni e vari uffici. In tal modo, ha detto Beltraminelli, si garantiscono «contatti rapidi e privilegiati all’interno del Dipartimento».
Per famiglie ‘disagiate’, minorenni difficili e anche vittime di reati. L’obiettivo non è solo assistere e non servono ‘ricette generiche’.

