Da: www.caffe.ch 20.12.2009
Un medico denuncia l’altra faccia della violenza nelle famiglie. “Mia moglie mi picchiava e nessuno mi ha aiutato”. Simonetta CarattiCalci, pugni, morsi e insulti. Due ricoveri al pronto soccorso nell’arco di otto mesi. Due segnalazioni in polizia. Colloqui con i servizi sociali. È imbarazzato quando racconta al Caffe dei colpi che sua moglie gli ha inferto, lui un medico affermato del Luganese, padre di famiglia, ha dentro anche tanta delusione: “Quando è un uomo a prendere le botte, nessuno ti dà una mano. Sono stato più volte al pronto soccorso con il terrore di incontrare dei colleghi, in polizia, ai servizi sociali. Nessuno mi ha aiutato veramente.
Mi sentivo guardato con compassione. Intanto la situazione degenerava”, dice il dottor D. G. (nome noto alla redazione, lo chiameremo Dario). Una storia di violenza e silenzi al maschile che mostra un nuovo volto della Svizzera: negli ultimi sei anni sono raddoppiati i casi di violenza femminile su partner e mariti. Un tabù infranto con la recente apertura a Zurigo della seconda casa per uomini picchiati. Ma spesso il peso della vergona è tale da paralizzare ogni tentativo di parlarne.
All’inizio anche per Dario è stato così. Il suo dramma è cominciato qualche anno fa. Una moglie, due figli. Un matrimonio che funziona e poi, invece, naufraga, un divorzio litigioso tra accuse incrociate. Ma questi sono affari privati. Ben prima di arrivare al collasso della coppia Dario è vittima di percosse e insulti : “Mi chiamava decine di volte all’ospedale per insultami, quando si litigava mi chiudeva fuori casa, anche d’inverno”. La situazione degenera. Nel 2006 Dario finisce al pronto soccorso di Bellinzona: “Mi hanno medicato per i colpi e i morsi - racconta -. Non ho trovato il coraggio di fare denuncia, mi vergognavo e pensavo ai nostri figli”. Un’esperienza che ripeterà in altri due diversi ospedali: in entrambi è stato redatto un formulario di “segnalazione di aggressione e violenza”. Sul certificato di un ospedale in Francia dove la famiglia era in vacanza lo scorso agosto, si registra una ferita sotto l’occhio, suturata. Due giorni dopo, al rientro in Svizzera, Dario denuncia i maltrattamenti subiti alla polizia di Losanna. Anche questa segnalazione è documentata. “Gli agenti mi dissero che avrebbero trasmesso il mio caso al Ticino. Nessuno si è fatto vivo”, dice. Passa qualche mese, di nuovo finisce al pronto soccorso dell’ospedale regionale di Lugano per farsi medicare. Lo visita un assistente, nel formulario scrive: “violenze fisiche con mani, piedi, bocca, denti e violenza verbale”. Era domenica, il 15 marzo alle ore 17. Proprio in quell’ospedale Dario ha lavorato per anni e il timore di incappare in qualche ex collega lo fa allontanare velocemente. Con gli assistenti sociali non va meglio.
Seguono denunce incrociate tra i coniugi, la Procura indaga, decide un “non luogo a procedere”. Da qualche mese Dario lavora come medico nella Svizzera tedesca, si è lasciato questi fatti alle spalle, ha un divorzio in corso e l’amaro in bocca: “Se al mio posto ci fosse stata una donna, tutti si sarebbero comportati diversamente. Io mi sono sentito abbandonato”, conclude.
Le leggi a protezione alle vittime sono state rafforzate, soprattutto nell’ambito familiare, dove l’intervento della polizia fa scattare misure di protezione. Le donne restano le principali vittime, ma sta emergendo una nuova realtà di violenza, come testimonia questo medico che, a fatica, ha voluto raccontare il suo dramma.
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