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‘Che metodi la Polizia! E in banca... '

Da: La regione, 29.05.08, pag 21

BancaStato, lo sfogo dell'ex funzionario Emilio Pedrotta al processo per il ‘caso Tobler'


Un " j'accuse" pesantissimo nei confronti della Polizia ticinese, dei " metodi" degli inquirenti e persino di chi ( il Giar) dovrebbe controllar­ne l'operato. Questo è stato lo sfogo di Emilio Pedrotta - procuratore in pensione di BancaStato a Locarno - in occasione della seconda giornata di processo a carico suo e di Italo Frignani per il clamoroso " caso To­bler"; processo che riprende oggi e terminerà mercoledì prossimo con la sentenza della Corte di Assise cri­minali di Locarno presieduta dal giudice Mauro Ermani.
Pedrotta, prendendo Ermani per sfinimento, si è ritagliato una deci­na di minuti durante la quale ha at­taccato frontalmente gli inquirenti per i metodi utilizzati con lui nelle prime fasi dell'inchiesta scattata dopo il suo arresto, avvenuto nell'ot­tobre del 2001. E lo ha fatto partendo proprio da quella fatidica mattina in cui « si sono presentati alla porta di casa e mi hanno trattato come un de­linquente. Poi mi hanno prelevato e mia moglie ci ha messo due giorni per riuscire ad avere informazioni sul luogo della mia detenzione » . Sugli in­terrogatori di Polizia: « Quel commis­sario ( Pedrotta ne ha fatto il nome, ndr.) mi faceva vedere i pugni e mi chiedeva dove avevo nascosto i milio­ni. Poi quando, non per colpa mia, è stata consegnata con un certo ritardo la distinta dei prelevamenti dai conti di Tobler, sono stato accusato, senza prove, di aver falsificato le carte » . Sempre in merito ai metodi, Pe­drotta ne ha avute anche per l'ex Giar ( quel giudice dell'istruzione dell'arresto che, gli ha ricordato il giudice Ermani, non fa parte del­l'apparato inquirente ma dovrebbe controllarne il buon funzionamen­to) e per il primo magistrato titolare dell'inchiesta, Claudia Solcà, che inizialmente lo avrebbe caricato di responsabilità penali ben maggiori rispetto a quelle di cui sta rispon­dendo in aula; e a nulla è valso il ten­tativo di Ermani di spiegargli che al­l'inizio è normale aprire uno spettro molto ampio, per poi restringerlo man mano che si chiariscono i fatti. Senza dimenticare, infine, il pessi­mo ricordo dell'incarcerazione pre­ventiva, « in quelle celle dotate solo di
acqua fredda
» .
Una requisitoria in piena regola cui va sicuramente fatta la tara del vissuto soggettivo ( con tutti i condi­zionamenti del caso), ma dalla quale è bene che Magistratura e Polizia traggano le giuste indicazioni.
Sempre dalle parole di Pedrotta si è poi alzato il velo su quello che era BancaStato all'epoca dei fatti. L'ex funzionario ha parlato di carichi di lavoro insostenibili - anche per uno come lui che, è stato detto e ripetuto, " aveva sposato la banca" -; e poi di mobbing da parte del neo- direttore Fabio Pedrazzini, « che mi ha tolto, a me che ero lì da 30 anni, 200 clienti per assumerne il controllo. E la mag­gior parte della gente non la conosce­va neppure » . Un Pedrazzini che avrebbe creato a Locarno una situa­zione poco meno che disastrosa ( e almeno un po' di ragione, aggiungia­mo, Pedrotta deve averla, vista la ge­stione del " caso Tobler" e l'incredi­bile epilogo in sede di cui abbiamo riferito ieri).
Male Locarno ma male, anzi ma­lissimo, anche a Chiasso. Dove « si faceva il nero - ha ricordato con un sorriso amaro il giudice Ermani -. A Locarno trattavate i soldi dichiarati, mentre Chiasso era notoriamente la sede per il nero. Mi sbaglio? » . « No no » , ha risposto Pedrotta, senza ag­giungere altro. d. mar.

 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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