|
Un " j'accuse" pesantissimo nei confronti della Polizia ticinese, dei "
metodi" degli inquirenti e persino di chi ( il Giar) dovrebbe
controllarne l'operato. Questo è stato lo sfogo di Emilio Pedrotta -
procuratore in pensione di BancaStato a Locarno - in occasione della
seconda giornata di processo a carico suo e di Italo Frignani per il
clamoroso " caso Tobler"; processo che riprende oggi e terminerà
mercoledì prossimo con la sentenza della Corte di Assise criminali di
Locarno presieduta dal giudice Mauro Ermani.
Pedrotta, prendendo
Ermani per sfinimento, si è ritagliato una decina di minuti durante la
quale ha attaccato frontalmente gli inquirenti
per i metodi utilizzati con lui nelle prime fasi dell'inchiesta
scattata dopo il suo arresto, avvenuto nell'ottobre del 2001. E lo ha
fatto partendo proprio da quella fatidica mattina in cui «
si sono presentati alla porta di casa e mi hanno trattato come un
delinquente. Poi mi hanno prelevato e mia moglie ci ha messo due
giorni per riuscire ad avere informazioni sul luogo della mia detenzione
» . Sugli interrogatori di Polizia: «
Quel commissario
( Pedrotta ne ha fatto il nome, ndr.)
mi faceva vedere i pugni e mi chiedeva dove avevo nascosto i
milioni. Poi quando, non per colpa mia, è stata consegnata con un
certo ritardo la distinta dei prelevamenti dai conti di Tobler, sono
stato accusato, senza
prove, di aver falsificato le carte
» . Sempre in merito ai metodi, Pedrotta ne ha avute anche per l'ex
Giar ( quel giudice dell'istruzione dell'arresto che, gli ha ricordato
il giudice Ermani, non fa parte dell'apparato inquirente ma dovrebbe
controllarne il buon funzionamento) e per il primo magistrato titolare
dell'inchiesta, Claudia Solcà, che inizialmente lo avrebbe caricato di
responsabilità penali ben maggiori rispetto a quelle di cui sta
rispondendo in aula; e a nulla è valso il tentativo di Ermani di
spiegargli che all'inizio è normale aprire uno spettro molto ampio,
per poi restringerlo man mano che si chiariscono i fatti. Senza
dimenticare, infine, il pessimo
ricordo dell'incarcerazione preventiva, «
in quelle celle dotate solo di
acqua fredda
» .
Una requisitoria in piena regola cui va sicuramente fatta la tara del
vissuto soggettivo ( con tutti i condizionamenti del caso), ma dalla
quale è bene che Magistratura e Polizia traggano le giuste indicazioni.
Sempre dalle parole di Pedrotta si è poi alzato il velo su quello che
era BancaStato all'epoca dei fatti. L'ex funzionario ha parlato di
carichi di lavoro insostenibili - anche per uno come lui che, è stato
detto e ripetuto, " aveva sposato la banca" -; e poi di mobbing da
parte del neo- direttore Fabio Pedrazzini, «
che mi ha tolto, a me che ero lì da 30 anni, 200 clienti
per assumerne il controllo. E la maggior parte della gente non la conosceva neppure
» . Un Pedrazzini che avrebbe creato a Locarno una situazione poco
meno che disastrosa ( e almeno un po' di ragione, aggiungiamo,
Pedrotta deve averla, vista la gestione del " caso Tobler" e
l'incredibile epilogo in sede di cui abbiamo riferito ieri).
Male Locarno ma male, anzi malissimo, anche a Chiasso. Dove «
si faceva il nero
- ha ricordato con un sorriso amaro il giudice Ermani -.
A Locarno trattavate i soldi dichiarati, mentre Chiasso era notoriamente la sede per il nero. Mi sbaglio?
» . «
No no
» , ha risposto Pedrotta, senza aggiungere altro.
d. mar.
|
Commenti