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La versione ufficiale di chi parte è solitamente questa: cambio professione per affrontare nuove sfide. Vale anche nel suo caso, e dunque restiamo alla versione ufficiale, o ha deciso di cambiare perché il lavoro in Procura si è fatto per lei difficile se non impossibile a causa di una serie di circostanze?
«Sono ‘giunta a scadenza'. Lascio perché dopo 12 anni ho voglia di cambiare mestiere. Non ci sono stati episodi, situazioni, screzi o problemi personali che mi hanno spinta a lasciare. Semmai dopo così tanti anni mi sono accorta che il tutto rischiava di diventare una routine».
Routine per un magistrato? Possibile nella società di oggi dove tutto, anche il crimine, cambia e si rinnova molto rapidamente?
«Se un magistrato vuole la vita tranquilla, la routine se la crea con una certa facilità. Per contro il lavoro è interessante quando oltre a reprimere si riesce a fare prevenzione o si aprono procedimenti ‘scomodi'. Mi è capitato diverse volte di lavorare così. Ciò che purtroppo negli ultimi tempi è venuto a mancare. Il motivo? Essere procuratrice generale aggiunta significa anche lavoro burocratico, gestionale e organizzativo dell'Ufficio. Mansioni che assorbendo molto tempo ed energie non mi sono mai piaciute. Mentre quello del magistrato inquirente è per me il mestiere più bello che ci sia».
Allora c'è una scadenza naturale per fare il procuratore?
«Il mandato decennale, rispetto a quello precedente che era di sei anni, è una durata sostenibile. Certo, alla base ci vuole il ‘fuoco sacro' che spinge il procuratore a sacrificare molto tempo libero e anche la famiglia. Bisogna poi convivere con le proprie decisioni, che finiscono quasi sempre per scontentare qualcuno. Senza contare la pressione mediatica e gli attacchi personali. Il bilancio tuttavia è positivo».
Oltre dieci anni al Ministero pubblico: quali sono stati nella sua carriera i momenti esaltanti e quelli invece deprimenti?
«Più che esaltanti parlerei di momenti gratificanti. Mi riferisco alle ‘adrenaliniche' fasi iniziali di inchieste importanti, o quando si ha la sensazione di aver scoperto come sono andate realmente le cose e di aver ottenuto una confessione piena. I momenti deprimenti? Gli attacchi personali, pesanti da sopportare. Che sono tutt'altra cosa rispetto al confronto giuridico. Ho sofferto quando, comunque raramente, in modo del tutto infondato è stata messa in dubbio la mia correttezza professionale, oppure mi sono state rivolte critiche ingiustificate di parzialità, malafede processuale, dipendenza da partiti politici o terze persone. Invece mi sono sempre data la pena di essere onesta, indipendente, autonoma».
Si è mai sentita sola, professionalmente parlando?
«Nonostante vi sia uno scambio di opinioni frequente con i colleghi, nella conduzione di un'inchiesta un procuratore è di principio solo e in prima persona si assume la responsabilità delle sue decisioni. Nonostante si tratti di una solitudine insita nel mestiere del magistrato, ho spesso avuto l'impressione di iniziare una requisitoria parlando non solo come la pp Maria Galliani ma per conto di 300'000 cittadini desiderosi di giustizia. Quanto alla collaborazione con gli altri magistrati, in Ticino si è evitato finora di impostare il lavoro con dei ‘pool' formati da due o più procuratori che svolgono insieme le indagini, firmano insieme gli atti d'inchiesta e sempre insieme vanno in tribunale a sostenere l'accusa. Auspico per il futuro una soluzione di questo tipo, a tutto vantaggio della qualità del lavoro. Se finora non lo si è fatto è perché non rientra nella nostra ‘forma mentale', anche se è vero che già da tempo su alcuni importanti casi nel gruppo finanziario si lavora in due, soprattutto nelle fasi iniziali ».
E dalle istituzioni politiche si è sentita lasciata sola?
«Dal Gran Consiglio mi sarei attesa più voci a difesa del Ministero pubblico, perché lavora. E lavora anche bene. Ritengo infatti che il parlamento debba assumersi fino in fondo la responsabilità di essere la nostra autorità di nomina, non da ultimo perché una Giustizia che funziona bene è lo specchio di uno Stato la cui democrazia agisce in modo corretto. Quindi il parlamento dica pure chiaramente se ritiene che qualche magistrato non sia più al suo posto; ma occorre pure che difenda l'operato generale del Ministero di fronte a critiche ingiustificate e generalizzate. Insomma, ho l'impressione che il potere legislativo una volta archiviata la fase delle nomine, di tutto il resto se ne lavi le mani».
Elezione dei magistrati, argomento eterno nel quale si mescolano partiti e politica giudiziaria: secondo lei occorre rivedere le regole per la nomina delle toghe?
«È un problema eterno, senza soluzione. Il sistema attuale, ossia l'istituzione della commissione indipendente di esperti che valuta i candidati, non ha minimamente migliorato ciò che si prefiggeva di migliorare. Il vecchio sistema, col partito che proponeva al Gran Consiglio il proprio candidato, non era sbagliato; semmai si sarebbe dovuto responsabilizzare di più i partiti. I quali ho l'impressione che abbiano ancora oggi in mente solo il ‘manuale Cencelli' per far quadrare, in modo esasperato, la suddivisione numerica. Secondo me i partiti veramente interessati alla buona gestione della Giustizia dovrebbero presentare candidati solo quando ne hanno di validi, altrimenti lascino spazio ad altri aspiranti».
Ha una proposta da fare?
«È utopica: concorso pubblico con esame attitudinale, come si fa per le assunzioni in polizia. E vinca il migliore ma senza ‘manuale Cencelli'».
I partiti bussano alla porta dei magistrati?
«Mai nessuno ha osato interpellarmi per questioni politiche nell'ambito di procedimenti penali. Né mi sono lasciata traviare da aspetti politici legati agli imputati. E in ogni caso episodi di questo tipo non mi sono mai stati riferiti da colleghi. Quello dell'indipendenza è uno dei principi che bene o male regge ancora».
E magistrati che bussano alla porta dei politici?
«Personalmente non lo farei mai perché si entrerebbe in una logica di scambio di favori che non mi piace».
Da quando ha annunciato le dimissioni, fine marzo, ha avuto ripensamenti?
«Sorprendentemente no. È la conferma che era il momento giusto per lasciare ».
Tornerà a fare l'avvocato penalista, sarà nuovamente dall'altra parte della barricata. Lei ha conosciuto avvocati che hanno sfruttato sino in fondo, abusandone, le garanzie procedurali (ricorsi e reclami): l'avvocato Maria Galliani farà altrettanto?
«No».
Però si tratta di garanzie previste dal codice di procedura penale.
«Ho conosciuto avvocati - e sono la maggior parte - estremamente professionali, seri, di buon senso, che hanno egregiamente difeso i loro clienti senza abusare minimamente delle norme di garanzia previste dalla Legge. Il legislatore le ha volute affinché venissero tutelati i diritti delle parti. Ritengo che si possa benissimo applicare quelle regole con equilibrio facendo gli interessi del cliente senza appesantire i procedimenti né intralciare l'esercizio della giustizia ».
Alla recente inaugurazione dell'Anno giudiziario il ministro Pedrazzini e la nuova presidente del Tribunale d'appello Epiney-Colombo hanno offerto due visioni non propriamente collimanti dello stato di salute della giustizia ticinese. Rispettivamente « sana ma ancora troppo lenta » e « vive problemi irrisolti da vent'anni ». Lei che ne pensa? Condivide l'appello fatto dal consigliere di Stato affinché, fra gli altri, i magistrati siano più celeri e gli avvocati più attenti all'etica?
«La Giustizia ticinese gode di una salute discreta: funziona e dà un buon prodotto ma potrebbe fare meglio con più risorse. Il Ministero pubblico è da anni in chiara carenza di back-office, ossia di segretari e giuristi per le mansioni amministrative e giudiziarie a supporto di ciascun procuratore. Se si vuole il magistrato più efficiente - e sottolineo "se si vuole" - è necessario che abbia a disposizione il personale di supporto. Anche la polizia, parallelamente, avrebbe bisogno di un potenziamento immediato. Quanto al numero attuale di procuratori, lo ritengo sufficiente, con la riserva dell'introduzione (2010 o 2011, ndr) del nuovo Codice di procedura penale unificato per tutta la Svizzera ».
E l'appello di Pedrazzini per un lavoro più celere?
«Non si può generalizzare. Ci sono inchieste non complesse che possono essere condotte celermente e altre che per contro necessitano di approfondimenti investigativi particolari, magari anche con accertamenti all'estero, e perciò richiedono più tempo. L'altro aspetto da considerare è che come in tutte le autorità ogni magistrato è un individuo e ha il suo modo di lavorare. Tutti comunque magistrati seri che producono un lavoro di qualità. Un lavoro talvolta valutato con superficialità. In altre parole, non siamo qui a guardarci negli occhi e nessuno lascia la Procura alle dieci di mattina per andare a giocare a tennis. L'istituzione Ministero pubblico, che io difenderò sino alla fine dei miei giorni, è un istituzione che lavora».
Nel suo ultimo rapporto la Commissione granconsigliare di sorveglianza sulle condizioni detentive nel cantone sostiene che quando erano in funzione le celle pretoriali, proprio perché irrispettose dei diritti dell'uomo, le inchieste del Ministero pubblico "venivano svolte più celermente": non così, afferma sempre la commissione, dopo l'apertura del carcere giudiziario della Farera, di qui "un certo sovraffollamento" della nuova struttura...
«Mi dispiace ma quello che sostiene la commissione non sta in piedi. Il magistrato che ha un indagato in detenzione preventiva è tenuto a dare la precedenza a quell'inchiesta e ciò allo scopo di ridurre il più possibile il periodo di privazione della libertà: questo vale per la Farera e valeva per le carceri pretoriali. Non so da quali elementi la commissione parlamentare ricavi questa impressione. Come Ministero pubblico non abbiamo registrato un aumento dei detenuti in preventiva e nemmeno il Giar ha constatato un incremento delle richieste di proroga delle carcerazioni. È possibile che vi sia stato un rallentamento di qualche inchiesta ma perché oggi magistrati e poliziotti devono recarsi alla Farera, sul piano della Stampa a Cadro, per gli interrogatori. Detto ciò, osservo che se c'è un problema di sovraffollamento al Giudiziario questo è semmai un problema la cui soluzione spetta all'autorità amministrativa e politica. Serve più spazio? Si votino allora i crediti necessari all'ampliamento della struttura. Il Ministero pubblico deve soltanto attenersi ai principi del Codice di procedura penale ed è quanto fa».
Come mai su quanto sostenuto dalla commissione parlamentare non c'è stata una presa di posizione d'ufficio della Procura? Parlando in generale, quasi sempre sono i media a interpellare il Ministero pubblico per una reazione quando è bersaglio di attacchi o critiche.
«Ho sempre sostenuto che il miglior modo per il Ministero pubblico di difendersi è quello di produrre un lavoro di qualità. Quando è oggetto di attacchi personali il magistrato evita generalmente di querelare perché comunque rappresenta un'autorità. Quando a essere presa di mira è la Procura in quanto istituzione forse in alcuni casi valeva e varrebbe la pena prendere posizione senza aspettare le domande dei giornalisti ».
Quali doti dovrebbe avere un procuratore pubblico?
«Il procuratore pubblico rappresenta i cittadini che chiedono giustizia ed esercita un importante potere potendo fra l'altro limitare uno dei diritti fondamentali della persona, la libertà. Perciò gli si richiedono onestà intellettuale, buon senso, equilibrio, un po' di umiltà e coraggio perché talvolta bisogna prendere decisioni anche scomode ».
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