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2- PP Maria Galliani. Nomine magistrati: ‘Troppa politica, si decida in base a un test attitudinale'

Da: La regione, 26.06.08, pag 2

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La versione ufficiale di chi parte è solitamente questa: cambio profes­sione per affrontare nuove sfide. Vale anche nel suo caso, e dunque restiamo alla versione ufficiale, o ha deciso di cambiare perché il lavo­ro in Procura si è fatto per lei diffici­le se non impossibile a causa di una serie di circostanze?
«Sono ‘giunta a scadenza'. Lascio per­ché dopo 12 anni ho voglia di cambiare mestiere. Non ci sono stati episodi, si­tuazioni, screzi o problemi personali che mi hanno spinta a lasciare. Semmai dopo così tanti anni mi sono accorta che il tutto rischiava di diventare una routine».
Routine per un magistrato? Possi­bile nella società di oggi dove tutto, anche il crimine, cambia e si rinno­va molto rapidamente?
«Se un magistrato vuole la vita tran­quilla, la routine se la crea con una cer­ta facilità. Per contro il lavoro è interes­sante quando oltre a reprimere si riesce a fare prevenzione o si aprono procedi­menti ‘scomodi'. Mi è capitato diverse volte di lavorare così. Ciò che purtrop­po negli ultimi tempi è venuto a manca­re. Il motivo? Essere procuratrice gene­rale aggiunta significa anche lavoro bu­rocratico, gestionale e organizzativo dell'Ufficio. Mansioni che assorbendo molto tempo ed energie non mi sono mai piaciute. Mentre quello del magi­strato inquirente è per me il mestiere più bello che ci sia».
Allora c'è una scadenza naturale per fare il procuratore?
«Il mandato decennale, rispetto a quello precedente che era di sei anni, è una durata sostenibile. Certo, alla base ci vuole il ‘fuoco sacro' che spinge il procuratore a sacrificare molto tempo libero e anche la famiglia. Bisogna poi convivere con le proprie decisioni, che finiscono quasi sempre per scontentare qualcuno. Senza contare la pressione mediatica e gli attacchi personali. Il bi­lancio tuttavia è positivo».
Oltre dieci anni al Ministero pub­blico: quali sono stati nella sua car­riera i momenti esaltanti e quelli in­vece deprimenti?
«Più che esaltanti parlerei di momen­ti gratificanti. Mi riferisco alle ‘adrena­liniche' fasi iniziali di inchieste impor­tanti, o quando si ha la sensazione di aver scoperto come sono andate real­mente le cose e di aver ottenuto una confessione piena. I momenti depri­menti? Gli attacchi personali, pesanti da sopportare. Che sono tutt'altra cosa rispetto al confronto giuridico. Ho sof­ferto quando, comunque raramente, in modo del tutto infondato è stata messa in dubbio la mia correttezza professio­nale, oppure mi sono state rivolte criti­che ingiustificate di parzialità, malafe­de processuale, dipendenza da partiti politici o terze persone. Invece mi sono sempre data la pena di essere onesta, in­dipendente, autonoma».
Si è mai sentita sola, professional­mente parlando?
«Nonostante vi sia uno scambio di opinioni frequente con i colleghi, nella conduzione di un'inchiesta un procura­tore è di principio solo e in prima perso­na si assume la responsabilità delle sue decisioni. Nonostante si tratti di una so­litudine insita nel mestiere del magi­strato, ho spesso avuto l'impressione di iniziare una requisitoria parlando non solo come la pp Maria Galliani ma per conto di 300'000 cittadini desiderosi di giustizia. Quanto alla collaborazione con gli altri magistrati, in Ticino si è evitato finora di impostare il lavoro con dei ‘pool' formati da due o più procura­tori che svolgono insieme le indagini, firmano insieme gli atti d'inchiesta e sempre insieme vanno in tribunale a sostenere l'accusa. Auspico per il futu­ro una soluzione di questo tipo, a tutto vantaggio della qualità del lavoro. Se fi­nora non lo si è fatto è perché non rien­tra nella nostra ‘forma mentale', anche se è vero che già da tempo su alcuni im­portanti casi nel gruppo finanziario si lavora in due, soprattutto nelle fasi ini­ziali ».
E dalle istituzioni politiche si è sentita lasciata sola?
«Dal Gran Consiglio mi sarei attesa più voci a difesa del Ministero pubblico, perché lavora. E lavora anche bene. Ri­tengo infatti che il parlamento debba assumersi fino in fondo la responsabi­lità di essere la nostra autorità di nomi­na, non da ultimo perché una Giustizia che funziona bene è lo specchio di uno Stato la cui democrazia agisce in modo corretto. Quindi il parlamento dica pure chiaramente se ritiene che qual­che magistrato non sia più al suo posto; ma occorre pure che difenda l'operato generale del Ministero di fronte a criti­che ingiustificate e generalizzate. In­somma, ho l'impressione che il potere legislativo una volta archiviata la fase delle nomine, di tutto il resto se ne lavi le mani».
Elezione dei magistrati, argomen­to eterno nel quale si mescolano partiti e politica giudiziaria: secon­do lei occorre rivedere le regole per la nomina delle toghe?
«È un problema eterno, senza solu­zione. Il sistema attuale, ossia l'istitu­zione della commissione indipendente di esperti che valuta i candidati, non ha minimamente migliorato ciò che si pre­figgeva di migliorare. Il vecchio siste­ma, col partito che proponeva al Gran Consiglio il proprio candidato, non era sbagliato; semmai si sarebbe dovuto re­sponsabilizzare di più i partiti. I quali ho l'impressione che abbiano ancora oggi in mente solo il ‘manuale Cencelli' per far quadrare, in modo esasperato, la suddivisione numerica. Secondo me i partiti veramente interessati alla buo­na gestione della Giustizia dovrebbero presentare candidati solo quando ne hanno di validi, altrimenti lascino spa­zio ad altri aspiranti».
Ha una proposta da fare?
«È utopica: concorso pubblico con esame attitudinale, come si fa per le as­sunzioni in polizia. E vinca il migliore ma senza ‘manuale Cencelli'».
I partiti bussano alla porta dei magistrati?
«Mai nessuno ha osato interpellarmi per questioni politiche nell'ambito di procedimenti penali. Né mi sono lascia­ta traviare da aspetti politici legati agli imputati. E in ogni caso episodi di que­sto tipo non mi sono mai stati riferiti da colleghi. Quello dell'indipendenza è uno dei principi che bene o male regge ancora».
E magistrati che bussano alla por­ta dei politici?
«Personalmente non lo farei mai per­ché si entrerebbe in una logica di scam­bio di favori che non mi piace».
Da quando ha annunciato le di­missioni, fine marzo, ha avuto ri­pensamenti?
«Sorprendentemente no. È la confer­ma che era il momento giusto per la­sciare ».
Tornerà a fare l'avvocato penali­sta, sarà nuovamente dall'altra parte della barricata. Lei ha cono­sciuto avvocati che hanno sfruttato sino in fondo, abusandone, le ga­ranzie procedurali (ricorsi e recla­mi): l'avvocato Maria Galliani farà altrettanto?
«No».
Però si tratta di garanzie previste dal codice di procedura penale.

«Ho conosciuto avvocati - e sono la maggior parte - estremamente profes­sionali, seri, di buon senso, che hanno egregiamente difeso i loro clienti senza abusare minimamente delle norme di garanzia previste dalla Legge. Il legisla­tore le ha volute affinché venissero tu­telati i diritti delle parti. Ritengo che si possa benissimo applicare quelle regole con equilibrio facendo gli interessi del cliente senza appesantire i procedimen­ti né intralciare l'esercizio della giusti­zia ».
Alla recente inaugurazione del­l'Anno giudiziario il ministro Pe­drazzini e la nuova presidente del Tribunale d'appello Epiney-Colom­bo hanno offerto due visioni non propriamente collimanti dello stato di salute della giustizia ticinese. Ri­spettivamente « sana ma ancora troppo lenta » e « vive problemi irri­solti da vent'anni ». Lei che ne pen­sa? Condivide l'appello fatto dal con­sigliere di Stato affinché, fra gli al­tri, i magistrati siano più celeri e gli avvocati più attenti all'etica?
«La Giustizia ticinese gode di una sa­lute discreta: funziona e dà un buon prodotto ma potrebbe fare meglio con più risorse. Il Ministero pubblico è da anni in chiara carenza di back-office, ossia di segretari e giuristi per le man­sioni amministrative e giudiziarie a supporto di ciascun procuratore. Se si vuole il magistrato più efficiente - e sot­tolineo "se si vuole" - è necessario che abbia a disposizione il personale di sup­porto. Anche la polizia, parallelamente, avrebbe bisogno di un potenziamento immediato. Quanto al numero attuale di procuratori, lo ritengo sufficiente, con la riserva dell'introduzione (2010 o 2011, ndr) del nuovo Codice di procedu­ra penale unificato per tutta la Sviz­zera ».
E l'appello di Pedrazzini per un la­voro più celere?
«Non si può generalizzare. Ci sono in­chieste non complesse che possono es­sere condotte celermente e altre che per contro necessitano di approfondi­menti investigativi particolari, magari anche con accertamenti all'estero, e perciò richiedono più tempo. L'altro aspetto da considerare è che come in tutte le autorità ogni magistrato è un individuo e ha il suo modo di lavorare. Tutti comunque magistrati seri che producono un lavoro di qualità. Un la­voro talvolta valutato con superficia­lità. In altre parole, non siamo qui a guardarci negli occhi e nessuno lascia la Procura alle dieci di mattina per an­dare a giocare a tennis. L'istituzione Ministero pubblico, che io difenderò sino alla fine dei miei giorni, è un istitu­zione che lavora».
Nel suo ultimo rapporto la Com­missione granconsigliare di sorve­glianza sulle condizioni detentive nel cantone sostiene che quando erano in funzione le celle pretoriali, proprio perché irrispettose dei dirit­ti dell'uomo, le inchieste del Mini­stero pubblico "venivano svolte più celermente": non così, afferma sem­pre la commissione, dopo l'apertura del carcere giudiziario della Farera, di qui "un certo sovraffollamento" della nuova struttura...
«Mi dispiace ma quello che sostiene la commissione non sta in piedi. Il ma­gistrato che ha un indagato in detenzio­ne preventiva è tenuto a dare la prece­denza a quell'inchiesta e ciò allo scopo di ridurre il più possibile il periodo di privazione della libertà: questo vale per la Farera e valeva per le carceri pretoriali. Non so da quali elementi la commissione parlamentare ricavi que­sta impressione. Come Ministero pub­blico non abbiamo registrato un au­mento dei detenuti in preventiva e nemmeno il Giar ha constatato un in­cremento delle richieste di proroga del­le carcerazioni. È possibile che vi sia stato un rallentamento di qualche in­chiesta ma perché oggi magistrati e po­liziotti devono recarsi alla Farera, sul piano della Stampa a Cadro, per gli in­terrogatori. Detto ciò, osservo che se c'è un problema di sovraffollamento al Giudiziario questo è semmai un pro­blema la cui soluzione spetta all'auto­rità amministrativa e politica. Serve più spazio? Si votino allora i crediti ne­cessari all'ampliamento della struttu­ra. Il Ministero pubblico deve soltanto attenersi ai principi del Codice di pro­cedura penale ed è quanto fa».
Come mai su quanto sostenuto dalla commissione parlamentare non c'è stata una presa di posizione d'ufficio della Procura? Parlando in generale, quasi sempre sono i media a interpellare il Ministero pubblico per una reazione quando è bersaglio di attacchi o critiche.
«Ho sempre sostenuto che il miglior modo per il Ministero pubblico di difen­dersi è quello di produrre un lavoro di qualità. Quando è oggetto di attacchi personali il magistrato evita general­mente di querelare perché comunque rappresenta un'autorità. Quando a es­sere presa di mira è la Procura in quan­to istituzione forse in alcuni casi valeva e varrebbe la pena prendere posizione senza aspettare le domande dei gior­nalisti ».
Quali doti dovrebbe avere un pro­curatore pubblico?
«Il procuratore pubblico rappresen­ta i cittadini che chiedono giustizia ed esercita un importante potere potendo fra l'altro limitare uno dei diritti fon­damentali della persona, la libertà. Perciò gli si richiedono onestà intellet­tuale, buon senso, equilibrio, un po' di umiltà e coraggio perché talvolta bi­sogna prendere decisioni anche sco­mode ».

<><>Gestione del Ministero pubblico
‘Servirebbe una dittatura illuminata'


Sta per arrivare la nuova procedu­ra penale unificata sul piano na­zionale: i tempi della giustizia si allungheranno?
«Le inchieste saranno facili o difficili a seconda della fattispecie, come oggi. Il nuovo codice inciderà invece sulla durata complessiva dei procedi­menti: tendenzialmente direi che si assisterà a un allungamento dei tem­pi necessari a giungere a una decisio­ne definitiva. E questo già solo per le modifiche relative alla fase dibatti­mentale e per l'introduzione dell'Ap­pello. Il nuovo codice è più garanti­sta, rafforza i diritti dell'imputato e delle parti civili. L'importante è che non vi sia un abuso di queste garan­zie, se si vuole una Giustizia in grado di emettere un verdetto in tempi co­munque ragionevoli».
E l'organizzazione del Ministero pubblico come dovrebbe cambiare?
«Secondo la mia esperienza bisogne­rebbe passare dall'attuale conduzio­ne democratica del Ministero pubbli­co ( ufficio del Pg e dei Pga, collegio dei procuratori, il Pg con poche com­petenze) a una ‘dittatura illuminata': detto altrimenti, il Pg dovrebbe avere molte più competenze di oggi, come quelle di avocare e di distribuire gli incarti a dipendenza delle esigenze della Procura, ed essere libero di or­ganizzare come ritiene più opportu­no il Ministero pubblico. Una struttu­ra verticistica insomma. Ci sarebbe poi la ciliegina sulla torta».
Quale?
«Una Procura autonoma finanziaria­mente, con un proprio portafoglio, come nel Canton Ginevra dove il pro­curatore generale presenta ogni anno preventivo e consuntivo alle preposte istituzioni politiche. Soluzione, que­sta, che rafforzerebbe l'indipendenza del nostro Ministero pubblico, visto che attualmente deve far capo finan­ziariamente al Dipartimento delle istituzioni. Procura che comunque non crea soltanto costi ma anche ri­cavi, a favore dello Stato, che deriva­no dai sequestri, talvolta nell'ordine di milioni di franchi».




Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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