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«Repressione non è soluzione» : intervista al ppg Bruno Balestra

 Da: Corriere del Ticino, 3.3.08, pagina 13

 

«Repressione non è soluzione»
«Si confonde insicurezza con incertezza», dice Bruno Balestra

L’ INTERVISTA
’’


La sicurezza, inutile negarlo, sta diventando uno dei temi chiave delle politiche europea, svizzera e ticinese. La frantumazione dei confini, la «globalizzazione» non più confinabile al solo mondo di internet, la progressiva contami­nazione culturale, l’estrema mo­bilità della po­polazione mondia­le concorrono ad aumentare il gra­do di insicurezza.
Spesso le rispo­ste della politica sono riassumibi­li in un delegare alla repressione e all’amministrazione della giu­stizia la soluzione del problema. Polizia e Giustizia, dal canto loro, si trovano a dover intervenire so­lo sull’ultimo anello della catena, una catena spesso già spezzatasi per consentire alla nave di guada­gnare il mare aperto. Il Procurato­re generale Bruno Balestra, da tempo denuncia quest’anomalia, ma non sembra che il messaggio riesca a passare.
Procuratore, perché il messaggio non passa?

«Penso sia soprattutto perché tende a coinvolgere tutte le com­ponenti della società civile e non solo Polizia e Magistratura che, sempre più, sembrano diventate l’ultimo baluardo di certezza».

È ben vero che se anche Polizia e Ma­gistratura si ritraggono non restano più molti approdi sicuri!...

«Non dimentichi però che Poli­zia e Magistratura sono elemen­ti dell’organizzazione sociale, non la società. Quest’ultima è com­posta di famiglia, scuola, sanità, socialità, economia. Polizia e Ma­gistratura possono svolgere in modo efficace il loro ruolo solo se anche gli altri elementi svol­gono con altrettanta efficacia la loro funzione. Senza dimentica­re che l’aggregazione di elemen­ti non li modifica necessariamen­te. Solo la fusione di questi stessi elementi crea una sostanza nuo­va, magari migliore. In altri ter­mini: finché si sarà convinti che solo gli interventi di Polizia e Ma­gistratura possono dare sicurez­za, si eviterà di responsabilizza­re tutte le componenti sociali af­finché operino correttamente dando vita a un nuovo tipo di strategia, d’intervento».

Sta dicendo che contro l’infrazione delle leggi l’irrogazione della pena non basta a dare sicurezza?

«Esatto. Senza dimenticare che ormai tutti parlano di necessità di interventi politici capaci di ga­rantire la sicurezza, ma nessuno si preoccupa di definire cosa sia­no, oggi, in realtà, la sicurezza e l’insicurezza. A volte penso che il problema stia proprio nel fatto che, mancando definizioni pre­cise, si sia portati a confondere l’insicurezza dell’avere con l’in­sicurezza dell’essere».

Ovvero?

«La nostra società da tempo è portata ad attribuire importanza alle persone in base alle loro pos­sibilità materiali. Questo induce la maggior parte delle persone a filtrare la propria immagine di sé attraverso le possibilità finanzia­rie delle quali dispone. In psico­logia si parlerebbe di processo dell’autostima fondato sugli ave­ri. Ora è ben evidente che il rag­giungimento della ricchezza è un sogno poliedrico. La ricchezza, per un cittadino sub-sahariano, è poter approdare sulle coste eu­ropee; per un cittadino emigra­to, ma già residente in Europa, è quello di garantire ai propri figli
studi superiori; per un cittadino europeo, invece, è quello di man­tenere, inalterato, il benessere e lo status sociale acquisiti. In tut­ti questi casi l’impossibilità di rea­lizzare il sogno crea insicurezza. L’insicurezza crea tensioni, insta­bilità, violenza, aggressività. C’è chi esprime tutto ciò con atteg­giamenti autodistruttivi (dipen­denze da droga, alcool, medica­menti) o distruttivi degli altri:ag­gressività verbale, politica, fisica. Quest’aggressività esplode anche laddove meno te lo aspetti e in forme spesso choccanti. Risulta­to? Il cittadino si sente minaccia­to
Il PG Bruno Balestra
Il rispetto passa at­traverso la responsa­bilità di ognuno. La Giustizia, può solo applicare le leggi vo­lute da tutti

– dagli altri – e chiede prote­zione – allo Stato e per esso alla Polizia e alla Magistratura –».

Un serpente che si mangia la coda?

« No, semplicemente l’incapaci­tà di chiamare le cose con il loro nome e quindi d’intervenire al­l’origine del problema. So di ri­petere cose che ho già detto, ma… a volte mi chiedo se il cittadino si rende conto che le denunce, al Ministero pubblico, oggi giungo­no anche perché tra vicini di ca­sa si è passati alle maniere forti dandosi dell’illustrissimo. Un tempo questi “reati” erano di competenza del giudice di pace. Ora non sarà più possibile, e, nel frattempo, altri reati sollecitano vieppiù l’intervento di Polizia e Magistratura: lo spaccio e il con­sumo di sostanze stupefacenti; i reati finanziari; la criminalità in­formatica. La risposta non può essere solo quella della repres­sione dell’atto criminale».

E quale dovrebbe essere?

«Potrebbe essere quella di indi­viduare nell’incapacità di man­tenere il passo con i tempi che cambiano velocemente, una del­le maggiori fonti di insicurezza per la popolazione. Quello che penso sia importante fare è co­munque non confondere insicu­rezza con incertezza. L’incertezza accompagna la nostra cultura da sempre – “chi vuol esser lieto sia di doman non v’è certezza” dice­va già Lorenzo il Magnifico –. È ben chiaro che i grandi e profon­di
cambiamenti che stiamo vi­vendo, portino ad accrescere e a rinvigorire l’incertezza. Da qui al­la percezione di uno stato genera­le di insicurezza che produce il conseguente bisogno di maggio­re sicurezza, il passo è breve. Pen­so, sinceramente, che la garanzia di sicurezza possa essere garanti­ta – date queste premesse – da un solido impianto educativo».
Anche lei con la tesi che la scuola ha grandi responsabilità?

«No. Ho detto – e ribadisco – im­pianto educativo. Significa che sto pensando sì alla scuola, ma anche alla famiglia e alle perso­ne adulte con le quali i più giova­ni entrano in relazione. Il proble­ma, semmai, è sapere se, nella nostra società, ci sono ancora persone adulte, in grado di forni­re esempi positivi o se, invece, la nostra società ha fagocitato tutto in una massa che, compatta, è at­tratta solo dal sogno dell’avere. Una massa di individui che vivo­no solo l’oggi, dicendosi convin­ti dell’impossibilità di pianificare il futuro, di costruirlo e che poi, quando si trovano soli a pensare al domani, s’impauriscono fino a diventare ossessionati dal biso­gno di sicurezza».

Procuratore Balestra, cos’è, per lei, la sicurezza?

«È quello che una persona o una società è. La sicurezza è saper af­frontare la realtà delle cose o dei cambiamenti nella consapevolez­za che i valori che costituiscono
ciò che si è – come individui o co­me società – non ce li porta via nes­suno. La sicurezza è dunque con­sapevolezza di sé attraverso la quale definire e progettare nuovi modi per confrontarci con questa realtà in costante e veloce muta­mento, ma soprattutto con gli al­tri che, non dimentichiamolo, co­m­e noi stanno vivendo quest’epo­ca di importanti mutamenti. È con gli altri elementi – di questa nostra micro-società o di quella più va­sta, globale e globalizzata – che si può costruire un futuro reale di persone sicure perché libere».
La realtà ci dice però che le persone sono sempre più ripiegate su se stes­se e spesso la violenza è l’unico mez­zo di confronto praticato. Inevitabile pensare a Polizia e Magistratura co­me ad argini, a punti di riferimento…

«Senta, non molti anni fa, Polizia e Magistratura erano confrontati con episodi di violenza molto gra­vi: rapine con sparatorie, seque­stri di persona, omicidi. Questi casi sono diminuiti (e lo dicono le statistiche). Posso assicurarle che tale diminuzione non ha avu­to luogo solo a seguito degli in­terventi di Polizia e Magistratu­ra, ma anche per un semplice cal­colo fondato su rischio e profitto. Questi crimini sono risultati, con il passare degli anni, antiecono­mici per i loro autori che pertan­to si sono orientati su nuove for­me di delinquenza, quelle di cui dicevamo poco fa:spaccio di dro­ga, truffe finanziarie, criminalità informatica. Pensare a ricette standard per la sicurezza che fac­ciano capo solo ad interventi re­pressivi è, oggi più che mai, una chimera controproducente».

Lo Stato, i Comuni, sono però chia­mati dai cittadini a dare delle rispo­ste rapide e concrete alle richieste di maggiore sicurezza. La Giustizia può sottrarsi ai suoi compiti?

«No, certamente no. È, come le dicevo prima, un elemento im­portante della società ed è chia­mata a funzionare correttamente. Dev’essere però chiaro che l’effi­cacia del suo intervento è subor­dinata al buon funzionamento di tutti gli elementi che costituisco­no il corpo sociale. La Giustizia, come lo Stato, come i Comuni, è confrontata con le situazioni di paure spesso enfatizzate, con aspettative e giudizi emotivi me­diatizzati, con la richiesta, da par­te dei singoli, di diritti spropor­zionati in rapporto ai doveri con­cretamente praticati. Il rispetto passa attraverso la responsabili­tà di ognuno. La Giustizia, non lo si dimentichi, può solo applica­re le leggi volute da tutti».

Matilde Casasopra






 

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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