|
L’ INTERVISTA
’’
La sicurezza, inutile negarlo, sta diventando uno dei temi chiave delle
politiche europea, svizzera e ticinese. La frantumazione dei confini,
la «globalizzazione» non più confinabile al solo mondo di internet, la
progressiva contaminazione culturale, l’estrema mobilità della
popolazione mondiale concorrono ad aumentare il grado di insicurezza.
Spesso le risposte della politica sono riassumibili
in un delegare alla repressione e all’amministrazione della giustizia
la soluzione del problema. Polizia e Giustizia, dal canto loro, si
trovano a dover intervenire solo sull’ultimo anello della catena, una
catena spesso già spezzatasi per consentire alla nave di guadagnare il
mare aperto. Il Procuratore generale
Bruno Balestra,
da tempo denuncia quest’anomalia, ma non sembra che il messaggio riesca a passare.
Procuratore, perché il messaggio non passa?
«Penso
sia soprattutto perché tende a coinvolgere tutte le componenti della
società civile e non solo Polizia e Magistratura che, sempre più,
sembrano diventate l’ultimo baluardo di certezza».
È ben vero che se anche Polizia e Magistratura si ritraggono non restano più molti approdi sicuri!...
«Non
dimentichi però che Polizia e Magistratura sono elementi
dell’organizzazione sociale, non la società. Quest’ultima è composta
di famiglia, scuola, sanità, socialità, economia. Polizia e
Magistratura possono svolgere in modo efficace il loro ruolo solo se
anche gli altri elementi svolgono con altrettanta efficacia la loro
funzione. Senza dimenticare che l’aggregazione di elementi non li
modifica necessariamente. Solo la fusione di questi stessi elementi
crea una sostanza nuova, magari migliore. In altri termini: finché si
sarà convinti che solo gli interventi di Polizia e Magistratura
possono dare sicurezza, si eviterà di responsabilizzare tutte le
componenti sociali affinché operino correttamente dando vita a un
nuovo tipo di strategia, d’intervento».
Sta dicendo che contro l’infrazione delle leggi l’irrogazione della pena non basta a dare sicurezza?
«Esatto.
Senza dimenticare che ormai tutti parlano di necessità di interventi
politici capaci di garantire la sicurezza, ma nessuno si preoccupa di
definire cosa siano, oggi, in realtà, la sicurezza e l’insicurezza. A
volte penso che il problema stia proprio nel fatto che, mancando
definizioni precise, si sia portati a confondere l’insicurezza
dell’avere con l’insicurezza dell’essere».
Ovvero?
«La
nostra società da tempo è portata ad attribuire importanza alle persone
in base alle loro possibilità materiali. Questo induce la maggior
parte delle persone a filtrare la propria immagine di sé attraverso le
possibilità finanziarie delle quali dispone. In psicologia si
parlerebbe di processo dell’autostima fondato sugli averi. Ora è ben
evidente che il raggiungimento della ricchezza è un sogno poliedrico.
La ricchezza, per un cittadino sub-sahariano, è poter approdare sulle
coste europee; per un cittadino emigrato, ma già residente in Europa,
è quello di garantire ai propri figli
studi superiori; per un cittadino europeo, invece, è quello di
mantenere, inalterato, il benessere e lo status sociale acquisiti. In
tutti questi casi l’impossibilità di realizzare il sogno crea
insicurezza. L’insicurezza crea tensioni, instabilità, violenza,
aggressività. C’è chi esprime tutto ciò con atteggiamenti
autodistruttivi (dipendenze da droga, alcool, medicamenti) o
distruttivi degli altri:aggressività verbale, politica, fisica.
Quest’aggressività esplode anche laddove meno te lo aspetti e in forme
spesso choccanti. Risultato? Il cittadino si sente minacciato
‘
Il PG Bruno Balestra
Il rispetto passa attraverso la responsabilità di ognuno. La Giustizia, può solo applicare le leggi volute da tutti
– dagli altri – e chiede protezione – allo Stato e per esso alla Polizia e alla Magistratura –».
Un serpente che si mangia la coda?
«
No, semplicemente l’incapacità di chiamare le cose con il loro nome e
quindi d’intervenire all’origine del problema. So di ripetere cose
che ho già detto, ma… a volte mi chiedo se il cittadino si rende conto
che le denunce, al Ministero pubblico, oggi giungono anche perché tra
vicini di casa si è passati alle maniere forti dandosi
dell’illustrissimo. Un tempo questi “reati” erano di competenza del
giudice di pace. Ora non sarà più possibile, e, nel frattempo, altri
reati sollecitano vieppiù l’intervento di Polizia e Magistratura: lo
spaccio e il consumo di sostanze stupefacenti; i reati finanziari; la
criminalità informatica. La risposta non può essere solo quella della
repressione dell’atto criminale».
E quale dovrebbe essere?
«Potrebbe
essere quella di individuare nell’incapacità di mantenere il passo
con i tempi che cambiano velocemente, una delle maggiori fonti di
insicurezza per la popolazione. Quello che penso sia importante fare è
comunque non confondere insicurezza con incertezza. L’incertezza
accompagna la nostra cultura da sempre – “chi vuol esser lieto sia di
doman non v’è certezza” diceva già Lorenzo il Magnifico –. È ben
chiaro che i grandi e profondi
cambiamenti che stiamo vivendo, portino ad accrescere e a rinvigorire
l’incertezza. Da qui alla percezione di uno stato generale di
insicurezza che produce il conseguente bisogno di maggiore sicurezza,
il passo è breve. Penso, sinceramente, che la garanzia di sicurezza
possa essere garantita – date queste premesse – da un solido impianto
educativo».
Anche lei con la tesi che la scuola ha grandi responsabilità?
«No.
Ho detto – e ribadisco – impianto educativo. Significa che sto
pensando sì alla scuola, ma anche alla famiglia e alle persone adulte
con le quali i più giovani entrano in relazione. Il problema, semmai,
è sapere se, nella nostra società, ci sono ancora persone adulte, in
grado di fornire esempi positivi o se, invece, la nostra società ha
fagocitato tutto in una massa che, compatta, è attratta solo dal sogno
dell’avere. Una massa di individui che vivono solo l’oggi, dicendosi
convinti dell’impossibilità di pianificare il futuro, di costruirlo e
che poi, quando si trovano soli a pensare al domani, s’impauriscono
fino a diventare ossessionati dal bisogno di sicurezza».
Procuratore Balestra, cos’è, per lei, la sicurezza?
«È
quello che una persona o una società è. La sicurezza è saper
affrontare la realtà delle cose o dei cambiamenti nella
consapevolezza che i valori che costituiscono
ciò che si è – come individui o come società – non ce li porta via
nessuno. La sicurezza è dunque consapevolezza di sé attraverso la
quale definire e progettare nuovi modi per confrontarci con questa
realtà in costante e veloce mutamento, ma soprattutto con gli altri
che, non dimentichiamolo, come noi stanno vivendo quest’epoca di
importanti mutamenti. È con gli altri elementi – di questa nostra
micro-società o di quella più vasta, globale e globalizzata – che si
può costruire un futuro reale di persone sicure perché libere».
La
realtà ci dice però che le persone sono sempre più ripiegate su se
stesse e spesso la violenza è l’unico mezzo di confronto praticato.
Inevitabile pensare a Polizia e Magistratura come ad argini, a punti
di riferimento…
«Senta,
non molti anni fa, Polizia e Magistratura erano confrontati con episodi
di violenza molto gravi: rapine con sparatorie, sequestri di persona,
omicidi. Questi casi sono diminuiti (e lo dicono le statistiche). Posso
assicurarle che tale diminuzione non ha avuto luogo solo a seguito
degli interventi di Polizia e Magistratura, ma anche per un semplice
calcolo fondato su rischio e profitto. Questi crimini sono risultati,
con il passare degli anni, antieconomici per i loro autori che
pertanto si sono orientati su nuove forme di delinquenza, quelle di
cui dicevamo poco fa:spaccio di droga, truffe finanziarie, criminalità
informatica. Pensare a ricette standard per la sicurezza che facciano
capo solo ad interventi repressivi è, oggi più che mai, una chimera
controproducente».
Lo
Stato, i Comuni, sono però chiamati dai cittadini a dare delle
risposte rapide e concrete alle richieste di maggiore sicurezza. La
Giustizia può sottrarsi ai suoi compiti?
«No,
certamente no. È, come le dicevo prima, un elemento importante della
società ed è chiamata a funzionare correttamente. Dev’essere però
chiaro che l’efficacia del suo intervento è subordinata al buon
funzionamento di tutti gli elementi che costituiscono il corpo
sociale. La Giustizia, come lo Stato, come i Comuni, è confrontata con
le situazioni di paure spesso enfatizzate, con aspettative e giudizi
emotivi mediatizzati, con la richiesta, da parte dei singoli, di
diritti sproporzionati in rapporto ai doveri concretamente praticati.
Il rispetto passa attraverso la responsabilità di ognuno. La
Giustizia, non lo si dimentichi, può solo applicare le leggi volute da
tutti».
Matilde Casasopra
|
Commenti