Da: La regione 25.4.09 pag 19
Era indagato e opera al Cardiocentro.
Medico prosciolto per intervenuta prescrizione in Italia, ma il reato di lesioni è stato accertato. E il Dss non sapeva
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Opera da oltre due anni al Cardiocentro Ticino di Lugano, dove è stato promosso a caposervizio, nonostante nei suoi confronti pendesse un procedimento penale dal marzo 2007 nell’ambito di un’inchiesta di malasanità. Lo scorso febbraio la vicenda giudiziaria si è per lui conclusa in prima istanza con un proscioglimento ma non con un’assoluzione. Il reato – lesioni volontarie (per cui era stata richiesta una pena di 6 mesi ridotti a 4 in rito abbreviato) – è infatti stato accertato dal giudice, che ne ha però dovuto decretare la prescrizione. Lo specialista ha impugnato la sentenza chiedendo l’assoluzione.
Per il cardiochirurgo vale naturalmente la presunzione di innocenza, ma il caso – denunciato giovedì sera dalla trasmissione della Rsi, Falò in un’inchiesta intitolata ‘Cardiochirurgia a cottimo’ realizzata da Franca Verda Hunziker e Matteo Emery – ha sollevato numerosi interrogativi. In Italia la vicenda di malasanità – il caso è scoppiato per operazioni chirurgiche a cuore aperto (quindi ad alto rischio) su pazienti che non ne avevano bisogno – ha coinvolto tutto il reparto di cardiochirurgia della modernissima clinica Humanitas di Rozzano, nell’hinterland milanese. Il principale indagato, l’ex primario, ora in pensione, Roberto Gallotti, è stato condannato in primo grado a 7 anni e 3 mesi di reclusione, ridotti a 4 anni e 10 mesi in rito abbreviato per lesioni gravi e gravissime in 7 casi di interventi non dovuti, omicidio preterintenzionale e falsificazione di una lettera di dimissione. Anche lui è ricorso in appello.
E nell’inchiesta, come detto, era finito anche il cardiochirurgo che oggi opera al Cardiocentro di Lugano, accusato con Gallotti di un intervento indebito compiuto nel 2001. Il chirurgo – ha messo in luce la trasmissione televisiva Falò citando le deposizioni agli atti – si difende adducendo di aver eseguito l’intervento su ordine del primario senza preoccuparsi di alcunché. Ma il giudice, nella sentenza, scrive: «Che il chirurgo in questione sia stato pienamente consapevole nonché concorrente nella decisione del Gallotti è dimostrato dalla acritica adesione all’esecuzione dell’intervento (...)», «... sostenere che il chirurgo operatore debba essere un mero esecutore inconsapevole (...), è visione della realtà che offende il buon senso e l’intelligenza propria e altrui...».
Ma l’inchiesta di Falò ha aperto altri interrogativi. L’autorità di vigilanza del Dipartimento della sanità e della socialità (Dss) non ne sapeva nulla. Il professor Tiziano Moccetti, primario del Cardiocentro di Lugano, (che alla Rsi non ha voluto rilasciare dichiarazioni) avrebbe dovuto informare l’ufficio sanità dell’esistenza di un procedimento penale pendente sul suo caposervizio di cardiochirurgia. Questo non è stato fatto, in violazione delle direttive e del dovere di trasparenza verso l’autorità di vigilanza cantonale. «Chiediamo che sia il datore di lavoro, quindi di regola il primario che assume, che ci attesti l’idoneità del candidato» - ha spiegato a Falò il capo ufficio Sanità del Dss, Stefano Radczuweit.
E proprio a seguito dell’inchiesta di Falò, il Dss ha inviato agli operatori sanitari una circolare comunicando loro norme di autocertificazione più severe a partire dal 1 maggio 2009, estendendone l’obbligatorietà anche ai medici dipendenti.

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