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Marito e moglie settantenni insieme alla figlia quarantenne da
ieri davanti alla Corte delle Correzionali di Lugano con l’accusa di
impiego illecito di valori patrimoniali e falsità in documenti. La
sentenza è attesa oggi
Cosa fareste se una mattina, improvvisamente, sul vostro modesto conto
bancario «piovessero » 400 mila franchi di cui avete sempre ignorato
l’esistenza? Soprattutto come vi comportereste se ai vostri dubbi
seguissero ripetute assicurazioni da parte dei funzionari
dell’istituto di credito che quel denaro è vostro a tutti gli effetti?
Sono domande che sorgono spontanee alla luce della vicenda
ricostruita ieri davanti alla Corte delle Assise Correzionali di Lugano
presieduta dal giudice Mauro Ermani. Alla sbarra due coniugi
settantenni e la figlia quarantenne, finitiinaulaperunerrore bancario
e oggi accusati di impiego illecito di valori patrimoniali e falsità
in documenti. Tutto ha inizio sette anni or sono quando, da un giorno
all’altro, sul loro conto all’ UBS finiscono circa 400 mila franchi.
Per una famiglia che fino a quel momento ha dovuto affrontare mille
difficoltà per «sbarcare il lunario» si tratta
di un fulmine a ciel sereno. Non capacitandosi dell’origine di tutto
quel denaro, espongono i propri dubbi al consulente bancario:
quest’ultimo, dopo un rapido controllo, gli assicura che, sì, quei
soldi sono proprio loro. Il dubbio però resta e per un anno nessuno in
famiglia tocca quel denaro. Nel frattempo ulteriori incontri con il
funzionario della banca, ottengono le medesime assicurazioni e a
questo punto gli imputati, poco avvezzi agli strumenti finanziari, si
convincono che si tratta del frutto di un piccolo investimento
effettuato diversi anni prima e decidono di utilizzare questa
improvvisa ricchezza per far fronte alle spese quotidiane.
Nel 2007 un cliente italiano dell’ UBS, dopo ben 11 anni di silenzio
si fa vivo per avere il saldo del proprio conto e, con sua massima
sorpresa, scopre che lo stesso è stato chiuso e svuotato di ogni
avere. Scoppia il caso e con un rapido controllo interno i vertici
dell’istituto scoprono un disguido che ha dirottato titoli e liquidi
del cliente sul conto degli imputati: colpevole un impiegato che aveva
involontariamente aggiunto un paio di cifre in più al numero di conto
provocando il trasferimento. In tutto questo lasso di tempo, buona
parte del denaro è però stato speso e da parte della banca, nel
frattempo costretta a risarcire il cliente, parte una denuncia nei
confronti della
famiglia. Il primo magistrato che vaglia il caso, ritenendo credibile
la buona fede degli imputati, decide per un non luogo a procedere nei
loro confronti. Una decisione impugnata dall’ UBS davanti alla Camera
dei ricorsi penali del Tribunale d’appello che accoglie la proposta di
atto d’accusa stilato dall’istituto.
Adesso siamo arrivati al processo. Gli imputati ieri in aula hanno ribadito la correttezza del proprio
agire sostenuta dalle ripetute assicurazioni ottenute all’interno
della banca stessa. Ma buona parte dei soldi non ci sono più e, pur
considerando il lato umano dell’intera vicenda, la pubblica accusa,
sostenuta dalla procuratrice Monica Galliker, è giunta alla
conclusione che i reati furono effettivamente commessi. Il dubbio
dell’origine del denaro c’era dunque gli imputati avrebbero dovuto
comportarsi di conseguenza. Per loro ha quindi proposto pene
pecuniarie da un minimo di 6.300 a un massimo di 7.200 franchi sospesi
condizionalmente per un periodo di prova di due anni. Sulla medesima
linea il legale di parte civile, avvocato Aron Camponovo, che ha
chiesto il risarcimento di un danno per 267 mila franchi.
Di diverso avviso i difensori, avvocati Andrea Carri e Patrick
Untersee, che hanno chiesto l’assoluzione. Entrambi hanno ritenuto
grave l’atteggiamento della banca, evidenziando allo stesso tempo
l’assenza di prove in grado di mettere in dubbio la buona fede dei
propri assistiti. Senza contare che i reati nel frattempo sono andati
in prescrizione. La sentenza è attesa per stamane.
-gr-
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