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Da3a2 mesi di detenzione sospesi con la condizionale per un
periodo di prova di due anni. Così ha deciso la Corte nei confronti
della famiglia che spese soldi erroneamente trasferiti sul proprio
conto bancario
«La banca ha commesso una grave negligenza ma voi eravate consapevoli
che i 400 mila franchi finiti improvvisamente sul conto di famiglia
non potevano essere soldi vostri, ancor meno che poteva trattarsi dei
frutti di 38 mila franchi investiti tempo addietro ». Con queste
parole il presidente della Corte delle Assise Correzionali di Lugano,
giudice Mauro Ermani, ha confermato l’accusa di impiego illecito di
valori patrimoniali per due coniugi settantenni e per la figlia
quarantenne che, sull’arco di alcuni anni, spesero parte dei fondi
erroneamente trasferiti sul loro conto all’ UBS in seguito all’errore
di un impiegato della medesima
banca.Pertuttietresonostateirrogatecondannedaunmassimo di tre mesi di
detenzione sospesi a un minimo di due mesi sempre con la condizionale
(la procuratrice Monica Galliker aveva proposto pene pecuniarie da
6.300 a 7.200 franchi, sospese).
Il giudice non ha voluto tenere conto della buona fede più volte
invocata dai difensori, avvocati Patrick Untersee e Andrea Carri, per
contro ha però ridotto a 135 mila franchi il danno effettivo sofferto
dall’istituto di credito e questo in conseguenza al fatto che parte dei
prelevamenti indebiti effettuati dagli imputati sono andanti in
prescrizione.
La vicenda risale infatti al 2000 quando, da un giorno all’altro, gli
imputati si ritrovarono tra le mani circa 400 mila franchi. Non
capacitandosi dell’origine di tutto quel denaro piovuto dal cielo,
esternarono più volte i propri dubbi al consulente dell’ UBS a cui
facevano solitamente capo, ricevendo regolarmente assicurazioni che,
sì, tutti quei soldi erano proprio loro. Poco avvezzi agli strumenti
finanziari, giustificarono la grossa entrata come il frutto
dell’investimento di 38 mila franchi effettuato diversi anni prima,
decidendo di utilizzare
l’improvvisa ricchezza per far quadrare le spese quotidiane.
Nel 2007 un cliente italiano dell’ UBS, dopo ben 11 anni di
silenzio, chiese alla banca il saldo del proprio conto e, con sua
massima sorpresa, venne a sapere che lo stesso era stato chiuso e
svuotato di ogni avere. La richiesta di spiegazioni da parte di
quest’ultimo diede avvio a un’inchiesta interna che portò i vertici
dell’istituto a individuare un disguido: anni prima un impiegato
aveva involontariamente aggiunto un paio di cifre in più al numero
di conto del cliente italiano provocando il trasferimento dei titoli
sul conto degli imputati. La banca, costretta a risarcire il cliente
danneggiato, presentò subito querela nei confronti della famiglia. Il
primo magistrato che si chinò sul caso, ritenendo credibile la buona
fede degli imputati, decise per un non luogo a procedere nei loro
confronti. Una decisione poi impugnata dall’ UBS davanti alla Camera
dei ricorsi penali del Tribunale d’appello che accolse la proposta di
atto d’accusa stilato dall’istituto,
portando davanti ad una Corte i tre imputati.
In sede di sentenza il giudice Ermani non ha avuto dubbi sulla
colpevolezza degli imputati che si sono adagiati sulle parole del
consulente bancario. «Dubbi ne hanno avuti e se avessero dichiarato di
non essere gli aventi diritto economico dei beni finiti sul loro
conto, tutto si sarebbe fermato». Colpa degli imputati, sì, ma anche
importante concolpa della vittima: «se il consulente avesse fatto il
proprio dovereha rilevato Ermani – non saremmo sicuramente qui a
parlare di indebiti prelevamenti». E proprio sulla base di questa
concolpa il giudice si è trovato nell’impossibilità di calcolare le
pretese di risarcimento richieste dall’istituto di credito, che ha
rinviato al foro civile. «Non siete certamente dei delinquenti – ha
terminato il giudice rivolgendosi agli imputati – ma quando avete
ricevuto soldi che sospettavate non essere vostri, non bisognava
prenderli e se la banca insisteva occorreva allora chiedere una
giustificazione». Intanto la difesa ha già annunciato l’intenzione di
inoltrare dichiarazione di ricorso.
-gr-
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