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Da: La regione 13.2.09 pag 5

Negato il rimpatrio forzato

 Losanna - Sconfessando l'Ufficio federale della migrazione (Ufm), il Tribunale federale ha ordi­nato oggi la scarcerazione di due nordafricani che rifiutano di tornare in patria di propria vo­lontà e che non possono essere rimpatriati con la forza.
  Renitenti al rimpatrio, entrambi hanno trascorso 20 mesi in detenzione amministrativa in vista della loro espulsione. Difficoltà supplementare: né l'Algeria né il Marocco, di cui i due detenuti sono cittadini, accettano i rimpatri forzati.
  Mentre le autorità di Basilea- campagna hanno optato per la scarcerazione dei due individui, l'Ufm avrebbe voluto prolungare la loro deten­zione per ulteriori 4 mesi, fino alla scadenza della durata massima della detenzione ammi­nistrativa.

 

Da: La regione 13.2.09 pag 36

Vado dal papà

  Siena - Un quattordicenne ha rubato l'auto alla madre ed è partito da Siena per tentare di raggiungere il padre che vive in un paese del­l'ex Unione Sovietica. La fuga del ragazzino si è però conclusa a Mona­co di Baviera (Germania), dove è stato fermato dalla polizia perché ha attraversato un incrocio con il semaforo rosso.
  Era stata la madre del quattordicenne, nei giorni scorsi, a dare l'al­larme e avvisare i carabinieri di Siena della scomparsa del figlio. Il bambino non c'era più ed erano spariti anche l'auto della donna e ol­tre duemila euro di risparmi che la signora custodiva in casa.

 

Da: La regione 18.2.09 pag 17

Gli ucraini insistono: vogliono i soldi per la casa
 Per la famiglia salvata al Lema già raccolte promesse per 20'000 franchi

Nonostante il disappunto di fra Marti­no Dotta, colui che sin dall'inizio si è pre­so a cuore la vicenda umanitaria, la fami­glia ucraina - madre e cinque figli - salva­ta dalla Rega sulle pendici del Monte Lema il 20 gennaio 2008 dopo essere entra­ta illegalmente in Svizzera, si sta battendo per ottenere i soldi per l'acquisto di una casa in Ucraina, prima di lasciare (a gior­ni) la Svizzera.
  L'appello lanciato la scorsa settimana dalle colonne de Le Matin (cfr. laRegione­Ticino del 13 febbraio scorso) per racco­gliere i soldi necessari per l'acquisto di una casa in Ucraina lanciato dalla Chiesa Evangelica del Risveglio di Martigny - no­nostante i disappunti espressi da fra Mar­tino Dotta e da più parti (la notizia aveva ottenuto l'indomani ampio eco anche sul Blick) - ha avuto comunque successo. A oggi, infatti, si contano già promesse di versamento per complessivi 20' 000 fran­chi. La famiglia ucraina ha però nel frat­tempo ridotto le pretese: dagli iniziali 60'000 franchi, intende ora darsi l'obietti­vo di raccoglierne la metà, 30'000 franchi, comprensivi pure dell'apertura di un ne­gozio.
  « Io rimango contrario alla scelta della famiglia di battersi per l'acquisto di una casa» - spiega fra Martino Dotta, che aggiunge: «Ritengo che la priorità dei soldi versati in loro solidarietà, compresi i 30 mila franchi versati generosamente l'anno scorso da privati e di cui, dopo spese per il vestiario, ne rimangono 19'000, vadano spe­si per la famiglia con parsimonia e proget­tualità ».
  La Chiesa del Risveglio - ha spiegato al­l'agenzia telegrafica svizzera il pastore
 Philippe Rothenbühler
- ha intenzione di mantenere il contatto con la famiglia anche una volta tornata in patria e non ha escluso di continuare ad assisterla in futu­ro.
  « Un pastore missionario di Martigny, che conosce bene l'Ucraina, potrebbe veder­si affidato questo compito » - ha precisato Rothenbühler all'Ats.
  Il rientro in Ucraina della famiglia, che risiede attualmente a St- Gingolph ( Vs) è imminente. Come noto, infatti, la doman­da d'asilo è stata respinta dall'Ufficio fede­rale delle migrazioni in giugno, decisione confermata dal Tribunale amministrativo federale, secondo cui il conflitto fra la ma­dre e l'ex marito, nonché le divergenze con la sua comunità religiosa, non costi­tuiscono motivi sufficienti per ottenere l'asilo. «Il loro rientro in patria è deciso da tempo ed è imminente, visto che ora la fami­glia ha pure ottenuto i documenti di viag­gio » - fa sapere fra Martino Dotta, il quale rimane in costante contatto con la donna e i cinque figli.
ATS/G.G.

 

Da: La regione 13.2.09 pag 21

La famiglia ucraina gela gli svizzeri
 Appello per comprare una casa in Ucraina. Il disappunto di fra Martino, che però esclude versamenti pubblici


  È prossima al rimpatrio la fa­miglia ucraina salvata il 20 gennaio 2008 sul Monte Lema. Ma se questo sofferto ‘viaggio della speranza' ha tanto com­mosso e generato da più parti della Svizzera spontanee mani­festazioni di solidarietà - sfo­ciate pure con una colletta pro­mossa dal SonntagsBlick che ha raccolto ben 30'000 franchi - la vicenda sta ora assumendo considerazioni di segno oppo­sto. La famiglia in un'intervi­sta pubblicata martedì da Le Matin e ampiamente ripresa ieri dal Blick, ha lanciato un appello per ottenere il versa­mento di altri soldi per rag­giungere complessivi 60' 000 franchi allo scopo di acquistare una casa in Ucraina.
  «Ho espresso alla famiglia il mio totale disappunto e mi sono distanziato da questa loro deci­sione. Ma si sono intestarditi e ogni mio suggerimento è rima­sto inascoltato» - ci spiega fra
 Martino Dotta,
che sin dall'i­nizio s'è preso a cuore a titolo personale questa storia di aiu­to umanitario. Aggiunge il di­rettore di Soccorso Operaio: « Nell'ambito dell'asilo, in casi particolari l'Ufficio federale della migrazione s'impegna ad aiutare i richiedenti a trovare un alloggio nella loro patria. A me spiace, e analogo parere me lo ha espresso oggi l'avvocato Marco Garbani (il legale che s'è occupato degli aspetti legali della vicenda, ndr) che questa storia abbia assunto questi con­torni e che stia passando il se­gno ».
 
Anche molti lettori de Le Matin, nello spazio riservato al blog, hanno espresso per­plessità. Qualcuno servendosi pure del sarcasmo e chiedendo ‘ A quando la piscina e la jacuz­zi?'.
 
E ieri sull'argomento il granconsigliere della Lega dei Ticinesi, Lorenzo Quadri, ha inviato un'interrogazione al­l'indirizzo del governo, dal ti­tolo ‘ La famiglia ucraina en­trata illegalmente dal Lema chiede 60' 000 franchi per la­sciare la Svizzera?'. Ma fra Martino Dotta esclu­de che la donna, Lilia Boldyre­va e i suoi cinque figli, abbia­no avanzato la richiesta di ul­teriore denaro come condizio­ne del loro rientro in patria.
 «Attualmente la famiglia si tro­va a Martigny e a giorni farà rientro in Ucraina. Questo dopo aver sbrigato le pratiche per l'ottenimento dei documenti per il viaggio: nessuno dei compo­nenti della famiglia, in contatto con il Consolato di Ucraina a Berna, possiede infatti un pas­saporto valido».
 
Fra Martino Dotta, rispon­dendo indirettamente ai quesi­ti posti dal parlamentare Lo­renzo Quadri, sottolinea come i soldi raccolti a favore della famiglia ucraina (30 mila fran­chi, divenuti dopo un anno di permanenza in Svizzera 19 mila per l'acquisto di vestia­rio) provengano unicamente da attestazioni di solidarietà private e nessun versamento è stato elargito dall'Ente pub­blico.
  Personalmente il direttore di Soccorso Operaio dubita che l'appello della famiglia ucraina per nuovi soldi fina­lizzati all'acquisto di una casa troverà riscontri. « In questo caso - osserva fra Martino - dovranno forzatamente optare per un appartamento in affitto. Il sogno della donna e della fi­glia maggiorenne è quello di riuscire ad aprire un negozio di alimentari in Ucraina e per questo hanno già ottenuto le promesse di aiuto da parte di una fondazione svizzera di Ser­vizio sociale internazionale » .
 
Intanto, a giorni, la fami­glia, che poco più di un anno fa entrò illegalmente in Svizzera sfidando la neve e il freddo e ri­manendo diverse ore all'ad­diaccio sulle pendici del Mon­te Lema, dovrà fare rientro in Ucraina. La loro domanda d'a­silo, dopo diversi ricorsi e ri­chieste di rinvio, è stata re­spinta in modo definitivo, es­senzialmente perché l'Ucraina è un Paese ritenuto sicuro.
 G.G.
 

 

 

Da: Il Mattino della domenica, 8.2.09, pag 10

Omicidio Tamagni: per quelli che "10 anni sono troppi"

Ci vuole proprio tutta

Intanto nel Canton Vaud - che non ci risulta essere una dittatura fascista - danno l'ergastolo

Le esternazioni sul processo Tamagni di Franco Cavalli, ex Consigliere nazionale tramutatosi poi, dopo che aveva dichiarato di essere stufo della politica, in aspirante Consigliere agli Stati, esimio oncologo ma decisamente meno esimio politico, hanno fatto infuriare praticamente tutti.

Non vogliamo entrare nel merito delle asserzioni dell'ex politico perché finiremmo col ripetere quanto è già stato detto da molti - anche su questo giornale.

Non si sa con quale cognizione di causa e in base a quali approfondimenti, il prof Cavalli ritenga che 10 anni di carcere - che poi in realtà si tradurranno in un periodo decisamente più limitato, sicché tra 5 anni male che vada chi ha ricevuto una pena decennale potrà comunque beneficiare della semilibertà - siano "troppi". Fa specie una simile asserzione da parte di un oncologo, che il valore della  vita umana dovrebbe conscerlo.

E' chiaro che ad infastidire certa $inistra internazionalista, secondo la quale i cittadini stranieri che arrivano in Svizzera sono tutti brava gente, senza nessun problema di integrazione, è il fatto che la cronaca, purtroppo in modo sempre più tragico, dia ragione a chi invece sostiene che la criminalità d'importazione, giovanile e non, è un problema reale.

Il che non significa, è ovvio, che tutti i cittadini stranieri siano delinquenti o disonesti: sappiamo benissimo che tra loro ci sono persone degnissime, ed è bene ribadirlo, malgrado si tratti di una banalità, perché a $inistra sono un po' duri di comprendonio.

Premio allo squallore

Assolutamente squallidi i recenti tentativi del giornale di servizio dei radical-$ocialisti, ovvero la Regione, di giocare con le cifre sostenendo che tra i giovani violenti ci sono più svizzeri che stranieri. E' vero, lo abbiamo scritto più volte, che le percentuali sono 60 a 40. Quello che il foglio bellinzonese non dice (chissà perché) è che in Ticino la percentuale di popolazione straniera non è del 40% ma attorno al 25%.

Da ciò ne consegue - è matematica, e non un'opinione - che, in proporzione, i giovani stranieri violenti sono quasi il doppio di quelli svizzeri.

Una realtà che non può che provocare travasi di bile ad internazionalisti ad oltranza quali il prof. Cavalli. Ecco quindi che l'omicidio di Damiano Tamagni viene trasformato una ragazzata e comunque un caso isolato. Ecco dunque che si viene a dire che 10 anni sono troppi. Che si tratta di una condanna figlia del "razzismo": eh sì, perché non volersi portare in casa la criminalità straniera è "razzismo". Razzismo che si estenderebbe, secondo la visione distorta della $inistra ammiratrice di Cuba (nota culla di democrazia e fulgido esempio di Stato di diritto, ma questo è un altro discorso...) anche alla giustizia ticinese.

Il problema è chi denuncia

Un po' come il caso del Mattino - in realtà si trattava del Mattinonline - segnalato al Ministero pubblico per aver pubblicato il nome di un cittadino straniero che pretendeva di farsi naturalizzare malgrado i pesanti precedenti penali in qualità di passatore (!), nonché il più che verosimile abuso di prestazioni sociali, lavoro nero e quant'altro.

Il problema, secondo certa gente, non sono i fatti reali: il problema è chi li denuncia. Il problema non è la criminalità d'importazione: il problema sono quei razzisti, fascisti, populisti, ecc, che osano costatarne l'esistenza e - orrore! - hanno perfino la faccia tosta di dirlo a gran voce infrangendo il sacro tabù del politicamente corretto secondo cui certe cose al massimo le si possono pensare, ma mai e poi mai scrivere!

Stesso discorso vale per gli asilanti in via Nassa. Il problema non è l'invasione di asilanti, il problema è il Sindaco di Lugano che osa alzare la voce a difesa della sua Città. Così di riflesso assistiamo allo spassoso spettacolo dei kompagni che lanciano strali ai funzionari cantonali aderenti al loro partito e di certa fede $ocialista accusati di aver "calato le braghe".

L'esempio vodese

Ma a mettere a tacere una volta per tutte l'ex politico Cavalli e tutti quanti la pensano come lui, ci pensa il Canton Vaud, che non ci risulta essere una dittatura fascista.

Ebbene, nel Canton Vaud a due giovani delinquenti che avevano assassinato un uomo senza motivo, è stato dato l'ergastolo. Capito kompagni? L'ergastolo (che in Svizzera significa 20 anni). Ovvero il doppio di quanto hanno beccato gli assassini di Damiano Tamagni. Altro che venire a dire che 10 anni sono troppi! Dieci anni, l'abbiamo già detto in tempi non sospetti, sono semmai troppo pochi. Non si tratta certo di una condanna esemplare.

A proposito, una cosa ci sembra pacifica: dal momento che - come amano sottolineare i $inistrorsi - i delinquenti ci sono anche tra gli svizzeri, a maggior ragione non abbiamo nessun bisogno di tenerci quelli d'importazione: ci bastano, appunto, i nostri.

Morale, ai tre criminali di origine balcanica che hanno barbaramente ucciso Damiano Tamagni, va ritirata (a chi ce l'ha) la nazionalità svizzera, e il trio va espulso definitivamente dal nostro Paese.

Al proposito, sensogiovane.ch sul suo omonimo sito ha lanciato una petizione: firmatela tutti!

Lorenzo Quadri

 

 

 

Da: Il Mattino della domenica, 8.2.09, pag 5

Giustizia

Un avvocato che corre su troppi... binari

Il giudice del tribunale penale e presidente della Commissione di vigilanza sanitaria, avvocato Mauro Ermani, si può considerare (anche in questa vicenda) tutto fuorché "un avvocato indipendente". Più volte in passato lo stesso Ermani ha dovuto decidere la vertenza tra un paziente, di cui è stato anche per un certo tempo rappresentante legale, ed il suo medico. Fioravera, questo il nome del paziente, ha poi denunciato Ermani (prima come avvocato e poi come pretore) a varie autorità giudiziarie e l'ha pure segnalato all'Ordine degli avvocati.

Contro lo stesso Ermani, sempre Fioravera, ha spiccato persino un precetto esecutivo di centomila franchi. Tutto - inutile dirlo - è terminato con un nulla di fatto.

Ma la questione è un'altra. Ci si chiede come sia possibile che, in uno Stato che si definisce di "diritto", uno di questi magistrati, avvocato, presidente di una Commissione amministrativa, già pretore, addirittura giudice del tribunale penale, partecipi ad una decisione che origina da una denuncia o segnalazione in cui il denunciante ha avuto con lui in passato gravi conflitti quali quelli enunciati?

Quale può essere il valore di tale atto? Dov'è il famoso giudice imparziale? Com'è possibile e fino a che punto tollerabile, l'agire di un Magistrato che partecipa a decisioni che non può oggettivamente ponderare e prendere con la dovuta serenità e distanza perché ha tutti i motivi per avere delle preclusioni nei confronti di una delle parti in causa?

Se l'amministrazione della giustizia è in mano a simili personaggi, c'è da  essere veramente e seriamente preoccupati...

 

 

 

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