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Da: www.mattino.it

Ramtha la luce / «Giustizia, il fegato di uno contro tutti»  

Scritto da Redazione   
sabato 07 febbraio 2009
chiaroveggente1.jpgChe fa un magistrato coerente quando l'atto di accusa che gli arriva tra le mani è di produzione pedestre? Lo respinge al mittente (magari facendosi venire un attacco d'ulcera). Per noi, Claudio Zali sempre numero uno.

*****

 

Anche questa settimana, volente o nolente, il giudice Claudio Zali si è messo in evidenza fuori dal coro e costringe pertanto il vostro veggente a parlare di lui. Di bel nuovo, difatti, Zali si trova al centro di un episodio che provoca uno strappo nel "sistema" - già ampiamente screditatosi - della magistratura ticinese. Non per fare la Cassandra, ma se le cose continuano in questo modo chissà che cosa il procuratore generale non si inventerà per costringere Claudio Zali ad andarsene dagli omertosi ranghi del potere giudiziario nel nostro Cantone...

 

Sostanzialmente, che cosa è accaduto? È accaduto che il giudice Claudio Zali ha dovuto sospendere un processo; anzi, per la verità egli non ha nemmeno potuto incominciarlo, poiché l'atto d'accusa - che è il documento fondante - era malfatto a tal punto da risultare incomprensibile. Sicché il togato, trovandosi confrontato con una falsa pista che derivava dal pretendere che detto documento fosse una registrazione oggettiva dei fatti penalmente rilevanti, con grande onestà intellettuale si è rifiutato di celebrare il processo. Sarebbe stato, difatti, come un voler giocare la partita a scacchi senza che si disponesse dell scacchiera... Una barzelletta, se non fosse che stiamo parlando di giustizia, con tutte le implicazioni in termini di "manette facili" e di drammi umani. Per quel che è dato di sapere, e lo si ripete affinché tutti capiscano, stando al giudice "ribelle" quell'indagine era farlocca al punto da non permettere che si procedesse nel dibattimento.

 

Vi è da domandarsi, a questo punto, chi siano i soggetti con i quali abbiamo a che fare: con un presidente di corte talmente fuori dalle righe da dover essere estirpato come un tumore del nostro sistema giudiziario, oppure con un'accozzaglia di incompetenti, nominati solo secondo criteri di lottizzazione, motivati da sentimenti opportunistici e totalmente incapaci di gestire l'enorme potere di cui dispongono. Per ricordare: or è un paio d'anni si era prodotto un caso simile; e, strano ma vero, era stato sempre il "Giudice Z" a rispedire al mittente un atto d'accusa improponibile. Nell'occasione, il nostro eroe si era scusato con l'imputato, che a tutt'oggi è ancora in attesa di processo...; è giocoforza allora il pensare che questo Ministero pubblico continui a fare acqua da tutte le parti, con grave e greve pregiudizio per la credibilità della giustizia. A ciò si aggiunga il fatto che Claudio Zali venne fatto oggetto di manovre ignobili, architettate per screditarlo dinanzi all'opinione pubblica; c'è dunque poco da stare allegri...

 

Siamo seri e obiettivi: il Ministero pubblico ed il Tribunale penale sono in pericoloso disfacimento, ed il Palazzo di giustizia che li accoglie, a distanza di un piano uno dall'altro (ma dove sta la separazione logistica e delle carriere?), sembra una nave di pazzi destinata al naufragio. La giustizia è storicamente raffigurata da una bella donna bendata e nelle cui mani stanno una spada ed una bilancia; a dipendenza del "come" la si interpreti, tale benda può assumere una valenza positiva, ovvero rappresentare la garanzia di imparzialità secondo quel noto "La legge è uguale per tutti", oppure una valenza negativa, e cioè l'identità di una giustizia cieca, quindi morta, in mano a giudici che applicano criteri personali e di casta.

 

In tempi di menzogna universale, il dire la verità diventa un atto rivoluzionario. È quindi importante che si solidarizzi con un magistrato che, almeno in questo frangente, dimostra di voler rappresentare un potere al di sopra delle parti, con regole valide sia per l'accusa sia per la difesa, e che è capace di opporsi alla corruzione dei costumi di una casta ormai gravemente deterioratasi.

 

Da: www.mattino.ch

Scritto da MDD   
domenica 01 febbraio 2009
L'avv. Michela Ferrari Testa è contemporaneamente membro del CdA di Helsana e del Tribunale Arbitrale Cantonale che giudica, tra l'altro, i medici accusati di "economicità" da Santésuisse! Per la serie:  quando si dice il piede in due scarpe...


Il granconsigliere leghista Giorgio Salvadè e cofirmatari hanno presentato un'interrogazione parlamentare al Consiglio di Stato sul caso di un grave "inquinamento" del Tribunale Arbitrale Cantonale, dopo la recente condanna (pesante sanzione pecuniaria) di un medico accusato di ineconomicità da Santésuisse.
Dopo la sentenza, l'avvocato Bervini è venuto a conoscenza che uno degli arbitri giudicanti era l'avv. Michela Ferrari Testa, la quale, ma guarda un po', siede nel consiglio di amministrazione della cassa malati Helsana! Alla faccia del giudice imparziale! Ci troviamo dunque davanti ad una chiara violazione del regolamento concernente l'organizzazione e la procedura del Tribunale in materia di assicurazione contro le malattie e gli infortuni e dell'articolo 26  del codice di procedura civile. È stato pure accertato che la stessa Ferrari Testa è stato arbitro in almeno un altro caso analogo a quello appena citato. Uella!
Considerando questo episodio ed in generale le gravi tensioni esistenti tra medici e assicuratori malattia, Salvadè e cofirmatari chiedono al Consiglio di Stato cosa intenda fare per evitare che altre persone "di parte" si insinuino, negligentemente o volontariamente, nella Magistratura, facendo gli interessi di una o più parti? Inoltre chi ha il compito di verificare che non ci siano incompatibilità nel trattare le singole vertenze? In quanti casi analoghi l'avv. Ferrari Testa è stata attiva, anche dopo essere entrata nel CDA della Helsana? Qual era il rapporto dell'avv Ferrari Testa con la cassa prima di entrare nel CDA? Sono da ritenere nulle le decisioni cui l'avv. Ferrari Testa ha partecipato dal suo ingresso nel CDA di Helsana? E se sì, chi pagherà i costi delle procedure annullate? Si attendono risposte convincenti!

 

Da: La regione 7.2.09 pag 13

Non passa la ‘linea Perugini'
 Per il mortale di Avegno una condanna per omicidio colposo (2 anni) e non intenzionale


  Una pena pesante, ma " solo" per omicidio colposo. Questo l'esito della lunga camera di consiglio delle Criminali di Lo­carno per statuire sul tipo di colpa di cui si è macchiato il 24enne che due anni e mezzo fa, ad Avegno, uscendo di strada con la sua Porsche ad altissima velocità ( 150- 180 chilometri orari sui 60) aveva causato la morte della sua compagna, una 17enne di Como.
 
Il ragazzo era stato trascinato in un'aula di Assise criminali dal procuratore pubblico Antonio Pe­rugini, convinto che ci fossero le basi per fare giurisprudenza tici­nese e giungere ad una condanna - sarebbe stata la prima nel caso di incidenti stradali con morti - per omicidio intenzionale. Per il " sem­plice", o quantomeno canonico omicidio colposo si batteva invece la difesa, sostenuta dall'avvocato di Locarno Marco Broggini.
 
Ieri pomeriggio a Lugano, dun­que, dopo una valutazione che ha richiesto alla Corte 5 ore di tempo, la sentenza ha per così dire " rimes­so la chiesa al centro del villaggio" rispetto alle ipotesi giuridiche avanzate da un Perugini definito da Broggini « il magistrato combat­tente » . Il giovane è così stato con­dannato per omicidio colposo a 2 anni di detenzione sospesi per 2 anni, e a una multa di 3500 franchi. Si tratta, a mente della presidente della Corte Agnese Balestra­Bianchi, della pena più severa in­flitta in Ticino per omicidio colpo­so in relazione ad un incidente stradale. « Una pena - ha detto la giudice leggendo il dispositivo del­la sentenza - che dev'essere da mo­nito, e che vuole segnare una situa­zione in cui si è rasentato il dolo eventuale » ; quindi la possibilità di effettuare lo scalino necessario per giungere all'omicidio intenzionale e ad una condanna non inferiore ai 5 anni di detenzione.
  I casi di condanna per omicidio intenzionale in relazione ad inci­denti stradali, ha ricordato Bale­stra- Bianchi, riguardano entram­bi situazioni di gara fra automobi­listi, « il fare corse, e vincerle, senza preoccuparsi della sicurezza dei pe­doni » . Dedurre da una velocità largamente eccessiva la consape­volezza del rischio della morte è un conto, ma pretendere che vi sia anche l'accettazione del rischio della morte « è un sillogismo che
 non
regge » .
 La ramanzina

  « La Corte vuole che le dica che la sua ragazza è morta senza compiere i 18 anni per colpa sua, a causa del suo sconsiderato comportamento - ha scandito Balestra- Bianchi rivol­gendosi all'imputato -. Quel gior­no in Vallemaggia lei viaggiava a rotta di collo. E sapeva che a quella insensata velocità se si fosse verifi­cato un incidente poteva scapparci il morto » . Il quesito era però se il giovane avesse accettato consape­volmente il rischio della morte. E la risposta della Corte è stata nega­tiva, pur sottolineando « una negli­genza così crassa e grossolana che ha rasentato il dolo eventuale » . L'imputato « sapeva del rischio di un incidente mortale, ma non ci sono prove che si sia prefigurato un incidente e l'abbia accettato » .
  Poi Balestra- Bianchi ha definito l'atteggiamento del ragazzo prima dell'incidente « da bullo arrogante e strafottente, che non ascoltava nessuno. Ma anzi si sopravvaluta­va, e sovrastimava anche i limiti della sua autovettura » . Il 12 giugno 2006 ad Avegno la negligenza alla base dell'uscita di strada della Por­sche Turbo da 420 cavalli fu « ma­dornale e deplorevole - ha concluso la giudice -, ed è per questo che la pena emessa oggi è la più alta pro­nunciata in Ticino per casi di omici­dio colposo » .
  Le reazioni delle parti Marco Broggini, legale dell'im­putato, si era detto pronto a porta­re il caso fino al Tribunale federale se la Corte di prima istanza avesse emesso una condanna per omicidio intenzionale. Ciò non è avvenuto, e a Broggini il giudizio è apparso « equo e corretto » . Broggini si è det­to « molto soddisfatto, perché la legi­slazione è questa. C'è comunque una pena importante, la più elevata per un incidente mortale della circo­lazione » . Sull'altro fronte Perugini non fa drammi, ma ritiene « comunque im­portante che un caso come questo sia approdato alle Assise criminali. Il messaggio che esce è che siamo al limite del dolo eventuale » . Quanto alle misure da lui auspicate ( « se­questrare l'auto a chi si dimostra caratterialmente incorreggibile » ) , dovrà occuparsene la Magistratura federale, secondo Perugini. Che si è detto infine contrario ad un ina­sprimento delle pene nei confronti dei pirati della strada: « Basterà ap­plicare le norme che abbiamo già a disposizione » . Perugini deciderà se ricorrere per Cassazione dopo aver letto le motivazioni scritte della sentenza. D. MAR.
 




La giudice Balestra-Bianchi

 

Da: La regione 6.2.09 pag 17

Intenzionale o colposo?
 Incidente mortale di Avegno: alle Criminali per omicidio un 24enne


  È una questione puramente tecnica - ma potrebbe anche avere forti valenze politiche - quella alla base della scelta che opereranno oggi le Assise criminali di Locarno condan­nando il 24enne da ieri alla sbarra nel Palazzo di giustizia a Lugano.
  Il giovane, nel giugno del 2006, si era schiantato a velocità elevatissima (fra i 150 e i 180 al­l'ora, secondo la dettagliatissi­ma perizia dell'ingegner Massi­mo Dalessi) mentre a bordo della sua Porsche Turbo sfrec­ciava in territorio di Avegno (li­mite di 60 all'ora) in direzione di Locarno. Il bolide uscì di stra­da, decollò, distrusse una fer­mata del bus, irruppe su un ter­rapieno, e ribaltandosi più volte finì la sua corsa contro un trat­tore posteggiato nella rimessa semiaperta di una fattoria. Nel pauroso incidente morì la pas­seggera dell'auto, la fidanzata diciassettenne del conducente. Mentre lui si risvegliò all'ospe­dale Civico, dopo un coma in­dotto, in preda ad una totale am­nesia. E dopo una settimana cir­ca tornò al lavoro.
  L'accusa - sostenuta dal pro­curatore pubblico Antonio Pe­rugini - chiede che contraria­mente alla prassi (e alla giuri­sprudenza almeno ticinese) vi sia una condanna "esemplare" per omicidio intenzionale; il che presuppone l'applicazione del dolo eventuale. Mentre la di­fesa, assunta dall'avvocato Marco Broggini, sostiene che gli estremi per spingersi fino a questo punto non ci siano. Per­ché il dolo eventuale (essere consapevoli che c'è un rischio di morte con la propria azione, ma ciononostante agire accettando che l'evento fatale possa accade­re) non può oggettivamente es­sere applicato anche a se stessi. E perché a livello svizzero i soli due casi di condanna per omici­dio intenzionale in occasione di incidenti stradali che hanno causato dei morti hanno avuto contorni ben diversi: in entram­be le circostanze i protagonisti stavano gareggiando in auto. Nel primo caso due pedoni era­no stati falciati e uccisi, mentre nel secondo era morto il passeg­gero di una delle due auto in gara.
  Ma questa distinzione - evi­denziata con forza da Broggini per giustificare il "canonico" omicidio colposo per negligen­za - non è stata fatta da Perugi­ni. Che alla fine di una requisi­toria piuttosto breve ma vee­mente ha chiesto per l'imputato 5 anni e mezzo di detenzione. Il procuratore pubblico ha aperto il suo intervento auspicando chiaramente che questo caso faccia giurisprudenza. Sia per­ché, secondo lui, proprio a que­sto livello qualcosa è cambiato, sia perché è nettamente aumen­tata, recentemente, la sensibi­lità sociale di fronte a simili tra­giche circostanze, e con essa le iniziative per arginarle (blocco dei motori, scatole nere in auto).
  « Le strade sono succursali dei cimiteri - ha tuonato Perugini -
 e persino la Chiesa ha un codice canonico della strada
». Riferen­dosi al giovane imputato e rifa­cendosi alla perizia dello psico­logo del traffico incaricato dalla Sezione giuridica della circola­zione che aveva valutato il caso, Perugini ha notato come « per alcuni la velocità è uno stimolo di vita e d'avventura ». Nel caso specifico, poi, avremmo secon­do il magistrato tutti gli elemen­ti considerati dal Tribunale fe­derale per applicare a « circo­stanze simili » condanne per omicidio intenzionale. Ovvero­sia « la coscienza del rischio e dei limiti dell'auto, la consapevolez­za di altri incidenti già avvenuti su quella strada, la gravità delle violazioni commesse, l'elemento egoistico, la sprezzante violazio­ne di ogni regola di prudenza e la violazione delle più elementa­ri norme della circolazione stra­dale ». Poi ha ricordato che mai come ora si assiste a casi di reci­diva e menefreghismo da parte di conducenti soggetti a revoca della patente. « L'auto è uno stru­mento delle proprie frustrazioni, è una protrazione del proprio ego », ha aggiunto, lanciando ad­dirittura la proposta di « interve­nire sull'uomo modificando la Legge sulla circolazione stradale con sequestri preventivi dell'au­to ». Non si è però capito ai danni di chi e in base a quali criteri. Netta la replica di Broggini, che ha chiesto di « non immolare il mio cliente sull'altare della ac­cresciuta sensibilità sociale » e ha invitato la Magistratura ad « evi­tare iniziative estemporanee » come quella di Perugini, « un combattente, difensore di una de­terminata ideologia, che però qui ha un po' esagerato ». In relazio­ne alla qualifica giuridica del reato, il legale del giovane ha fat­to riferimento ad « una fattispecie identica » - l'incidente a 140 all'o­ra sugli 80, su una strada ben co­nosciuta dal conducente, a bordo di un'auto potente e stabile - per cui il Tf aveva ammesso « l'erro­re pesante ma non il dolo eventua­le ». Broggini ha pertanto abbas­sato drasticamente l'asticella della pena chiedendo alla Corte presieduta dalla giudice Agnese Balestra-Bianchi una condan­na per omicidio colposo, e una pena non superiore a 12 mesi so­spesi condizionalmente.
  Oggi dalle 13 la sentenza.
 D.MAR.
 







Battaglia giuridica fra Marco Broggini e Antonio Perugini
 TI- PRESS ARCHIVIO
 

 

Da: www.caffe.ch

  La sentenza
 



La figlia di Aiazzone
perde la sua battaglia




Mauro Spignesi




"Non luogo a procedere". Si è chiuso così l'ultimo capitolo della battaglia di Marcella Aiazzone per recuperare il patrimonio di famiglia affidato molti anni fa a un trust coordinato da fiduciari e banche ticinesi e diviso in diversi rivoli finanziari con ramificazioni alle Bahamas e alle Isole Vergini. La figlia del mobiliare Giorgio - che nel Settanta aveva inventato le televendite e lanciato un marchio di successo - aveva presentato una denuncia al Tribunale federale di Losanna contro Ministero pubblico del cantone Ticino, avvocati e consulenti che si sono occupati delle cause che lei aveva promosso senza riuscire a smontare il trust e soprattutto senza riuscire a inchiodare alle proprie responsabilità i professionisti che secondo lei avevano gestito male il patrimonio di famiglia. Il giudice Favre ha ora respinto il ricorso, l'ipotesi d'accusae era per "furto, falsità di documenti, danno patrimoniale procurato con astuzia, estorsione, amministrazione infedele, falsità in documenti, falsità in certificati e favoreggiamento". Dura la reazione di Marcella Aiazzone che in una lettera inviata al Tribunale critica innanzitutto i tempi, "un anno per mandarmi una risposta, è una vergogna". E poi afferma che nel suo dossier c'erano abbastanza prove per far partire nuove indagini.


edizione 08.02.2009

 

Da: www.caffe.ch

 
 

"Se finalmente lo Stato farà giustizia io pagherò tutti i balzelli dovuti"


Patrizia Guenzi



"Siccome ho denunciato lo Stato, questi adesso, per ripicca, non fa più nulla per il cittadino Michele Droz. Ma non ho certo intenzione di mollare". E quando mai?! Più nessuno, ormai, s'illude ancora che il combattivo ex funzionario statale sessantatreenne di Bellinzona - in lotta col governo dal '98 perché, a suo dire, stritolato nella terribile morsa del "mobbing" e del "bossing" come certificato dal suo medico e dal perito dell'Ai - non sia determinato ad andare fino in fondo in quella che lui continua a chiamare "una grande denegata giustizia". Tant'è che, da quasi una settimana, si è rinchiuso, con la moglie Rosangela, nella sua casa di Sobrio, minacciando uno sciopero della fame ad oltranza se le autorità cantonali non prenderanno posizione sulla sua annosa vicenda. E rincara: "Solo quando lo Stato si deciderà a fare finalmente giustizia nei miei confronti, solo allora io pagherò tutte le tasse di giustizia che mi stanno reclamando". 

Altro che Kafka la vicenda di Michele Droz! C'è di che far impallidire l'autore de "La metamorfosi", che già era un artista nel raccontare esistenze colme di senso di smarrimento e di angoscia. "Adesso pure la polizia che il Ministero pubblico mi hanno chiuso lo sportello in faccia e le mie denunce non vanno avanti", aggiunge Droz. Intanto, sul tavolino della cucina, si accumulano i richiami per le bollette delle tasse di giustizia e i 2'500 franchi di ripetibili che i coniugi Droz si rifiutano fermamente di pagare. "Voglio che il Parlamento apra un'inchiesta su tutta la mia vicenda. Cosa che ho già chiesto da tempo. Fino a quel momento rimarremo barricati in casa".


edizione 08.02.2009

 

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