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Da: La regione 28.3.09 pag 15

Falsa invalida, vera condanna

Due anni sospesi a moglie e marito per la truffa alle assicurazioni.La coppia subito scarcerata

Condannati. Due anni ad entrambi sospesi (per due anni), ma subito scarcerati ‘grazie' ai nove mesi di carcere già sofferto. Si è chiuso così ieri sera, con la lettura della sentenza da parte del giudice delle Assise correzionali di Locarno riunite in Mendrisio Marco Villa, il processo a carico della ‘falsa invalida' e del marito di origine serba. La donna è stata ritenuta colpevole di aver truffato con l'aiuto del compagno oltre 800 mila franchi alle assicurazioni sociali. Un inganno vero e proprio protrattosi per oltre dieci anni durante i quali l'accusata si è autoinflitta delle mutilazioni alle braccia per simulare il perdurare delle ferite da soda caustica (che si era veramente procurata nel 1993 durante un incidente sul lavoro) che le garantivano una rendita di invalidità.

«Si è mutilata ed ha simulato piaghe ingannando le assicurazioni sociali. Ha agito in correità con suo marito», ha affermato il presidente della Corte rivolgendosi all'imputata. Corte che tuttavia non ha riconosciuto del tutto il carattere giuridico di ‘truffa', così come non ha riconosciuto l'aggravante dell'astuzia. La procuratrice pubblica Fiorenza Bergomi, ricordiamo, aveva chiesto una pena di tre anni di detenzione per entrambi. In mattinata, invece, il pieno proscioglimento degli imputati era stato richiesto dai difensori Carlo Borradori (per la donna) e Carlo Steiger. Borradori, in particolare, si era soffermato sulla perizia giudiziaria, secondo la quale l'imputata si sarebbe autoinflitta delle mutilazioni. «Se non l'accettiamo - ha detto - è perché non ci sono sufficienti elementi probatori che suffraghino le tesi del perito. Ma se invece la prendiamo per buona, dobbiamo prendere atto del fatto che i medici che avevano la mia cliente in cura sono stati negligenti perché non hanno effettuato tutti gli esami necessari per escludere una patologia invalidante». Borradori ha notato in proposito che andavano fatti - ma non lo sono stati - esami istologici per accertare il proseguimento delle ustioni. «Se c'è stata negligenza da parte dei medici - ha concluso - non può esserci stata truffa». E sul ruolo dei medici si era espresso anche Steiger: «Si tratta di professionisti, non è facile ingannarli».

Da: Il Caffé 29.3.09

Erano stati truffati dal legale nell'acquisto della casa

Ultimatum di BancaMigros
alla famiglia Ciotti


Patrizia Guenzi

 

È probabilmente giunta ad un importante giro di boa la vicenda di Massimo e Vanda Ciotti. C'è ora un ultimatum della banca alla famiglia, che nell'aprile del 2002 aveva acquistato una casa a Cadro, ma è rimasta vittima delle malversazioni del notaio Giovanni Antonini che s'è intascato la metà della somma, 300mila franchi. Ora BancaMigros si dice pronta a rilevare il debito presso Ubs. Chiede quindi ai due coniugi di firmare una dichiarazione in cui si accollano, oltre all'ipoteca già esistente di 345mila franchi, altri 300mila. Altrimenti si andrà in tribunale. I Ciotti non ci stanno: vogliono strappare almeno uno sconto di 140mila franchi. L'istituto risponde picche: "La vostra lettera ci lascia a dir poco esterrefatti - scrive la banca -. Non ci rimane che procedere immediatamente all'incasso del nostro credito per via esecutiva".

Insomma, per la famiglia di male in peggio. Sembra non trovarsi una soluzione bonale per questa triste vicenda che ha coinvolto una famiglia col solo desiderio di comprarsi una casa tutta per loro dove far crescere le due figlie. Tuttavia, ai coniugi Ciotti non va giù di doversi sobbarcare un debito di cui non sono minimamente responsabili. "Sarebbe una grave ingiustizia e lotteremo affinché non avvenga", commenta il marito. E il loro avvocato Luca Guidicelli spiega: "Trecentomila franchi è la cifra mai rimborsata dalla venditrice e di cui s'è appropriato Antonini. Mi sembra quindi il minimo chiedere uno sconto alle due banche coinvolte di 70mila franchi a testa. Se consideriamo l'importo raccolto grazie alla solidarietà di molti cittadini che hanno voluto dare una mano a questa famiglia sfortunata, ai Ciotti rimarrebbero sulle spalle ‘solo' 90mila franchi in più".

Intanto, rileggendo la lettera spedita da BancaMigros, Massimo Ciotti non nasconde la sua agitazione. La vicenda, infatti, ha a dir poco risvolti kafkiani. Truffati dal notaio, sono stati anche beffati dalla legge. La situazione, infatti, è precipitata nell'aprile del 2008, quando Ubs ha inoltrato un precetto esecutivo di 300 mila a cui i Ciotti hanno fatto opposizione, ma con poco successo. Infatti è stata respinta. "È completamente assurda tutta questa storia", commenta laconico. Anche se, da St. Prex, nei pressi di Ginevra, dove da qualche mese si sono trasferiti assieme alle figlie, marito e moglie non smettono di sperare che, prima o poi, la situazione in qualche modo si sblocchi e possano uscire da quel terribile limbo in cui loro malgrado sono precipitati. "Siamo pronti a dar battaglia. Oltre alle malversazioni del notaio si è pure aggiunta una certa complicità delle banche che l'hanno lasciato agire in maniera non corretta", conclude l'avvocato Guidicelli.

 

 

Da: CdT 24.3.09 pag 13

L'amica consigliata e i due subentranti nel bar

Emanuele Gagliardi Giovanni Mariconda

La vicenda è stata discussa in Pretura penale nei giorni scorsi. L'unica persona che è stata condannata è la precedente gerente che aveva dato il via alla vicenda e non si era opposta al decreto di accusa del PP Arturo Garzoni

Èarrivata al capolinea in Pretura penale, la vicenda giudiziaria riguardante un caso penale minore che aveva comunque suscitato clamore a Palazzo di giustizia perché nell'occhio del ciclone era finito addirittura un magistrato del Tribunale penale cantonale, il giudice Claudio Zali; quest'ultimo era stato indagato dal procuratore generale Bruno Balestra prima e poi dal procuratore pubblico Antonio Perugini (che aveva poi abbandonato il procedimento), per appropriazione semplice per aver in pratica dato consigli ad una amica, coinvolta in una vicenda penale dalla quale, ora, pure la donna è uscita prosciolta.

Il PP Perugini, subentrato a Balestra (che era stato ricusato), aveva deciso per un decreto di abbandono perché non ravvisava nel comportamento del giudice elementi tali da giustificare un procedimento penale. Una vicenda, comunque, che si era protratta per alcuni mesi, durante i quali il giudice Zali era stato, per un certo periodo, assegnato addirittura ad un'altra Camera del Tribunale. Poi tutto era rientrato con l'abbandono pronunciato dal PP Perugini ed il ritorno del magistrato penale ticinese al proprio posto.Tutto, come si ricorderà, ruotava attorno ad una amica del giudice Claudio Zali ed all'inventario del bar del Luganese che la donna aveva preso in gerenza cedendolo successivamente insieme all'esercizio pubblico, a due giovani acquirenti. Sull'inventario tra la donna e la precedente gerente era nato un contenzioso sfociato in una denuncia in Procura pubblica. I tre, alla fine dell'inchiesta condotta dal procuratore pubblico Arturo Garzoni, erano stati raggiunti da un decreto di accusa per appropriazione indebita che proponeva per loro alcune decine di aliquote giornaliere da 30 franchi l'una sospese condizionalmente. Il decreto era stato impugnato e, qualche giorno fa, il caso è stato discusso in Pretura penale davanti al giudice Siro Quadri, il quale ha assolto i tre imputati che erano difesi: la donna dall'avvocato Patrizia Gianelli e le altre due persone dall'avvocato Michele Dozio. In pratica, è passata la tesi della difesa, per quanto concerne la ex gerente, amica del giudice Zali: la donna in perfetta buona fede subentrando nella gerenza, pensava che tutto l'inventario fosse passato a lei. Secondo il giudice non vi fu reato nella vicenda né dal profilo soggettivo, né da quello oggettivo. Ecco in breve i dettagli della storia. La vicenda risale all'inizio del 2006, quando il giudice Zali fu interpellato da una conoscente proprietaria di un piccolo esercizio pubblico. Quest'ultima gli aveva chiesto consiglio nell'ambito di una vertenza con la precedente gerente. La donna riteneva di aver acquistato, oltre al cosiddetto avviamento, anche l'inventario del ristorante e solo in un secondo tempo avrebbe appreso che una parte degli oggetti apparteneva a terzi. Da quanto emerge nell'istruttoria - aveva osservato in merito Perugini - si può oggettivamente dedurre che di fatto il ruolo di Zali in questa vicenda «è stato quello di consulente amministrativo e giuridico». Ruolo - viene precisato - che non può venir frainteso con la sua funzione pubblica che non è stata né «coinvolta», né «esercitata». Dopo il proscioglimento, il giudice Zali ha chiesto alla Camera dei ricorsi penali un risarcimento per i danni e le spese legali. A questo punto l'unica persona raggiunta da un decreto di accusa, passato in giudicato, è la gerente che aveva dato il via all'azione giudiziaria.

Da: CdT 21.3.09 pag 9

«In tempi non remoti sono state evidenziate lacune nella giustizia ticinese che non possono lasciare indifferenti». Lo evidenziano Donatello Poggi e Lorenzo Quadri (Lega), citando Asfaltopoli, il caso Zali e quello del Corvo, come pure le vicende che hanno interessato il poliziotto-spacciatore e quella della finta invalida serba. Ebbene, «il Consiglio della magistratura (CdM) si è finora chinato solo sul caso Zali, sanzionando però non già l'iniqua messa in stato d'accusa, bensì il giudice che era stato scagionato da ogni addebito». Quante volte si è riunito il CdM? È stato stabilito il calendario '09? Prevede di affrontare anche i casi citati?

Da: CdT 11.3.09 pag 7

Il TF ha confermato che lui e tutta la famiglia dovranno lasciare la Svizzera

Un imam di origine turca, sua moglie da 17 anni in Svizzera e i loro tre figli in età prescolastica dovranno lasciare la Confederazione dopo essere stati per troppo tempo a beneficio dell'assistenza sociale senza riuscire ad integrarsi nella realtà elvetica. Il Tribunale federale ha confermato una decisione di espulsione presa dalle autorità di Basilea campagna.

L'imam si era stabilito nel cantone dal 1999, anno del suo matrimonio. Tra il 2001 e il 2006 aveva vissuto essenzialmente grazie all'assistenza sociale. Tra 2003 e 2004 aveva ricevuto due primi avvertimenti; nel 2006 era stato pronunciato il rinvio di tutta la famiglia. Una decisione che il TF ha confermato, sebbene non abbia più beneficiato di aiuti sociali.

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