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Dopo il divorzio, braghe di tela

Da: La Regione, 16.6.10 pag 4

Dopo il divorzio, braghe di tela. ‘In salute e in malattia, in ricchezza e in povertà’, ma se il matrimonio si frantuma resta solo quest’ultima.
di Paolo Bobbià

Se è vero che ‘il matrimonio è la causa principale del divorzio’ (come diceva Marx, Groucho non Karl, ndr), è altresì vero che oggigiorno il divorzio è una delle cause principali di povertà. «È unanimamente riconosciuto, per il semplice fatto che divorziare, o separarsi, vuol dire raddoppiare l’economia domestica e quindi generare costi supplementari, e se il budget rimane lo stesso è ovvio che la torta è più stretta da dividere», conferma Roberto Sandrinelli, capostaff della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie del Dipartimento della sanità e della socialità, alla ‘Regione Ticino’. Tanto stretta da spingere padri di famiglia a far capo temporaneamente al dormitorio gestito a Lugano dalla Croce Rossa.

Anzitutto è necessario definire il fenomeno attraverso alcuni dati statistici. I più recenti, relativi al 2008 (fonte Ustat), registrano 803 divorzi in Ticino, con un’incidenza maggiore tra il quinto e il nono anno di matrimonio. Di questi 759 si risolvono con un accordo completo tra marito e moglie, 13 con un accordo solamente parziale, 29 su iniziativa di uno solo degli ex-coniugi e in due casi per rottura del vincolo coniugale. Il dato più rilevante ai fini della comprensione dell’ampiezza del fenomeno è però il seguente: su 803 coppie che hanno divorziato nel 2008, 385 hanno figli. E a vivere queste separazioni sono stati un totale di 586 bimbi e ragazzi.

Dando uno sguardo ad alcune cifre riguardanti l’Italia – citate sul finire del 2009 dall’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani – il 25 per cento degli ospiti delle mense dei poveri sono separati e divorziati. E secondo una stima nell’80 per cento dei casi si tratta di padri separati che in seguito all’obbligo di mantenimento di moglie e figli, o a causa delle ingenti spese legali del divorzio, non hanno più a disposizione risorse sufficienti alla propria sopravvivenza.

«Normalmente a pagare le conseguenze di un divorzio si dice sia la mamma cui vengono affidati i figli, perché si trova non tanto con un onere finanziario o materiale, ma soprattutto educativo – prosegue Sandrinelli –. Cosa che ad esempio le può impedire di riprendere a lavorare. Inoltre, ancor più in momenti di crisi, per chi ha scelto la vita da casalinga il reinserimento nel mondo del lavoro diventa difficile. Ma in Ticino, grazie anche alla Legge sugli assegni familiari (vedi box, ndr), possiamo dire che mettere al mondo e crescere un figlio non è causa di povertà». Questo perché abbiamo ammortizzatori sociali all’avanguardia che sostengono le famiglie, anche monoparentali, in difficoltà.

Qui però si parla al maschile, perché oggi sono proprio gli uomini a essere maggiormente schiacciati da questo meccanismo innescato dal divorzio. Nella nostra cultura è infatti (e ancora) assai più probabile che sia il padre a portare a casa la pagnotta mentre la madre si occupa dei figli, rinunciando almeno parzialmente a una propria indipendenza economica. E restando di conseguenza spesso dipendente dall’ex-marito anche a unione ormai in pezzi.

Lavoro e assistenza

È quindi da questi presupposti che prende forma il fenomeno del ‘povero divorziato’, senza voler infierire sulle pene d’amore. Dinnanzi al cuore, infatti, c’è la tasca che contiene il portafogli. Un borsellino che dopo aver fatto fronte agli obblighi verso l’ormai ‘ex-famiglia’ risulta smagrito, macilento. «Il pagamento degli alimenti in alcuni casi può portare l’uomo sotto il minimo assistenziale – spiega ancora il nostro interlocutore –. E la giurisprudenza in materia è chiara: l’obbligo di mantenimento dei figli è prioritario. Se come conseguenza il padre ha bisogno dell’assistenza ‘è un problema suo’, dovrà fare lui richiesta al Cantone». Nel caso in cui il genitore non affidatario non versasse questi soldi, a tutela dei figli, entrerebbe in scena il servizio di anticipo degli alimenti.

Senza tetto

Se già il peso economico del mantenimento dell’ex-moglie e dei figli è dunque a volte sufficiente a gettare il padre nell’indigenza, appare chiaro l’inasprimento della situazione in seguito all’assegnazione dell’abitazione famigliare a ex-moglie e prole. Alle uscite va aggiunto un ulteriore affitto, un’intera seconda economia domestica da mantenere. E qui si torna all’affermazione iniziale di Sandrinelli, basta infatti immaginare lo scenario per capire che le regole matematiche non vi trovano applicazione. Le due ‘mezze famiglie’ figlie del divorzio spendono infatti cifre maggiori per il proprio sostentamento rispetto al nucleo unico iniziale. E ciò, a parità di entrate fra i due casi, va chiaramente a svantaggio di chi mantiene la famiglia.

A proposito dell’attribuzione dell’abitazione coniugale è utile citare la sentenza del 26 agosto 2008 – riportata dal sito www.divorzio.ch con una nota dell’avvocato Alberto Forni – nella quale il Tribunale d’appello di Lugano definisce che ‘decisivo è il criterio dell’opportunità, ovvero l’interesse del coniuge al quale l’abitazione sia più utile, indipendentemente dai diritti che derivano dalla proprietà, dalla liquidazione del regime dei beni o da relazioni contrattuali’. È dunque sì importante la presenza di figli, ma lo sono pure motivi di salute o professionali. ‘Non prevalgono invece i diritti personali o reali che un coniuge possiede sull’alloggio, salvo qualora egli invochi un interesse preponderante connesso all’età, allo stato di salute o all’esercizio dell’attività professionale’, scrive Forni.

Il dormitorio luganese cui si è accennato può essere dunque un materasso, un ultimo cuscino laggiù sul fondo, dove lenire le ferite, riposare un poco e recuperare le forze per riagguantare le briglie della propria vita.

Figli al riparo

«La nascita e la crescita di un figlio non deve diventare causa di povertà», è questo postulato di fondo che anima gli aiuti dello Stato alle famiglie. Questi sostegni economici sono suddivisi in quattro tipologie di assegni: di prima infanzia (che garantiscono un minimo vitale dalla nascita ai 3 anni), di base e integrativi (fino ai 15 anni) e infine gli assegni per la formazione. Ci possono essere delle eccezioni, ma questo sistema garantisce un valido e spesso fondamentale aiuto alle famiglie, assicurando un sostegno dalla nascita dei figli fino alla loro entrata nel mondo del lavoro. A questo va inoltre aggiunto il servizio cantonale di anticipo alimenti.

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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