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Tratto dal sito di Claudio Risé (http://claudiorise.blogsome.com/2006/02/03/la-fabbrica-dei-divorzi/)

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February 3, 2006 9:19 pm

La fabbrica dei divorzi

(di Claudio Risé, da Social News. Giornale d'informazione sociale, http://www.socialnews.it/)

La società occidentale, le madri preoccupate dell'avvenire dei loro figli e i padri che vorrebbero continuare a svolgere il loro ruolo, guardano con crescente preoccupazione alla temibile alleanza tra le donne divorziste e una delle più potenti lobby contemporanee.

«Buttatelo per la strada e tirategli dietro i suoi vestiti... non dovete preoccuparvi dei suoi diritti. Il vostro lavoro non è quello di prendere a cuore i diritti costituzionali dell'uomo che state calpestando». L'individuo da trattare in questo modo è il padre di famiglia, la cui moglie abbia chiesto il divorzio e l'affidamento dei figli. E a fare questa raccomandazione è Richard Russel, giudice della corte municipale del New Jersey, nelle istruzioni impartite in un seminario di formazione, nel 1994.
La minaccia più grande, non tanto per la vita dei padri, ma per la stessa sopravvivenza della famiglia, nell'Occidente contemporaneo è infatti il funzionamento, marcatamente antipaterno, di quella che chiameremo la fabbrica dei divorzi. Un organismo multiforme, dotato di enorme potere e influenza, che impiega e muove una buona fetta del reddito nazionale per disperdere le famiglie esistenti.
In questa "fabbrica", che in realtà distrugge anziché costruire, le decisioni più rilevanti appaiono prese dai giudici delle sezioni per il diritto di famiglia, o dai tribunali dei minorenni, là dove sono operanti. Questi decreti, o sentenze, sono però accompagnati da una molteplicità di altre delibere. Le più rilevanti vengono prese dalle Commissioni per la giustizia dei vari parlamenti. Ma moltissime altre, che possono decidere della vita di una famiglia e dei figli, dipendono da un vero esercito di impiegati della fabbrica dei divorzi, cui appartengono psicologi, assistenti sociali, periti di vario genere, amministratori di una quantità di enti.
La società occidentale, le madri preoccupate dell'avvenire dei loro figli, i padri che vorrebbero continuare a svolgere il loro ruolo, guardano con crescente preoccupazione alla temibile alleanza tra le donne divorziste e una delle più potenti lobby contemporanee, quella che abbiamo qui chiamato: fabbrica dei divorzi. Un apparato ormai esperto nell'utilizzare gli apparati di potere dello Stato, per distruggere la cellula base della società: la famiglia.
Nell'insieme dei paesi occidentali, come nota Sanford Braver, psicologo all'Università di Stato dell'Arizona, circa il 70% delle rotture matrimoniali avviene per iniziativa femminile. Alla rottura del matrimonio, la madre è spinta sovente, e sempre poi sostenuta, dal variegato gruppo di operatori interessati nella fabbrica dei divorzi. Il fenomeno non è difficile da capire: la rottura della famiglia è lo strumento indispensabile perché l'attività di coloro che Michel Foucault chiamava "gli ortopedici dell'anima", generalmente stipendiati dalla fabbrica dei divorzi, possa dispiegarsi efficacemente e moltiplicarsi in modo redditizio. Nei soli Stati Uniti, tre su cinque rotture familiari coinvolgono bambini: più di un milione di bimbi americani all'anno vengono dunque presi dagli ingranaggi della fabbrica dei divorzi.
Anche in Italia a chiedere la fine dell'unione matrimoniale sono soprattutto le donne, in misura non diversa dal dato medio occidentale. Secondo l'Istat "nel 1998 le domande di separazione presentate dalla moglie costituiscono il 67,9% dei casi, più del doppio di quelle presentate dal marito (32,1%)". L'aspetto dell'autonomia economica della moglie, che si separa più facilmente se il marito non è al suo livello di reddito, sembra rilevante: "Nel caso in cui la donna sia occupata, la percentuale si eleva al 69,8%, mentre se è casalinga scende al 66,6%".

Da: CdT, 21.08.08, pag 10

Avvocato scorretto sospeso e multato
 Il Tribunale federale conferma il provvedimento adotta­to dalla Commissione di disciplina dell' Ordine degli av­vocati nei confronti di una giurista luganese

  Dichiarando l'inamissibilità del ricorso, il Tribunale federale ha confermato la sospensione per 6 mesi dall'attività forense decre­tata a fine giugno 2007 dalla Com­missione di disciplina dell' Ordi­ne degli avvocati del Canton Ti­cino, nei confronti di una legale luganese. Nel settembre 2006 il presidente della Pretura penale aveva segnalato all' Ordine come un processo non aveva potuto svolgersi regolarmente a causa del comportamento tenuto dalla donna. Quest'ultima, in qualità di patrocinatrice di un'imputata, dopo la fase iniziale, noncuran­te dei richiami con i quali le era stato chiesto di limitarsi a solle­vare le eccezioni procedurali e a motivarle brevemente, aveva in­fatti preso la parola per leggere un'istanza zeppa di argomenta­zioni prolisse e accuse risultate «inverosimili» sull'operato degli inquirenti. Inoltre, alla ripresa del processo dopo la pausa pranzo, la legale aveva lasciato l'aula co­municando di eventualmente ri­nunciare al mandato, obbligan­do di conseguenza il giudice a congedare l'imputata, rimasta so­la, e a disgiungerne il procedi­mento. Nel febbraio 2007 il Pro­curatore generale aveva segnala­to un ulteriore episodio del gene­re, conclusosi con l'abbandono dell'aula della legale e successi­vamente della stessa imputata. La Commissione di disciplina aveva aperto un'inchiesta al ter­mine della quale l'interessata era stata sospesa e multata, per aver agito in spregio all'autorità e vio­lato gravemente i propri obblighi di patrocinatrice. 

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