Svizzera Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Seleziona la tua lingua

Da: La regione, 6.12.08 pag 3

<>Scarcerati Yasar Ravi e il commercialista
 Il Giar non convalida gli arresti ordinati dal pp Garzoni. Le indagini continuano ma diverse accuse sono cadute

  Yasar Ravi è stato scarcera­to. Ieri il Giar Edy Meli non ha confermato l'arresto dell'avvo­cato luganese nonché grancon­sigliere Ppd ordinato dal procu­ratore pubblico Arturo Garzo­ni che al 39enne contesta alcu­ni reati, tra cui la falsità in do­cumenti, in relazione alla com­pravendita di una villa di Ca­stagnola. Reati che avrebbe commesso in veste di legale e in correità con una sua cliente e un commercialista luganese, fi­nito pure lui in un primo tempo dietro le sbarre.
  Il provvedimento per Ravi era stato disposto da Garzoni giovedì al termine dell'inter­rogatorio dell'avvocato e de­putato negli uffici di Bellinzo­na del Ministero pubblico. Il giorno dopo nel pomeriggio l'udienza - una lunga e accesa udienza - davanti al Giudice dell'istruzione e dell'arresto che come detto non ha convali­dato la misura restrittiva. Di­feso dall'avvocato John Nose­da, Ravi, che si era detto e si dice estraneo ai fatti, ha così potuto lasciare in serata, in­torno alle 21, il carcere giudi- ziario della Farera dove si è svolta l'udienza. Durante la quale il procuratore pubblico ha rivisto le accuse prospetta­te giovedì al granconsigliere: sono saltate quelle di istiga­zione alla falsa testimonianza, di sviamento della giustizia e di favoreggiamento mentre sono state mantenute quelle di falsità in documenti e di con­seguimento fraudolento di una falsa attestazione. Ma ieri il Giar non ha confermato nep­pure l'arresto che Garzoni ave­va ordinato per il commerciali­sta. Anch'egli - patrocinato dall'avvocato Filippo Ferrari - si era dichiarato e si dichiara estraneo ai fatti. Fra i reati che gli erano stati addebitati la truffa: nel corso dell'udienza il pp ha però riconosciuto che questa ipotesi di reato non è so­stenibile così come quella di fa­voreggiamento.
  Ravi e commercialista resta­no indagati ma la loro posizio­ne si è ridimensionata. Soprat­tutto sono stati scarcerati. « La decisione del Giar corrisponde completamente alle mie aspetta­tive » , commenta soddisfatto il
 difensore di Ravi, l'avvocato Noseda.
  La villa di Castagnola

  L'inchiesta sarebbe stata in­nescata qualche anno fa da un esposto dell'ex marito, cittadino britannico, della donna già pro­prietaria dell'immobile di Ca­stagnola. A carico della quale, una 45enne originaria del can­ton Zurigo professionalmente attiva nel commercio con l'este­ro, la Procura, eseguiti i primi accertamenti, aveva aperto un procedimento per truffa, ammi­nistrazione infedele e consegui­mento fraudolento di una falsa attestazione. Difensore dell'in­dagata l'avvocato Ravi.
  Al centro della storia c'è la vil­la di Castagnola, che la 45enne aveva ceduto a un facoltoso in­glese, il quale nei mesi scorsi l'ha venduta a terzi. Il prezzo in­dicato nel rogito, allestito nel maggio 2005 da un notaio luga­nese (non era Ravi), era di 6,5 milioni di franchi. Stando alle indagini il vero prezzo pattuito dalle parti sarebbe stato però di almeno 9 milioni, dei quali 2,5 versati separatamente per l'ac­quisto dei mobili. All'ex marito la donna avrebbe sottaciuto il fatto di aver intascato i 2 milioni e mezzo: ciò per non ripartire la somma con il coniuge come in­vece tra loro precedentemente concordato nella convenzione di divorzio riguardo a un'eventua­le eccedenza sul prezzo di vendi­ta della casa. La donna avrebbe quindi incassato sia l'importo dichiarato nel rogito (6,5 milio­ni), inferiore tuttavia a quello ef­fettivamente stabilito con l'ac­quirente dell'immobile, sia, se­paratamente, i 2,5 milioni. Som­ma quest'ultima pagatale in base a un contratto per la cessio­ne dei mobili, operazione che non necessita di un atto pubbli­co come è il rogito. Due milioni e mezzo: un importo ritenuto da­gli inquirenti spropositato ri­spetto al valore reale del mobi­lio. Un contratto falso, insom­ma. Il sovrapprezzo dei mobili avrebbe costituito il nero della compravendita della villa. Per l'accusa, Ravi avrebbe parteci­pato a tutta l'operazione. Circo­stanza che l'avvocato e deputato nega. A.MA./L.B.
 




TI- PRESS
 Yasar Ravi
 

Da: La Regione, 5.12.2008 pag 3

Arrestato l'avvocato e granconsigliere Yasar Ravi
 A monte la vendita in nero di una villa. Fermato anche un commercialista luganese


  Gli inquirenti gli contestano reati in ambito immobiliare: reati che sarebbe­ro stati da lui commessi, in veste di av­vocato, in correità con una sua cliente e un commercialista. In ballo ci sarebbe la compravendita di una villa nel Luga­nese, che era di proprietà della sua cliente, e una falsa indicazione di prez­zo nel rogito. Lui è l'avvocato e deputa­to Ppd al Gran Consiglio Yasar Ravi: è stato fermato ieri in serata. Lo ha reso noto "il Quotidiano" della Tsi. Il fermo è stato disposto dal procuratore pubbli­co Arturo Garzoni al termine dell'in­terrogatorio condotto negli uffici bel­linzonesi del Ministero pubblico. Sul provvedimento si pronuncerà oggi il Giar. alla fine dell'udienza deciderà se convalidare la misura restrittiva tra­mutandola quindi in arresto oppure se rimettere in libertà il legale luganese. Ma il 39enne granconsigliere non è l'unica persona ad essere stata ferma­ta. Il medesimo provvedimento è scat­tato nei confronti del commercialista, un professionista di Lugano.
  Sullo sfondo dell'inchiesta ci sareb­be una vendita in nero di una villa. Sul rogito sarebbe stato indicato un prezzo inferiore a quello reale. Stando a "Tici­nonews", a innescare l'inchiesta è stata la denuncia sporta dall'ex marito della proprietaria della villa e cliente di Ravi: l'uomo non avrebbe ottenuto il tornaconto pattuito dalla vendita del­l'immobile da parte della moglie.
  Difeso dall'avvocato John Noseda, Ravi si dice estraneo ai fatti. All'allesti­mento del rogito, afferma da noi inter­pellato Noseda, « il mio assistito non ha minimamente partecipato. Sono convin­to che le accuse contro l'avvocato Ravi sono prive di qualsiasi fondamento ». Di origine aramaica, Yasar Ravi, 39 anni, abita nel Luganese. Dal 2003 siede in Gran Consiglio tra le fila, prima, di Generazione giovani, poi del Ppd. Nel 1994 la laurea in diritto all'Università di Friborgo. Due anni dopo il "Master of law" a Tübingen, in Germania. Nel 2000 si mette in proprio. Diversi i casi di cui si è occupato come avvocato. Di recente ha assunto la difesa di uno de­gli aggressori di Damiano Tamagni. « Aspettate a dare giudizi, non si può mettere in croce una persona », sostiene la sorella di Ravi, da noi raggiunta ieri sera telefonicamente: « Per noi è stata una vera e propria doccia fredda: no­stro fratello è innocente e lo dimostrerà subito. Ci hanno chiamato tantissime persone per manifestarci solidarietà e indignazione per quanto è successo. Ya­sar è una brava persona e non merita di subire questa gogna mediatica ». La sorella incalza: « È una vergogna: il Mi­nistero pubblico con questo arresto as­surdo vuole soltanto farsi pubblicità. Presto tutto sarà finito e allora faremo una conferenza stampa nella quale stigmatizzeremo il comportamento del­la magistratura ». La Procura dovreb­be tuttavia avere in mano elementi piuttosto solidi se ha ordinato l'arre­sto, o meglio gli arresti.
  Sbigottimento. È il sentimento che prevale a caldo nel mondo politico subi­to dopo la notizia del fermo del deputa­to cantonale Yasar Ravi. « È un momen­to molto delicato e difficile per le istitu­zioni »: Norman Gobbi, presidente del Gran Consiglio, commenta così quella che certo, comunque vada, non può es­sere considerata una bella notizia. Gob­bi ovviamente non intende entrare nel merito della vicenda, anche perché uffi­cialmente non se ne sa molto. « Se le im­putazioni riferite dai media dovessero trovare conferma, saremmo di fronte a un fatto molto grave », aggiunge il presi­dente del legislativo cantonale. RED.
 




TI- PRESS ARCHIVIO
 Il deputato in quota Ppd

 

Da: CdT 29.11.2008 pag 42

LETTERE AL CORRIERE
 La famiglia ucraina e la legge dello Stato

 Colui che ha lanciato lo slogan «la legge è uguale per tutti» non è ormai più raggiungibile e non se ne conoscono né le origini né la destinazione. Sembra strano sollevare una simile obiezione inerente al concetto reso visibile a caratteri cubitali in tutti i palazzi di giustizia, ma per il caso in oggetto, logiche spiegazioni sono d'obbligo allorquando una legge viene approvata seguendo determinati parametri. Il popolo si chiede qual è il senso della nuova legge, che legalmente e sovente si presta a varie interpretazioni. Dopo questa dovuta premessa, veniamo al caso concreto concernente la famiglia ucraina che mesi orsono tentò di entrare arbitrariamente in Svizzera passando dal Monte Lema innevato. Durante il lungo periodo in attesa dell'espulsione, l'autorità, invocando criteri contrari alle leggi in vigore, otteneva «per vie traverse» l'autorizzazione di prolungare il soggiorno abusivo.
  Sul CdT del 24 novembre si riferiva quando segue: «Partenza Ucraini, chiesta la proroga. Il legale della famiglia salvata sul Lema e che entro domani dovrà lasciare il Paese, ha scritto alle autorità federali chiedendo una proroga del termine». La richiesta inoltrata è stata avvalorata dal nominativo del legale, che si ritiene «specialista di diritto degli stranieri e dell'asilo».
  Veniamo al dunque: l'ultimo termine d'espulsione era stato emanato dal Tribunale amministrativo federale e confermava un primo no di Berna alla domanda d'asilo.
  Cadendo nelle maglie della burocrazia, arduo è uscirne.
 Gianni Paltenghi, Ponte Tresa 

Da: CdT, 29.11.2008, pag 13

Asfaltopoli ritorna in Procura
 Accolto parzialmente il ricorso della Città contro l'abbandono

  La CRP ha annullato il decreto di non luogo a procedere del PG Balestra sulla questione delle presunte fatture gonfiate da parte delle ditte di pavimentazione - Gli atti torneranno al Ministero per i necessari approfondimenti
  Asfaltopoli: la temperatura ri­torna rovente. La Camera dei ri­corsi penali del Tribunale d'appel­lo (presidente Mauro Mini, giudi­ci a latere Raffaele Guffi e Ivano Ranzanici)ha accolto parzialmen­te il ricorso che l'avvocato Davide Corti, rappresentante del Munici­pio di Lugano, aveva presentato contro il decreto di non luogo a procedere del 12 novembre dello scorso anno. Era stato emanato dal procuratore generale Bruno Balestra nel quadro del procedi­mento penale aperto in seguito al­la segnalazione del Municipio di Lugano per fatti di possibile rile­vanza penale. L'incarto ritorna nel­le mani del PG ed il non luogo a procedere è annullato. L' Esecuti­vo, nell'occasione, aveva segnala­to al Ministero pubblico possibili reati di truffa e falsità in documen­ti in relazione a cinque appalti pubblici concessi a una decina di ditte nell'ambito della pavimen­tazione stradale tra l'agosto del 2004 e l'aprile 2005 per un impor­to di 3,3 milioni di franchi. Un pe­riodo preciso, che aveva preso av­vio con l'inserimento in tutti i ban­di della Città di una clausola in cui il concorrente era tenuto a dichia­rare come le offerte non fossero frutto di «accordi atti ad impedi­re la libera concorrenza» e si era concluso, nell'aprile 2005 appun­to, con il crollo dei prezzi determi­nato dall'ufficializzazione dell'in­chiesta della Commissione federa­le della concorrenza (Com Co).
  Il Procuratore generale aveva aperto un procedimento ed alla fine aveva emanato un non luogo a procedere, spiegando tra l'altro che, «in assenza di norme speci­fiche che tutelano penalmente la libera concorrenza, conforme­mente all'impianto legislativo vi­gente, la fattispecie esaminata sot­to il profilo della truffa non può ri­tenersi qualificata, mancando la condizione oggettiva di un danno quantificabile». Ebbene, a detta della CRP, l'introduzione della clausola sulla concorrenza nei for­mulari di concorso del Comune istante è stata introdotta in rela­zione a sospetti, che si riaffaccia­vano periodicamente, circa la pos­sibile esistenza di accordi cartel­lari. «A fronte di simili sospetti, l'agire del Comune committente, che ha imposto ai concorrenti la sottoscrizione di una clausola di autocertificazione, non può, co­me accade nella decisione impu­gnata, ritorcersi contro il Comu­ne medesimo e giovare a chi fal­samente dette clausole le ha sotto­scritte ». La decisione evidenzia di conseguenza come s'imponga un approfondimento «con riferimen­to ai formulari di concorso inol­trati al Comune per gli appalti pubblici nel periodo critico al fi­ne di procedere alla verifica di pre­supposti di reato, nonché all'iden­tificazione di chi li ha sottoscritti e di chi, in altro modo, ha concor­so al loro allestimento o utilizzo.
  Per la CRP, anche con riferimento all'ipotesi di truffa, si giustifica il rinvio dell'incarto al Ministero pubblico, in quanto troppo pre­maturamente ha ritenuto che i fat­ti non costituissero reato. L'agire del Comune committente è stato quindi giuridicamente ragionevo­le ed adeguato anche nell'ottica di una possibile vittima di una truffa. Il Ministero pubblico dovrà di con­seguenza approfondire la modali­tà di funzionamento del cartello con riferimento in particolare al­l'accordo sui prezzi accertato dal­la Com Co. «Nella misura in cui sa­rà ricostruita la modalità di calco­lo dei prezzi, e con riferimento ai prezzi applicati successivamente (al mese di aprile 2005)dalle me­desime ditte per i medesimi com­mittenti, il Ministero pubblico po­trà con più cognizione di causa ve­rificare se siano determinabili o meno gli elementi costitutivi del reato». «L'istanza è parzialmente accolta e gli atti rinviati al procura­tore generale affinché proceda al­la completazione delle informa­zioni preliminari ai sensi dei pre­cedenti considerandi». Contro la decisione della CRP può essere inoltrato ricorso entro 30 giorni al Tribunale federale.
 Emanuele Gagliardi Giovanni Mariconda




SI VA AVANTI Il Municipio aveva segnalato possibili reati di truffa e falsità in documenti in relazione a cinque appalti pubblici. (foto Cd T)
 

 

Scritto da Lorenzo Quadri - MDD 

domenica 09 novembre 2008

L'amarezza di Patrick, che nel luglio scorso venne aggredito a sprangate da tre kosovari fuori da un esercizio pubblico del Luganese: «Non solo non ho diritto ad alcun aiuto, ma con le mie imposte pago la difesa dei delinquenti che mi hanno mandato all'ospedale»

Ad inizio luglio la cronaca cantonale è stata scossa da un episodio allarmante. Uno di quegli episodi che qualcuno si ostina ancora a spacciare per "casi isolati" quando bisognerebbe semmai parlare di casi ricorrenti. Fuori da un esercizio pubblico del luganese, un ticinese di 33 anni venne aggredito a calci, pugni e sprangate da un gruppo di cittadini balcanici. C'erano dunque tutti gli elementi perché l'aggressione potesse andare a finire molto male. Per fortuna, il fisico palestrato del ticinese gli permise di contenere i danni.
Dopo il fattaccio, la vittima denuncia gli aggressori che vengono identificati ed arrestati. Si tratta di tre fratelli kosovari di 19, 28 e 33 anni. Due di essi risiedono in Svizzera grazie ad un'ammissione provvisoria (!), ovvero un permesso F, rilasciato nel 1999: alla faccia del provvisorio!
Tutti e tre sono persone note alla giustizia per una serie di reati. A questo punto uno si potrebbe legittimamente aspettare che i tre delinquenti si becchino una condanna esemplare e, finalmente, l'espulsione dalla Svizzera in cui, sottolineiamo, dovrebbero essere ammessi solo provvisoriamente. E dove, malgrado l'ammissione fosse provvisoria, hanno finora commesso reati senza mai venire espulsi.
 Ma se questo accadrà è ancora tutto da vedere, poiché la vicenda si sta avviando su binari inquietanti.
Intanto, due degli aggressori, malgrado già noti alla giustizia, sono stati rilasciati dietro cauzione dopo breve tempo, mentre solo il terzo, a seguito di un curricolo penale ancora più nutrito di quello degli altri, dovrebbe essere ancora al fresco. Il colmo è che, dalla piega che stanno prendendo le cose,  a restare fregato rischia di essere il ticinese vittima dell'aggressione: Patrick. Il quale, come detto, ha fatto causa agli aggressori, ma ora si trova in una situazione di impasse. «Ho sporto denuncia, aiutando le autorità nello svolgere il loro dovere a tutela del cittadino. Ma ora, se voglio ottenere giustizia, devo anticipare di tasca mia le spese dell'avvocato. Senza alcuna garanzia di venire poi risarcito, dal momento che gli aggressori risultano indigenti... naturalmente riultano indigenti solo per lo Stato, dal momento che girano in Jaguar e possono permettersi i vestiti firmati! Il colmo è che, mentre io non ho diritto ad alcun aiuto da parte dell'ente pubblico perché ho un reddito, questa gente beneficia del gratuito patrocinio! E' allucinante: io vengo aggredito e non solo devo cominciare col pagarmi di tasca mia tutte le spese legali, ma con le mie imposte devo pure finanziare l'avvocato difensore a chi mi ha mandato all'ospedale e in infortunio per quasi 2 mesi. Dopo aver sporto tutte le denuncie, nell'interesse anche della comunità, mi trovo nella situazione di dover seriamente pensare di gettare la spugna: perché, oltre ad aver subito un danno fisico, invece di venire risarcito rischio ancora di perderci dei soldi. Figuriamoci, l'avvocato degli aggressori mi ha detto che i suoi assistiti possono al massimo racimolare 5000 Fr, mentre io ne ho già spesi 8000 per l'avvocato. Se proseguo nella mia battaglia legale e le spese schizzano verso l'alto, che garanzie ho di venire poi risarcito e indennizzato come mi pare di meritare? Questa situazione è veramente assurda e ci tengo a renderla pubblica. Non solo per me, anche per chi domani potrebbe trovarsi nella mia stessa situazione... o  vi si trova già oggi. Se è così che funziona la nostra giustizia, nessuna sorpresa che la gente abbia perso la fiducia nei tribunali». 

 

Da: CdT 19.11.2008 pag 11

Vi racconto il mio incubo
 Daniel Haesler coinvolto (e assolto) nella vicenda SUVA


 L'imprenditore con uffici a Lugano parla della sua du­ra esperienza. Ha chiesto alla Giustizia di risarcirlo

  Diciotto giorni di carcere, tra­scorsi ancora nelle vecchie Pre­toriali, precisamente a Mendri­sio, accusato di pesanti reati di na­tura finanziaria. Una detenzione dura, isolato dal resto del mondo. Poi la libertà prov­visoria, l'inchiesta, gli amici (alcuni) che prendono le distanze, così co­me altri cono­scenti (ed istituti di credito) con i quali si erano te­nuti sino ad allora stretti contatti di lavoro. Un mondo che rischia di crollare. Infine, quest'anno, il pro­cesso conclusosi con l'assoluzio­ne ed il riconoscimento, da parte del Tribunale penale federale di Bellinzona, di non aver compiu­to alcun reato. Questa è la storia di Daniel Haesler, 48 anni, im­prenditore con uffici a Lugano, fi­nito in carcere quando scoppiò lo scandalo sul giro di tangenti le­gate ad alcuni immobili di pro­prietà della SUVA. Lui è uno dei tre imputati minori prosciolti, a differenza degli accusati che ri­vestirono un ruolo importante nella vicenda, tutti condannati.
 Ricorso a Losanna
 Adesso ha deciso, assistito dal suo legale, avvocato Roberto Rulli, di chiedere un risarcimento alla Giustizia. Per questo motivo è sta­ta inoltrata al Tribunale federale di Losanna una domanda per ve­dere riconosciuti il torto morale e il pagamento delle spese legali sostenute nella lunga causa:il tut­to quantificato in 140 mila fran­chi. «Somma quest'ultima, che non rappresenta certamente i danni che ho subito» sottolinea l'imprenditore. «Questa vicenda mi ha portato sull'orlo della ban­carotta. E dietro di me vi erano tutti i miei collaboratori, che la­voravano con me in ufficio ed i dipendenti delle ditte che colla­boravano con me alla realizzazio­ne di immobili nel Cantone».
 Tutto iniziò un pomeriggio
 Non è semplice per Daniel Hae­sler tornare indietro nel tempo, a quella mattina del 12 settembre 2005 quando nel suo ufficio arri­varono alcuni agenti che gli chie­sero gentilmente di seguirlo in Procura perché avevano bisogno di alcune spiegazioni. Lui li seguì tranquillamente:non sapeva che da quel momento sarebbe entra­to in un incubo, terminato solo tre anni dopo. «Da quel momento so­no sparito dalla faccia della terra. Non sapevo più che cosa succe­deva intorno a me».
 Le regole della Giustizia
 L'imprenditore luganese era fini­to nelle maglie della Giustizia, che ha le sue regole, rigide e severe, che mettono a dura prova tutti co­loro che finiscono in carcere. La magistratura stava lavorando su un caso complesso:vi erano varie posizioni che dovevano essere de­finite. Era quindi necessario che l'inchiesta procedesse come tut­te le altre, evitando il pericolo di collusioni. Quando si finisce in carcere cessano i rapporti norma­li e quotidiani con il mondo ester­no, con i propri famigliari. A vol­te il ruolo dei congiunti lo assume il difensore, unica cerniera di con­tatto con l'esterno. Una doccia al­la settimana, una compagnia (un altro detenuto, magari violento, nella cella). Il catenaccio che si apre e si chiude: le umilianti pra­tiche per i trasferimenti nei cellu­lari, le attese nei sotterranei al pa­lazzo di giustizia aspettando di es­sere chiamati nell'ufficio del pro­curatore pubblico. Con l'arrivo del carcere giudiziario della Farera e la chiusura delle vecchie ed inade­guate celle pretoriali buona parte di queste traumatizzanti esperien­ze sono ora risparmiate a coloro che finiscono in carcere. «Lo sa­pete quanto è durato il mio primo interrogatorio? - spiega il nostro interlocutore - undici ore, ma io avrò parlato per un'ora. In quel­­l'ufficio continuava a suonare il te­lefono, il magistrato che mi stava di fronte usciva e rientrava perché probabilmente era impegnato su altri fronti». Intanto l'imprendito­re non sapeva che cosa fosse real­mente successo. Cercava di dare le sue spiegazioni, ripeteva di aver svolto con impegno e correttezza i suoi compiti. Raccontava di aver effettuato le perizie immobiliari che gli erano state richieste se­guendo le informazioni fornitegli dal committente.
 Infine la scarcerazione
 Quando Daniel Haesler uscì dal carcere probabilmente non cre­deva ai suoi occhi ed alle sue orecchie. Il mondo che aveva la­sciato tre settimane prima era completamente cambiato. Venti giorni prima era all'apice della sua carriera, stimato, riverito. Adesso era diventato un colletto­re di richieste di dimissioni dalle varie associazioni professionali di cui era membro, compresa quella nazionale (SVIT). Parec­chi coloro che gli hanno voltato le spalle. «Non tutti - sottolinea - fortunatamente. Comunque so­no stato tagliato fuori dal mondo. Ho perso un mucchio di manda­ti. Per fortuna sono riuscito a re­stare a galla. Mi sono concentra­to sul lavoro, per evitare il falli­mento (c'erano di mezzo dozzi­ne di lavoratori). Sono uscito più forte di prima. Ho riallacciato i contatti con le banche, non con tutte. E' stata una dura esperien­za. Sono tuttavia riuscito ad otte­nere negli ultimi due anni un suc­cesso che non ho mai avuto nei primi 30 anni di lavoro»..
 Il rapporto di fiducia
 È arrivata l'assoluzione. « Nono­stante ciò - sottolinea Haesler, mi sto ancora rendendo conto di quanto sia difficile ristabilire il rapporto di fiducia con chi mi sta attorno». Non certamente con co­loro che hanno sempre avuto fi­ducia in lui, ma con chi si è lascia­to influenzare dalle notizie usci­te subito dopo lo scoppio della vi­cenda. Senza tener conto della sentenza di assoluzione. «Oggi voglio ripetere che io sono stato assolto. Voglio dire a quanti mi conoscono che non hanno sba­gliato a credere in me». Il pensie­ro corre alla famiglia «che non mi ha mai abbandonato».
 Emanuele Gagliardi Bruno Pellandini







SOLITUDINE Immagine d'archivio del giorno prima della chiusura delle pretoriali di Mendrisio dove le con­dizioni di detenzione erano pesanti. Haesler (a sinistra) ne è stato testimone. (foto Fiorenzo Maffi)

 

Newspaper

Movimento Papageno esamina l’impatto giuridico e sociale della separazione e del divorzio, con particolare attenzione al benessere dei minori e alla responsabilità genitoriale condivisa.

Forniamo documentazione e analisi per sostenere decisioni informate e un dibattito pubblico equilibrato in Ticino e in Svizzera.

Iscriviti per ricevere aggiornamenti.

Maschi avvisati mezzi sal­vati

Bene dei minori

Male dei minori

Ultimi articoli