Da: La regione 16.7.10 pag 15
Rapina alla Coop, due condanne
Morbio Inferiore, sono stati i due uomini a tentare il colpo.
Prosciolta la donna
P.COL.
Il giudice Claudio Zali
ha ‘bacchettato’ l’accusa
Hanno un volto e un nome gli autori della tentata rapina alla Coop di
Morbio Inferiore. Dopo due giorni di processo, la corte delle assise
correzionali di Mendrisio ha stabilito che, la sera dell’8 ottobre
scorso, sono stati il 23enne di Tavernola e il 53enne di origini sarde a
tentare di svaligiare, pistola alla mano, la cassa del negozio situato
nel nucleo del paese. Il giudice Claudio Zali li ha condannati a
30 e 34 mesi di detenzione (di cui 19 sospesi). Prosciolta – dovrà
pagare una multa di 200 franchi – la 43enne domiciliata nella regione
chiamata in causa dal più giovane dei rapinatori.
«La vostra potrebbe essere una tentata rapina da balordi – ha
affermato Zali motivando la sentenza – ma poteva finire in tragedia:
se non è successo non è di certo per la vostra volontà, ma per la buona
sorte». Durante le due ore di camera di consiglio, la corte ha
stabilito che la versione dei fatti più attendibile è stata quella
fornita dalla fidanzata del 23enne – «l’unica persona che non aveva
interesse a mentire» – alla quale il compagno ha confessato di
essere stato l’autore, unitamente al 53enne, della tentata rapina.
Un reato grave, quindi, che unito all’elenco di reati minori, avrebbe
potuto essere giudicato anche da una corte criminale. «Alla pubblica
accusa manifesto il mio dissenso su molte considerazioni esposte –
ha continuato Zali –, errate dopo avere ben condotto l’inchiesta».
Durante la sua requisitoria, la Procuratrice pubblica Clarissa
Torricelli ha cercato di evidenziare bugie e contraddizioni
raccontate dagli imputati. A partire dal 53enne sardo – 34 mesi di
detenzione la pena richiesta – «che mente per difendersi dall’accusa
di correità in rapina e che il giorno della stessa era in Ticino e non
oltre confine come ha sempre voluto far credere». La sua è stata una
colpa «particolarmente grave». Le azioni sono state generate dal
bisogno di denaro. «Con la sua scaltrezza ha dimostrato
un’importante pericolosità: non si è fatto scrupoli ad utilizzare
un’arma carica per andare a commettere un reato».
Il più giovane del gruppo era l’unico reo confesso. «La colpa è
comunque grave: non aveva una situazione che lo obbligasse a commettere
questo reato, ma solo un capriccio da soddisfare». Per lui la
richiesta di pena è stata di 30 mesi da espiare. Le dichiarazioni del
23enne, che ha indicato la donna come sua correa, sono state ritenute
vere dall’accusa. «La signora non è credibile – ha spiegato la Pp
chiedendo 28 mesi di carcere – ha mentito su tutto: è colei che ha
impugnato la pistola e ha esploso un colpo. Aveva bisogno di denaro e
aveva tutto l'interesse a partecipare alla rapina». Una tesi, come
visto in apertura, che non ha trovato il consenso della corte. «Il filo
giusto non possono essere le parole del giovane – ha concluso Zali
–. È un bugiardo spudorato che non è credibile su nulla, fatta
eccezione sull’utilizzo della pistola da parte del complice».
Sul tema è tornato anche l’avvocato Marco Frigerio – legale della
donna, per la quale ha chiesto il proscioglimento – nella sua arringa.
«La chiamata di correo non è attendibile: il 23enne ha scaricato le
responsabilità per proteggere la persona che l’ha aiutato e sulla quale
avrebbe potuto contare anche in futuro». Secondo Carlo Steiger,
legale del giovane, quella commessa a Morbio è invece stata «una rapina
last minute effettuata da grandi dilettanti e con un sopralluogo
all’acqua di rose».
La difesa del sardo, rappresentata da Véronique Droz Gianoli ha
invece sostenuto la tesi che «nulla dimostra la sua partecipazione
alla rapina, né alla fase preparatoria né dal profilo materiale». La
corte ha riconosciuto anche una parte delle richieste di parte civile
presentate dall’avvocato Gianluca Molina, patrocinatore di un
ragazzo aggredito dai due uomini.
Nessuna truffa e nessun omicidio commissionato
Non c’è stata truffa. Almeno non nella forma in cui è stata prospettata.
Il 53enne di origini sarde è stato prosciolto da questa accusa. Quanto
da lui raccontato in aula «è
assurdo». Così ha affermato il
giudice Claudio Zali in merito al reato che ha visto coinvolta anche la
vedova, rappresentata dall’avvocato
Rossano Bervini, di un noto
commerciante di articoli sportivi del Luganese. La donna avrebbe chiesto
al 53enne,
pagandolo 17 mila franchi, di uccidere il cognato e
l’avvocato che tutela gli interessi del negozio. «Processualmente
non
è possibile credergli nemmeno se quello che racconta fosse vero: è
assurdo credere alla commissione di due omicidi per 7 mila franchi con
sicari che compaiono e scompaiono». L’incarto sulla vicenda resta
comunque ancora pendente. «Seppur
con luci e ombre, la versione
raccontata dalla signora è più credibile: non ha commissionato nessun
omicidio». Il
presidente della Corte si è detto anche «rammaricato» per la lunga
carcerazione preventiva della donna, arrestata a inizio dicembre e
rilasciata il 24 giugno.