Da: CdT, 2.7.10 pag 1 e 11
POLITICA E GIUSTIZIA
PASSI INDIETRO NELL'ELEZIONE DEI MAGISTRATI
GIOVANNI GALLI
Sembra che non passi concorso
o tornata
di nomine
nella magistratura senza annessa polemica sul sistema
di
elezione. A dare fuoco alle polveri, stavolta, è stato il capogruppo
del PS Raoul Ghisletta (cfr. pagina 39), che ha dichiarato ormai defunta
la convenzione stilata appena dieci mesi or sono dall'Ufficio
presidenziale del Gran Consiglio e da una rappresentanza della
Commissione degli esperti indipendenti per l'elezione
dei magistrati.
L'accordo, che era stato voluto per privilegiare i criteri di
competenza
nella scelta dei magistrati rispetto a quelli politici
(senza comunque escludere questi ultimi), sarebbe stato di fatto
sconfessato in occasione dell'elezione di due giudici del Tribunale
d'appello, la settimana
scorsa in Parlamento. La Commissione di
esperti, presieduta dal giudice federale Aldo Borella, aveva
attribuito la qualifica «particolarmente idoneo» a tre candidati,
tutti di area popolare-democratica. Solo una di loro tuttavia,
l'attuale procuratrice generale aggiunta Rosa Item, è stata eletta, per
di più al secondo turno. In prima battuta la maggioranza
assoluta dei
consensi è andata ad un candidato di area liberale-radicale, che era
stato valutato solo come «idoneo»
dalla Commissione. Di qui l'accusa
dei socialisti ai liberali
di avere voltato le spalle alla
convenzione e la sollecitazione
a ridiscutere la questione
delle
nomine, non sulla base di accordi di carattere «privato» fra le parti ma
tramite
una riforma costituzionale o legislativa. A questo punto,
dire che si ritorna
ai piedi della scala è come
minimo fuorviante.
In realtà, rispetto alla riforma del 1998, che aveva introdotto il
concorso e la Commissione di valutazione, si è fatto un passo indietro.
In un primo momento, vuoi per non smentire sé stesso, vuoi perché
sinceramente
pervaso di uno spirito di cambiamento, il Parlamento
aveva cercato di tener fede all'obiettivo di spoliticizzare la
giustizia. Poi le vecchie logiche
spartitorie hanno ripreso piede.
Con un'aggravante: i partiti, che in precedenza si dovevano assumere in
prima
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persona le responsabilità delle nomine, si sono interessati più alla salvaguardia degli equilibri politici che alla competenza dei candidati. In questo modo, quello che sulla carta doveva essere un sistema equilibrato, in grado di abbinare attitudini professionali (concorso) e indipendenza (elezione parlamentare), si è via via snaturato, creando effetti perversi e conflitti. I concorsi, in particolare quelli per la funzione di procuratore, hanno registrato un progressivo calo di partecipazione, perché i potenziali candidati, sapendo da che parte tirava il vento, preferivano aspettare il turno della loro area politica di riferimento piuttosto che andare incontro ad una bocciatura sicura. È anche capitato di assistere ad abbandoni di massa nell'imminenza del voto parlamentare, dopo aver saputo che i partiti si erano accordati dietro le quinte per eleggere quello o quei candidati. Dal canto suo, la Commissione di valutazione dei candidati si è spesso sentita confinata in una funzione alibi, vedendo che le sue raccomandazioni venivano prese poco in considerazione, se non del tutto ignorate. Mentre la politica ha sempre voluto marcare il suo primato, facendo capire a diverse riprese di non essere disposta a lasciarsi dettare le scelte dalla Commissione. La convenzione firmata l'anno scorso (tranne che dal PS) doveva segnare un punto di svolta, alla ricerca di un equilibrio che tenesse in debito conto le indicazioni degli esperti e le prerogative della politica. Ma anch'essa, come tutte le buone intenzioni prive di un reale consenso, è stata dimenticata alla prima occasione.
Intendiamoci, in questa vicenda nessuno ha il diritto di scagliare la prima pietra. Dopo dodici anni di esperienza sul campo, ogni partito si ritrova i suoi bravi scheletri nell'armadio (anche questi ripartiti politicamente). Quindi, delle due l'una. O si nega semplicemente il problema, dicendo che nessuno ha ancora trovato la formula magica e che il sistema attuale, pur con tutte le sue pecche, è il meno peggio. Oppure lo si riconosce e ci si mette mano per risolverlo, facendo davvero in modo che i posti nella magistratura siano occupati dalle persone più preparate e non tramite criteri poco trasparenti. Il che non significa sacrificare la politica, delegando le competenze di nomina, come avviene in altri Paesi, ad un sistema a circuito chiuso composto da esperti del settore. Rischierebbe di essere un rimedio peggiore del male e totalmente avulso da un contesto di democrazia semidiretta. Anche nella composizione della giustizia devono essere rispettate le diverse sensibilità presenti nella società, purché le candidature che arrivano in aula siano il prodotto di un autentico e riconosciuto meccanismo di selezione. Proposte per alzare l'asticella d'ammissione tramite esami e prove d'idoneità, ad esempio, sono già state fatte e meriterebbero un serio approfondimento. Continuare a lamentarsi e a rimpallarsi le responsabilità senza cercare di cambiare, vorrebbe dire che, in fondo in fondo, fa comodo a tutti lasciare le cose come stanno.
Giovanni Galli
