Da: La regione 7.5.09 pag 22
Incidente di Pedrinate, non ci sarà inchiesta
Il Governo ‘archivia' il caso. Delusi i familiari della vittima
D.C.
Non ci sarà nessuna inchiesta amministrativa. Sull'incidente di Pedrinate il Governo ha deciso di «non avviare ulteriori procedure». Sotto la lente in questo ultimo periodo era finito il comportamento dei superiori diretti dell'ex caporale della Polizia cantonale responsabile dell'incidente che il 3 agosto del 2007, lungo la strada che conduce alla frazione cittadina, è costato la vita a Enrico Codoni, 38 anni di Caneggio. Il Consiglio di Stato, come si conferma in una nota diffusa ieri, ha condiviso le conclusioni alle quali sono giunti il consulente giuridico Guido Corti e il direttore della Divisione della giustizia Giorgio Battaglioni. La scelta di rinunciare a un procedimento disciplinare non trova però concordi i familiari della vittima. «Concretamen- te - commentano per voce del loro legale Marco Frigerio - le modalità con cui l'inchiesta è stata portata avanti possono essere considerate alquanto deludenti».
Il commento della famiglia non indulge né verso il responsabile né verso i suoi superiori. «Non intervenire nei confronti di un subalterno che non rispetta le norme interne e non approfondire le voci relative a un agente di polizia che abusa con l'alcol è ritenuto dai familiari una circostanza molto grave». Per i congiunti del 38enne «da un punto di vista morale i superiori dell'ex caporale portano la medesima responsabilità dell'autore materiale del reato». Autore che, comparso di fronte alla Corte delle Assise correzionali, il 7 aprile scorso è stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo e condannato a 24 mesi mesi sospesi.
Ma come si è svolto l'accertamento aperto dal Cantone? Nel corso della raccolta delle informazioni preliminari sono stati sentiti, si spiega da Bellinzona, 23 collaboratori. L'esito? «Non sono emersi i presupposti per avviare una formale procedura disciplinare nei confronti dei quadri della Polizia cantonale - ovvero i suoi superiori e in particolare il tenente Giovanni Capoferri -; la procedura non ha consentito infatti di dire che quest'ultimi siano venuti meno ai loro doveri di vigilanza nei confronti dell'allora collaboratore ed abbiano così disatteso i loro doveri di servizio».
Alla famiglia di Enrico nessuno però toglie dalla mente che «se chi doveva intervenire l'avesse fatto l'incidente avrebbe potuto essere evitato». Quel giorno l'ex poliziotto viaggiava a 78 chilometri orari (oltre quindi i 50 ammessi), in corpo un tasso d'alcolemia del 2 per mille. Secondo i parenti i segnali, insomma, c'erano stati: «Tutti nelle gendarmerie di Chiasso e Mendrisio - si legge nel comunicato dell'avvocato - erano a conoscenza della voce relativa alla sua propensione all'abuso di alcol». D'altra parte, come precisa anche Guido Corti, è vero che le dichiarazioni dei collaboratori sono state in parte contrastanti, «ma non è stato comprovato o è emerso che i superiori sapessero della sua propensione al bere o che avessero taciuto o protetto l'agente». E questo, ribadisce, era lo scopo degli accertamenti avviati dal Cantone. I familiari della vittima lamentano però il fatto di «non avere potuto partecipare attivamente» all'inchiesta amministrativa. «Si trattava di un procedimento interno - puntualizza Corti -: in questo caso il denunciante non ha diritto di partecipare. Capisco la famiglia dal punto di vista umano, ma la natura della procedura non contempla un suo coinvolgimento. Va pur detto che abbiamo tenuto in debita considerazione gli interrogativi e le indicazioni del legale».