Solo
qualche ora fa è finito un incubo pluriennale per sette dei nove
imputati davanti al Tribunale penale federale in Bellinzona; ed il
superprocuratore Adrian Ettwein è stato rispedito a casa con danni
permanenti alla carriera ed all’”ego” sino a ieri smisurato (ben gli
sta). In attesa delle motivazioni di tale sentenza, che è clamorosa
solo per chi aveva abbracciato acriticamente le tesi dell’accusa,
alcune modeste ma utili proposte.
Partiamo alla grandissima, menzionando don Lisànder ed il suo principe
di Condé, che dicono aver dormito saporitamente la notte avanti una
celebre battaglia. Non che il Condé abbia un ruolo strategico in questo
racconto, salvo il fatto che ci si domanda come tra ieri ed oggi abbia
riposato (e se abbia riposato) tale Adrian Ettwein, procuratore
incaricato o incaricatosi di trascinare l’accusa al maxiprocesso
davanti al Tribunale penale federale in Bellinzona. Detto fuori dai
denti, non si può provare altro che ribrezzo verso un falsario della
giurisprudenza o, se preferite l’esplicitazione, verso un ideologo da
dogmi autoreferenziali; si spera pertanto che costui si sia rigirato
tra le lenzuola, e che per la prima volta nella sua mente si siano
formati alcuni concetti. Nel caso ciò non sia avvenuto, lo si aiuta e
lo si agevola, ricordandogli nel frattempo che su nove persone imputate
ben sette - pesino i nomi di Alfredo “Fredi” Bossert e di Franco Della
Torre - sono state assolte.
Lato legale. Ciò che non sta scritto nei libri non è nel mondo; eppure
Adrian Ettwein, nel delirio di un atto di accusa che pareva costruito
con il solo scopo di ottenere la fucilazione sommaria degli accusati,
ha tentato di ottenere condanne per ciò che crimine non è mai stato, in
Svizzera. Sarebbe dovuta valere, nella sua interpretazione delle cose,
una sorta di proprietà transitoria del reato, e per di più con il
criterio dell’extraterritorialità; se A fa questo per mestiere ed A
conosce B e B ha comperato un chilogrammo di zucchero da C dopo essersi
fatto prestare i soldi da D, automaticamente D è sodale e complice di A
per quel che A abbia commesso o possa aver commesso in un imprecisato
momento della sua esistenza. Con tali premesse, non c’è una probabilità
che sia una dell’innocenza di papa Benedetto XVI, per dire di un
personaggio presumibilmente al di sopra di ogni sospetto, fatte salve
alcune vicenduole di basso cabotaggio in epoca di Concilio Vaticano II.
Lato mentale. Nel corso della sua formazione, Adrian Ettwein si
dev’essere convinto della totale affidabilità di alcuni strumenti di
indagine assai cari ad altre magistrature nazionali. Essendo tuttavia
che i processi vengono fatti in aula e non sulle pagine dei giornali,
si scoprì che le polveri erano bagnate nel momento stesso in cui l’uomo
scoprì un arsenale di armi d’anteguerra e lo presentò come risorsa
inoppugnabile, a sua valutazione, s’intende. Ed infatti: il “pentito”
di camorra, numero imprecisato di ergastoli sul groppone, che parla per
enigmi e secondo la regola del “sentito dire”; la collaborazione delle
forze dell’ordine italiane, che tuttavia si trasforma in “boomerang”
perché dalle dichiarazioni emerge sì un quadro interessante circa
alcuni fenomeni della criminalità, ma nulla - ed ancora meno, se la
cosa fosse possibile - afferente al processo. Per tanto così, esistono
ottime conferenze ed eccellenti conferenzieri che potranno venire in
qualunque momento, su semplice invito ed al prezzo del rimborso-spese,
a raccontare di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e del
semidimenticato Boris Giuliano.
Lato (in)culturale. È parso a più riprese che, nei propositi
dell’accusa, dovesse prevalere una condanna istituzionale di tutto ciò
che sta a sud del San Gottardo. Equazioni: Italia uguale scandali e
mafia, Ticino uguale Italia. Ticino uguale scandali e mafia. Ma arrivo
io, Adrian Ettwein l’ammazzatutti, Adrian Ettwein accusatore
implacabile e giudice; e vedrete. Abbiamo visto, infatti.
Conclusioni, e prendano appunti a Berna, a Losanna, a Bellinzona, a
Lugano ed in qualunque altro luogo sia amministrata la giustizia in
nome del popolo sovrano. Se con tutto l’armamentario sfoderato da
Adrian Ettwein questi sono gli esiti, erronee risultano le premesse
strutturali con cui vengono impalcati certi processi dall’enorme
ridondanza mediatica (a proposito della stampa: quella ticinese, con
rarissime e deplorevoli eccezioni, è stata splendida nel riferire con
puntualità ma anche nell’evidenziare le falle, e le falle stavano su un
solo fronte). A partire da domani, con gentile grazia, si faccia così:
rogatorie in arrivo, nel congelatore o respinte d’ufficio alla
frontiera; richieste di rogatoria in partenza, al macero prima ancora
che l’inchiostro si sia asciugato sul foglio qualora vi sia anche
soltanto il sospetto di una “fishing expedition”. Ci sarebbe anche
altro; ma queste due calde raccomandazioni, oltre a far risparmiare
milionate di franchi in procedure ed a sveltire i ritmi, avranno
persino il pregio di salvare qualche carriera. Già: su quella di Adrian
Ettwein, degno epigono di Valentin Roschacher, al momento non
scommetteremmo un centesimo.
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