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In una società democratica, i tribunali devono ispirare fiducia al pubblico (sentenza n. 33958/96 del 21 dicembre 1998 della Corte europea dei diritti dell’uomo in re Wettstein c. Svizzera, riassunta in: SJ 123/2001 pag. 455; T.d.A. pronuncia 21 aprile 2008 inc. n. 11.2007.92).

La fiducia nell’applicazione del diritto è fondamento e limite dell’attività dello Stato (art. 5 cpv. 1 Cost. fed.); gli organi dello Stato, autorità e privati agiscono secondo il principio della buona fede (art. 5 cpv. 3 Cost. fed.); la Confederazione e i Cantoni rispettano il diritto internazionale (art. 5 cpv. 4 Cost. fed.).

Da: CdT, 21.08.08, pag 10

Il caso Zali a Perugini
L'incarto passa di mano dopo la sentenza della CRP

Sarà Antonio Perugini, in base al criterio della maggiore anzianità di servizio, a riprendere l'inchiesta lasciata dal PG Balestra sul giudice Zali per appropriazione semplice
  Sarà il procuratore pubblico Antonio Perugini a seguire l'in­chiesta concernente il giudice Claudio Zali, indagato dal procu­ratore generale Bruno Balestra per appropriazione semplice, do­po la decisione della Camera dei ricorsi penali (CRP) del 7 agosto scorso.
  Nell'occasione, ricordiamo, il pre­sidente della CRP, Mauro Mini, aveva accolto l'istanza di ricusa presentata da Zali e dal suo di­fensore, avvocato John Noseda. I giudici, leggendo la documenta­zione, avevano ravvisato nell'agi­re del PG almeno la parvenza del­la prevenzione.
  Ieri pomeriggio, con un breve co­municato, il Ministero pubblico ha reso noto che in base al crite­rio della maggiore anzianità di servizio il dossier è stato ripreso dal procuratore pubblico Anto­nio Perugini.
  Adesso il magistrato dovrà legge­re il voluminoso incarto riguar­dante l'intera vicenda ed i suc­cessivi interrogatori scattati, con­dotti dal PG Balestra, compresi quelli riguardanti il giudice Clau­dio Zali. Al termine dell'esame della pratica dovrà poi valutare il da farsi: stabilire se in base alla documentazione vi siano ele­menti sufficienti per giungere a chiudere l'inchiesta. Oppure se sia necessario procedere ad ulte­riori atti istruttori prima di arri­vare a stilare quanto deciso. A questo proposito nei prossimi giorni vi sarà probabilmente un incontro tra il procuratore pub­blico subentrato a Balestra e la di­fesa del giudice Zali.
  In attesa degli sviluppi di questa vicenda il magistrato indagato ed il pp Perugini sono destinati ad incontrarsi in aula penale. Un normale appuntamento di lavo­ro comunque in occasione del processo che si terrà la settima­na prossima, esattamente il 27 agosto, davanti alla Corte delle assise Correzionali di Lugano: nell'occasione si svolgerà il pro­cesso a carico dei due ex agenti di sicurezza che nell'ottobre del 2006 aggredirono un partavalori armati di spray al pepe. L'episo­dio era avvenuto nei pressi del­l'autosilo San Giuseppe. I due im­putati erano entrati in azione nel primo pomeriggio di venerdì 13 ottobre, spruzzando la sostanza urticante negli occhi della vitti­ma che, accecata e stordita, ave­va visto volatilizzarsi una borsa contenente quasi 400 mila euro. I due non erano comunque anda­ti troppo lontano e la refurtiva era stata recuperata. L'accusa sarà so­stenuta, appunto, da Perugini. Claudio Zali presiederà la Corte.
 e.ga./gi.m

 

Da: CdT, 21.08.08, pag 10

Il caso Zali a Perugini
L'incarto passa di mano dopo la sentenza della CRP

Sarà Antonio Perugini, in base al criterio della maggiore anzianità di servizio, a riprendere l'inchiesta lasciata dal PG Balestra sul giudice Zali per appropriazione semplice
  Sarà il procuratore pubblico Antonio Perugini a seguire l'in­chiesta concernente il giudice Claudio Zali, indagato dal procu­ratore generale Bruno Balestra per appropriazione semplice, do­po la decisione della Camera dei ricorsi penali (CRP) del 7 agosto scorso.
  Nell'occasione, ricordiamo, il pre­sidente della CRP, Mauro Mini, aveva accolto l'istanza di ricusa presentata da Zali e dal suo di­fensore, avvocato John Noseda. I giudici, leggendo la documenta­zione, avevano ravvisato nell'agi­re del PG almeno la parvenza del­la prevenzione.
  Ieri pomeriggio, con un breve co­municato, il Ministero pubblico ha reso noto che in base al crite­rio della maggiore anzianità di servizio il dossier è stato ripreso dal procuratore pubblico Anto­nio Perugini.
  Adesso il magistrato dovrà legge­re il voluminoso incarto riguar­dante l'intera vicenda ed i suc­cessivi interrogatori scattati, con­dotti dal PG Balestra, compresi quelli riguardanti il giudice Clau­dio Zali. Al termine dell'esame della pratica dovrà poi valutare il da farsi: stabilire se in base alla documentazione vi siano ele­menti sufficienti per giungere a chiudere l'inchiesta. Oppure se sia necessario procedere ad ulte­riori atti istruttori prima di arri­vare a stilare quanto deciso. A questo proposito nei prossimi giorni vi sarà probabilmente un incontro tra il procuratore pub­blico subentrato a Balestra e la di­fesa del giudice Zali.
  In attesa degli sviluppi di questa vicenda il magistrato indagato ed il pp Perugini sono destinati ad incontrarsi in aula penale. Un normale appuntamento di lavo­ro comunque in occasione del processo che si terrà la settima­na prossima, esattamente il 27 agosto, davanti alla Corte delle assise Correzionali di Lugano: nell'occasione si svolgerà il pro­cesso a carico dei due ex agenti di sicurezza che nell'ottobre del 2006 aggredirono un partavalori armati di spray al pepe. L'episo­dio era avvenuto nei pressi del­l'autosilo San Giuseppe. I due im­putati erano entrati in azione nel primo pomeriggio di venerdì 13 ottobre, spruzzando la sostanza urticante negli occhi della vitti­ma che, accecata e stordita, ave­va visto volatilizzarsi una borsa contenente quasi 400 mila euro. I due non erano comunque anda­ti troppo lontano e la refurtiva era stata recuperata. L'accusa sarà so­stenuta, appunto, da Perugini. Claudio Zali presiederà la Corte.
 e.ga./gi.m

 

Da: La regione, 20.08.2008, pag 13

Truffa all'Ai, i coniugi serbi rimangono in cella
Pericolo di fuga: negata dal Giar la libertà provvisoria

Respinta dal Giar, anche per pericolo di fuga, l'istanza per la libertà provvisoria presentata dai due coniugi d'origine serba, ma residenti nel Locarnese, in carcere preventivo da inizio luglio con l'accusa di aver truffato l'assicurazione invalidità.
La vicenda era diventata di dominio pubblico quando la procuratrice pubblica Fiorenza Bergomi aveva ordinato la car­cerazione della donna e del ma­rito.
La moglie nel '93 si ustionò alle braccia con soda caustica mentre era al lavoro in un al­bergo di Ascona. Le ferite non guarivano e i medici decretaro­no l'invalidità con una rendita dell'80 per cento. Ma l'assicura­zione - la Lloyd's UnderWriter di Londra, poi costituitasi parte civile e patrocinata dall'avvoca­to Emanuele Verda - fece pedi­nare la 55enne in Serbia; da fil­mati e resoconti investigativi risultò che conduceva una vita normale. Solo ai periodici con­trolli medici in Ticino risulta­vano ulcere alle braccia. Da qui il sospetto che fossero lesioni autoinferte. Il primo non luogo a procedere, decretato dal pp Arturo Garzoni, fu impugnato dall'avvocato dell'assicurazio­ne e quindi annullato dalla Crp il 16 giugno. A luglio, rientrati nel Locarnese, i due erano stati arrestati. Ora sono tutelati da­gli avvocati Carlo Steiger e Car­lo Borradori. 

 

Da: La Regione, 16.8.08, pag 6

<>La lunga strada per Tripoli
Spiragli diplomatici nella vicenda del figlio di Gheddafi


Berna/Ginevra - Si apre uno spiraglio nel­la crisi diplomatica tra Svizzera e Libia: la madre del domestico marocchino che - insie­me a una collega tunisina - aveva sporto de­nuncia per maltrattamento contro Hannibal Gheddafi e sua moglie, è stata rilasciata e ora si trova in Marocco. Lo ha detto ieri a Gine­vra l'avvocato del querelante, François Mem­brez, confermando notizie dei giornali Aujourd'hui Le Maroc e Tribune de Genève.
Qualora la donna sia stata effettivamente liberata, ciò potrebbe dare un "importante contributo" alla risoluzione di altri problemi, ha detto a Berna il portavoce del Dipartimen­to federale degli affari esteri (Dfae), Jean-Phi­lippe Jeannerat, che al proposito non dispo­neva sino a ieri sera di conferme ufficiali. Il domestico marocchino non ha peraltro ancora notizie di suo fratello, la cui incolu­mità è un'altra condizione per giungere a un'archiviazione della vertenza giudiziaria: "è in Libia, ma non sappiamo dove", ha detto all'Ats l'avvocato Membrez. Secondo il quoti­diano romando Tribune de Genève, sarebbe stato liberato anche il fratello, ma per il mo­mento non vi sono conferme ufficiali. Una fonte vicina al governo marocchino ha di­chiarato all'Afp che "il figlio non è scompar­so, ma si trova in Tunisia".
La liberazione della madre e del fratello del domestico potrebbe favorire la soluzione del­la crisi diplomatica sorta tra Svizzera e Libia dopo l'arresto a Ginevra del figlio del leader libico e di sua moglie. Mercoledì il procurato­re generale di Ginevra, Daniel Zappelli, aveva escluso di archiviare il procedimento penale per motivi politici.
Un mese fa la coppia era stata denunciata alla polizia ginevrina per maltrattamenti e brutalità nei confronti del domestico e della collega tunisina. Gli accusati erano stati rila­sciati dopo il versamento di una cauzione pari a mezzo milione di franchi. In seguito la madre del domestico marocchino si era reca­ta in Libia per visitare l'altro figlio - costretto a restare all'interno delle frontiere - ed era stata arrestata all'aeroporto due giorni dopo. Tripoli nel contempo aveva adottato diver­se altre misure di ritorsione: ad esempio la so­spensione della concessione di visti per i cit­tadini elvetici e l'arresto di due impiegati del­l'Abb, poi rilasciati ma ancora bloccati nel paese. Resta inoltre tuttora limitata l'attività della compagnia aerea Swiss, che al momen­to può effettuare soltanto un volo alla settima­na verso Tripoli (erano tre). Il volo previsto domenica sarà comunque metà vuoto, ha det­to Jean-Claude Donzel, portavoce di Swiss. La Svizzera e la Libia proseguono intanto i loro sforzi diplomatici. Sui colloqui il porta­voce del Dfae Jeannerat mantiene il massimo riserbo: a suo avviso il dialogo bilaterale al momento riguarda soprattutto questioni tec­niche e procedurali. Entrambi i paesi hanno però manifestato la volontà di porre fine alla crisi, che dura ormai da un mese.
Il Dfae si sta impegnando affinché i due di­pendenti dell'Abb possano lasciare il territo­rio libico. Inoltre è in contatto con la cinquan­tina di svizzeri in Libia, ha detto Jeannerat, precisando che nessuno di essi è sottoposto ad "angherie preoccupanti". ATS




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