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Da: CdT, 03.07.08, pag 16

<>Presunta truffa alle assicurazioni: coniugi arrestati

 Truffa alle assicurazioni per rendite d'invalidità che sarebbe­ro state pagate alla donna 55.en­ne senza che vi fosse un'effettiva necessità. Questa l'ipotesi di rea­to alla base dell'arresto di due co­niugi serbi che risiedono a Locar­no avvenuta per ordine della pp Fiorenza Bergomi, come riporta il portale di Ticino News. L'intrica­ta e ingarbugliata vicenda si tra­scina da tempo. Inizialmente il pp Arturo Garzoni aveva emesso un decreto di non luogo a proce­dere non ravvisando delle illega­lità. Decisione, quest'ultima, im­pugnata però dai legali dell'assi­curazione davanti alla Camera dei ricorsi penali che ha annulla­to il decreto di non luogo a pro­cedere e promosso nei confronti della donna l'accusa di truffa. L'incarto è inoltre stato rimesso nelle mani di un nuovo pp. Ed è ora appunto questo magistrato che ha predisposto il fermo, con­validato dal Giar, dei coniugi.

Da: CdT, 2.07.08, pag 5

Sapeva che una partner precedente era sieroposi­tiva e non si è protetto
 LOSANNA Chi ha rapporti ses­suali non protetti, pur sapendo che una sua precedente partner è sieropositiva, non può passar­la liscia.
Accogliendo il ricorso di una don­na contagiata con il virus del­­l' Aids, il Tribunale federale ha sta­bilito che il Tribunale cantonale di Zurigo deve rivedere una pre­cedente sentenza assolutoria e condannare l'uomo per lesioni personali gravi e propagazione colposa di una malattia. La deci­sione riguarda un uomo che nel 2002 ha avuto ripetuti rapporti sessuali non protetti con una sua conoscente.
Entrambi sono in seguito risulta­ti contagiati con un rara forma del virus HIV. L'uomo aveva avuto in precedenza rapporti sessuali con varie donne e in particolare una di loro gli aveva comunicato di essere sieropositiva. Nonostante ciò, egli non ritenne necessario sottoporsi ad un test di depistag­gio dell' Aids. Nel marzo del 2007 il Tribunale cantonale di Zurigo aveva assolto l'uomo da ogni ac­cusa.
I giudici avevano argomentato che non c'è l'obbligo di sottopor­si ad un test dell' Aids dopo ogni rapporto sessuale non protetto e che per questo motivo non si può rimproverare all'uomo un com­portamento colposo.
Precisando la giurisprudenza in materia, i supremi giudici di Lo­sanna sottolineano invece che il comportamento colposo consi­ste nell'avere avuto rapporti non sicuri, pur avendo concreti indi­zi di un suo possibile contagio con il virus HIV.
A questo proposito - ricorda la suprema corte - bisogna tener conto delle regole per il sesso si­curo emanate dall' Ufficio federa­le della sanità.

Da: Il caffe, 22.06.08, pag 11 (www.caffe.ch)

La polemica Da Ginevra, San Gallo fino a Bellinzona tre ministri criticano il "nuovo" codice penale che favorirebbe i meno abbienti
‘Questa giustizia favorisce i poveri e gli stranieri!"

ALBERTO COTTI
Questo codice favorisce i meno ab­bienti e gli stranieri. Da Ginevra a San Gallo, passando per il Ticino, le critiche al codice penale entrato in vigore nel gennaio del 2007 salgono di tono. "Una multa di sessanta fran­chi per una violenza coniugale ­spiega la consigliera di Stato vodese, Jacqueline de Quattro - è qualcosa di intollerabile". ?E quanto vorrebbe evitare il ministro della sicurezza vodese che ha quindi spinto il pro­prio partito, quello radicale, a chie­dere al Consiglio federale di modifi­care il codice penale. "Le disposi­zioni che consentono di convertire in una multa le pene detentive infe­riori ai sei mesi - spiega il ministro della sicurezza vodese - , lasciano quasi un senso di impunità. Soprat­tutto fra i meno abbienti, per i quali un giorno di prigione a volte si tra­duce in una multa di un franco".
"Non chiediamo necessariamente il ritorno alle pene detentive - sembra farle eco Karin Keller-Sutter, consi­gliera di Stato sangallese - . Il proble­ma sta soprattutto nella concessione della condizionale: è efficace per i residenti, molto meno per gli stra­nieri che restano in Svizzera poco tempo". E da questo punto di vista le soluzioni sembrano essere solo due secondo il ministro radicale sangal­lese: "Non concedere la sospensione condizionale, oppure prolungare la durata del periodo di prova". "Quel­lo che serve - annota Jacqueline de Quattro - è un sistema penale effica­ce e nel quale la pena abbia anche un effetto dissuasivo". Insomma, non si tratterebbe semplicemente di far pagare di più i meno abbienti, vi­sto e considerato che le persone agiate, un giorno di detenzione può raggiungere i tremila franchi.
Più prudente il consigliere di Stato Luigi Pedrazzini. "Senza un'analisi approfondita degli effetti a livello nazionale del nuovo codice - dice Pedrazzini - , un giudizio definitivo mi sembra prematuro". Eppure al­meno una modifica, il direttore del Dipartimento delle istituzioni, la vorrebbe. "Ritengo che il giudice penale - suggerisce - dovrebbe riac­quistare la facoltà di decretare la pe­na accessoria dell'espulsione nei confronti dei condannati che non ri­siedono in Svizzera". Ed è esatta­mente quanto propone l'iniziativa parlamentare del Granconsigliere radicale ticinese Andrea Giudici. "L'espulsione oggi è diventata una sanzione amministrativa - spiega Giudici - ed ha perso molto del pro­prio potere deterrente nei confronti dei delinquenti stranieri. A decretar­la devono essere i giudici penali che hanno molta più autorevolezza". È però l'intero meccanismo innescato dalla revisione del codice penale che non piace all'avvocato locarnese. "Tradurre le pene in sanzioni pecu­niarie in base al reddito non ha alcun senso - commenta Giudici - ; perché chi ha molto denaro non fatica a pa­gare e chi ne ha poco, paga così po­co da nutrire un senso di impunità".
Ma non si tratta solo di lottare con­tro gli stranieri che non rispettano la legge. "L'obiettivo è anche quello di garantire la sicurezza ai cittadini ­spiega Jacqueline de Quattro - e di combattere la piccola criminalità ed i vandalismi con fermezza. Si tratta di dare ai giudici il potere di lottare contro la criminalità". E parte della piccola criminalità a Ginevra è d'im­portazione, soprattutto da quando Parigi ha inasprito le pene per i re­cidivi. Secondo il procuratore ge­nerale ginevrino Daniel Zappelli, alcuni borseggiatori e spacciatori, hanno trasferito le loro ‘attivi­tà' dalla Francia a Ginevra proprio perché in Svizzera le pene sono nettamente inferiori. "E questo - commenta Andrea Giudici - dimostra che il mec­canismo di convertire in multa le pene detentive, ha completa­mente mancato il bersaglio".
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"Le disposizioni per convertire in una multa la pena lasciano un senso di impunità"




Ti-Press

 

IL CASO
PICCHI LA MOGLIE? 60 FRANCHI

Se picchi la moglie e non hai un soldo, la pe­na potrebbe essere di 60 franchi: un franco per ogni giorno di prigione. Un caso limite, ma a scatenare la polemica è la vicenda di una tossicomane vodese che dopo aver tenta­to una rapina a mano armata, è stata fermata a condannata a 120 aliquote giornaliere di 10 franchi l'una: aliquota: 1200.- franchi per un tentativo di rapina a mano armata, invece di quattro mesi di prigione.

Da: CdT, 24.06.08, pag 1 e 2

POLITICA E GIUSTIZIA
MAGISTRATI,

OBIETTIVI MANCATI


L'
agitazione che serpeggia dietro le quinte parla­mentari per l'elezione di due nuovi procuratori pubbli­ci è l'ennesima dimostrazione che qualcosa non funziona nel sistema di nomina dei magi­strati. Può anche darsi che in Gran Consiglio le divergenze si appianino e tutto si risolva senza colpo ferire, ma il pro­blema di fondo non cambia: la scelta dei rappresentanti del­la giustizia avviene in un con­testo opaco e ipocrita, in net­to contrasto con gli obiettivi delle riforma costituzionale del 1998. Quest'ultima aveva con­centrato nel Parlamento tutti i poteri nomina (fino a dieci anni fa per i giudici del Tribu­nale d' Appello e i pretori era ancora prevista l'elezione po­polare), sostituendo la vecchia prassi della designazione da parte dei partiti con l'istituzio­ne di un concorso pubblico e di una commissione d'esperti incaricata di fornire un preav­viso ai deputati. Le finalità di­chiarate erano essenzialmen­te tre: spoliticizzare la giusti­zia, rafforzare l'autonomia dei magistrati e fare in modo che la carica fosse ricoperta da persone provviste dei neces­sari requisiti. Da un punto di vista teorico ed ideale il nuo­vo sistema era ineccepibile, ma i fatti ne hanno ben presto dimostrato i limiti e in dieci anni le cose non hanno fatto altro che peggiorare.
Usciti dalla porta, i partiti so­no rientrati senza tanti scru­poli dalla finestra, riappro­piandosi delle loro vecchie prerogative. Intendiamoci, il vecchio sistema non era mica tutto da buttare, anzi. I parti­ti dovevano provvedere alla selezione dei candidati alla Procura pubblica e quindi era­no responsabilizzati. Adesso invece vige un sistema ibrido, apparentemente spoliticizza­to dalla formula del concorso, ma che in realtà è ultra-poli­ticizzato dalle manovre di re­trobottega e dai mercanteg­giamenti che avvengono nel­l'imminenza dell'elezione. Sic­come il concorso è pubblico per definizione, ci sono giuri­sti e avvocati di varie sponde politiche che in buona fede si candidano all'elezione, salvo poi gettare la spugna all'ulti­mo momento o rimediare una brutta figura in aula, perché
gli accordi sottobanco fra i par­titi (questo posto oggi va me, domani a te, dopodomani a lui) finiscono per prevalere su tutte le altre considerazioni d'idoneità professionale. Capi­ta così che persone valide in­tenzionate ad entrare nella magistratura vengano «invita­te » a farsi da parte e a ripre­sentarsi alla prossima occasio­ne. Fintanto che c'è un'intesa sulla ripartizione dei posti, fra i gruppi politici vige un tacito patto di non belligeranza, che previene le contestazioni del­le candidature sponsorizzate dal partito di turno. Il voto può quindi essere condizionato da criteri di opportunità, non ne­cessariamente in sintonia con le valutazioni attitudinali effet­tuate in sede di concorso. Con il risultato che l'eletto è espo­sto ai rischi di condizionamen­ti tanto quanto lo era con il vecchio sistema di nomina.
A questo livello si inserisce la questione relativa al ruolo del­la Commissione di esperti, chiamata a preavvisare le can­didature. Per legge i suoi pare­ri non sono vincolanti e l'ulti­ma parola spetta all'autorità di nomina. Nessuno contesta que­sto primato, che conferisce al magistrato una legittimazione democratica che il concorso da solo non è in grado di offrire. Non è una questione di princi­pio, ma di bilanciamento dei ruoli. Lo scopo del preavviso degli esperti era di evitare che i partiti avessero eccessiva vo­ce in capitolo. Di fatto, come si è visto, questo obiettivo non è stato raggiunto. Come ha la­mentato l'ex giudice federale Emilio Catenazzi, presidente della commissione, la suddivi­sione partitica viene applicata in modo esasperato, con can­didati idonei «sacrificati» a vantaggio di altri e candidati emarginati perché non si rico­noscono in nessuno partito o rifiutano di farsi etichettare. La portata del preavviso inoltre non viene sempre seguita. Gli esperti non stilano una vera e
propria graduatoria, ma pre­sentano ai deputati una lista con i livelli di idoneità, che vie­ne ignorata in favore di altri criteri.
In questi dieci anni sono state espresse critiche da più parti e non sono mancate proposte per cercare di riformare il si­stema, da una revisione dei cri­teri di rielezione dei magistra­ti al rendere vincolanti le indi­cazioni degli esperti. Ma fino­ra l'unico cambiamento signi­ficativo a garanzia dell'indi­pendenza dei magistrati è sta­to l'allungamento da sei a die­ci anni della durata delle cari­che.
Eppure la questione è molto semplice. Per valutare l'effica­cia dell'attuale sistema di ele­zione basterebbe rispondere, disinteressatamente, a due semplici domande. In magi­stratura sono sempre arrivati i migliori candidati in lizza? Le modalità con cui vengono scel­ti gli addetti alla giustizia sono atte a garantirne l'indipenden­za? Ma forse si preferisce con­tinuare sulla via più comoda.

Giovanni Galli

Da: La regiopne, 27.06.08, pag 19

<>Medico assolto pure dalla Cassazione


Non è da condannare nemmeno per la Corte di cassazione e di revisione penale il medico dell'ospedale Civico accusato tramite decreto di lesioni colpose gravi e lesioni semplici dal procuratore pubblico Mario Branda.
Il caso era sfociato in un dibattimento pubblico dopo il ricorso presentato da Roberto Macconi, legale del dottore, che era succes­sivamente stato prosciolto il 15 marzo dell'anno scorso dal giudi­ce della Pretura penale Giovanni Celio. Sono quindi stati respin­ti i ricorsi in cassazione presentati dalla pubblica accusa e dal pa­ziente. La vicenda risale al 2001, quando il paziente venne ricove­rato al nosocomio luganese, dove venne sottoposto a un delicato intervento chirurgico di embolizzazione. Paziente che durante l'operazione aveva però chiesto al medico di desistere a causa dei dolori e che in seguito rimase paralizzato (paralisi ora in parte superata). Impugnando il decreto del magistrato, che lo aveva condannato a 20 giorni di detenzione sospesi e a una multa di 3 mila franchi, il legale del dottore ha consentito di celebrare in aula un processo molto tecnico durato ben tre giorni, al termine del quale il giudice ha considerato non provato l'errore medico.

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