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Da: La regione, 26.06.08, pag 2

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<><>< mce_serialized="13ba8l9un">Nomine magistrati:‘Troppa politica, si decida in base a un test attitudinale'


La versione ufficiale di chi parte è solitamente questa: cambio profes­sione per affrontare nuove sfide. Vale anche nel suo caso, e dunque restiamo alla versione ufficiale, o ha deciso di cambiare perché il lavo­ro in Procura si è fatto per lei diffici­le se non impossibile a causa di una serie di circostanze?
«Sono ‘giunta a scadenza'. Lascio per­ché dopo 12 anni ho voglia di cambiare mestiere. Non ci sono stati episodi, si­tuazioni, screzi o problemi personali che mi hanno spinta a lasciare. Semmai dopo così tanti anni mi sono accorta che il tutto rischiava di diventare una routine».
Routine per un magistrato? Possi­bile nella società di oggi dove tutto, anche il crimine, cambia e si rinno­va molto rapidamente?
«Se un magistrato vuole la vita tran­quilla, la routine se la crea con una cer­ta facilità. Per contro il lavoro è interes­sante quando oltre a reprimere si riesce a fare prevenzione o si aprono procedi­menti ‘scomodi'. Mi è capitato diverse volte di lavorare così. Ciò che purtrop­po negli ultimi tempi è venuto a manca­re. Il motivo? Essere procuratrice gene­rale aggiunta significa anche lavoro bu­rocratico, gestionale e organizzativo dell'Ufficio. Mansioni che assorbendo molto tempo ed energie non mi sono mai piaciute. Mentre quello del magi­strato inquirente è per me il mestiere più bello che ci sia».
Allora c'è una scadenza naturale per fare il procuratore?
«Il mandato decennale, rispetto a quello precedente che era di sei anni, è una durata sostenibile. Certo, alla base ci vuole il ‘fuoco sacro' che spinge il procuratore a sacrificare molto tempo libero e anche la famiglia. Bisogna poi convivere con le proprie decisioni, che finiscono quasi sempre per scontentare qualcuno. Senza contare la pressione mediatica e gli attacchi personali. Il bi­lancio tuttavia è positivo».
Oltre dieci anni al Ministero pub­blico: quali sono stati nella sua car­riera i momenti esaltanti e quelli in­vece deprimenti?
«Più che esaltanti parlerei di momen­ti gratificanti. Mi riferisco alle ‘adrena­liniche' fasi iniziali di inchieste impor­tanti, o quando si ha la sensazione di aver scoperto come sono andate real­mente le cose e di aver ottenuto una confessione piena. I momenti depri­menti? Gli attacchi personali, pesanti da sopportare. Che sono tutt'altra cosa rispetto al confronto giuridico. Ho sof­ferto quando, comunque raramente, in modo del tutto infondato è stata messa in dubbio la mia correttezza professio­nale, oppure mi sono state rivolte criti­che ingiustificate di parzialità, malafe­de processuale, dipendenza da partiti politici o terze persone. Invece mi sono sempre data la pena di essere onesta, in­dipendente, autonoma».
Si è mai sentita sola, professional­mente parlando?
«Nonostante vi sia uno scambio di opinioni frequente con i colleghi, nella conduzione di un'inchiesta un procura­tore è di principio solo e in prima perso­na si assume la responsabilità delle sue decisioni. Nonostante si tratti di una so­litudine insita nel mestiere del magi­strato, ho spesso avuto l'impressione di iniziare una requisitoria parlando non solo come la pp Maria Galliani ma per conto di 300'000 cittadini desiderosi di giustizia. Quanto alla collaborazione con gli altri magistrati, in Ticino si è evitato finora di impostare il lavoro con dei ‘pool' formati da due o più procura­tori che svolgono insieme le indagini, firmano insieme gli atti d'inchiesta e sempre insieme vanno in tribunale a sostenere l'accusa. Auspico per il futu­ro una soluzione di questo tipo, a tutto vantaggio della qualità del lavoro. Se fi­nora non lo si è fatto è perché non rien­tra nella nostra ‘forma mentale', anche se è vero che già da tempo su alcuni im­portanti casi nel gruppo finanziario si lavora in due, soprattutto nelle fasi ini­ziali ».
E dalle istituzioni politiche si è sentita lasciata sola?
«Dal Gran Consiglio mi sarei attesa più voci a difesa del Ministero pubblico, perché lavora. E lavora anche bene. Ri­tengo infatti che il parlamento debba assumersi fino in fondo la responsabi­lità di essere la nostra autorità di nomi­na, non da ultimo perché una Giustizia che funziona bene è lo specchio di uno Stato la cui democrazia agisce in modo corretto. Quindi il parlamento dica pure chiaramente se ritiene che qual­che magistrato non sia più al suo posto; ma occorre pure che difenda l'operato generale del Ministero di fronte a criti­che ingiustificate e generalizzate. In­somma, ho l'impressione che il potere legislativo una volta archiviata la fase delle nomine, di tutto il resto se ne lavi le mani».
Elezione dei magistrati, argomen­to eterno nel quale si mescolano partiti e politica giudiziaria: secon­do lei occorre rivedere le regole per la nomina delle toghe?
«È un problema eterno, senza solu­zione. Il sistema attuale, ossia l'istitu­zione della commissione indipendente di esperti che valuta i candidati, non ha minimamente migliorato ciò che si pre­figgeva di migliorare. Il vecchio siste­ma, col partito che proponeva al Gran Consiglio il proprio candidato, non era sbagliato; semmai si sarebbe dovuto re­sponsabilizzare di più i partiti. I quali ho l'impressione che abbiano ancora oggi in mente solo il ‘manuale Cencelli' per far quadrare, in modo esasperato, la suddivisione numerica. Secondo me i partiti veramente interessati alla buo­na gestione della Giustizia dovrebbero presentare candidati solo quando ne hanno di validi, altrimenti lascino spa­zio ad altri aspiranti».
Ha una proposta da fare?
«È utopica: concorso pubblico con esame attitudinale, come si fa per le as­sunzioni in polizia. E vinca il migliore ma senza ‘manuale Cencelli'».
I partiti bussano alla porta dei magistrati?
«Mai nessuno ha osato interpellarmi per questioni politiche nell'ambito di procedimenti penali. Né mi sono lascia­ta traviare da aspetti politici legati agli imputati. E in ogni caso episodi di que­sto tipo non mi sono mai stati riferiti da colleghi. Quello dell'indipendenza è uno dei principi che bene o male regge ancora».
E magistrati che bussano alla por­ta dei politici?
«Personalmente non lo farei mai per­ché si entrerebbe in una logica di scam­bio di favori che non mi piace».
Da quando ha annunciato le di­missioni, fine marzo, ha avuto ri­pensamenti?
«Sorprendentemente no. È la confer­ma che era il momento giusto per la­sciare ».
Tornerà a fare l'avvocato penali­sta, sarà nuovamente dall'altra parte della barricata. Lei ha cono­sciuto avvocati che hanno sfruttato sino in fondo, abusandone, le ga­ranzie procedurali (ricorsi e recla­mi): l'avvocato Maria Galliani farà altrettanto?
«No».
Però si tratta di garanzie previste dal codice di procedura penale.

«Ho conosciuto avvocati - e sono la maggior parte - estremamente profes­sionali, seri, di buon senso, che hanno egregiamente difeso i loro clienti senza abusare minimamente delle norme di garanzia previste dalla Legge. Il legisla­tore le ha volute affinché venissero tu­telati i diritti delle parti. Ritengo che si possa benissimo applicare quelle regole con equilibrio facendo gli interessi del cliente senza appesantire i procedimen­ti né intralciare l'esercizio della giusti­zia ».
Alla recente inaugurazione del­l'Anno giudiziario il ministro Pe­drazzini e la nuova presidente del Tribunale d'appello Epiney-Colom­bo hanno offerto due visioni non propriamente collimanti dello stato di salute della giustizia ticinese. Ri­spettivamente « sana ma ancora troppo lenta » e « vive problemi irri­solti da vent'anni ». Lei che ne pen­sa? Condivide l'appello fatto dal con­sigliere di Stato affinché, fra gli al­tri, i magistrati siano più celeri e gli avvocati più attenti all'etica?
«La Giustizia ticinese gode di una sa­lute discreta: funziona e dà un buon prodotto ma potrebbe fare meglio con più risorse. Il Ministero pubblico è da anni in chiara carenza di back-office, ossia di segretari e giuristi per le man­sioni amministrative e giudiziarie a supporto di ciascun procuratore. Se si vuole il magistrato più efficiente - e sot­tolineo "se si vuole" - è necessario che abbia a disposizione il personale di sup­porto. Anche la polizia, parallelamente, avrebbe bisogno di un potenziamento immediato. Quanto al numero attuale di procuratori, lo ritengo sufficiente, con la riserva dell'introduzione (2010 o 2011, ndr) del nuovo Codice di procedu­ra penale unificato per tutta la Sviz­zera ».
E l'appello di Pedrazzini per un la­voro più celere?
«Non si può generalizzare. Ci sono in­chieste non complesse che possono es­sere condotte celermente e altre che per contro necessitano di approfondi­menti investigativi particolari, magari anche con accertamenti all'estero, e perciò richiedono più tempo. L'altro aspetto da considerare è che come in tutte le autorità ogni magistrato è un individuo e ha il suo modo di lavorare. Tutti comunque magistrati seri che producono un lavoro di qualità. Un la­voro talvolta valutato con superficia­lità. In altre parole, non siamo qui a guardarci negli occhi e nessuno lascia la Procura alle dieci di mattina per an­dare a giocare a tennis. L'istituzione Ministero pubblico, che io difenderò sino alla fine dei miei giorni, è un istitu­zione che lavora».
Nel suo ultimo rapporto la Com­missione granconsigliare di sorve­glianza sulle condizioni detentive nel cantone sostiene che quando erano in funzione le celle pretoriali, proprio perché irrispettose dei dirit­ti dell'uomo, le inchieste del Mini­stero pubblico "venivano svolte più celermente": non così, afferma sem­pre la commissione, dopo l'apertura del carcere giudiziario della Farera, di qui "un certo sovraffollamento" della nuova struttura...
«Mi dispiace ma quello che sostiene la commissione non sta in piedi. Il ma­gistrato che ha un indagato in detenzio­ne preventiva è tenuto a dare la prece­denza a quell'inchiesta e ciò allo scopo di ridurre il più possibile il periodo di privazione della libertà: questo vale per la Farera e valeva per le carceri pretoriali. Non so da quali elementi la commissione parlamentare ricavi que­sta impressione. Come Ministero pub­blico non abbiamo registrato un au­mento dei detenuti in preventiva e nemmeno il Giar ha constatato un in­cremento delle richieste di proroga del­le carcerazioni. È possibile che vi sia stato un rallentamento di qualche in­chiesta ma perché oggi magistrati e po­liziotti devono recarsi alla Farera, sul piano della Stampa a Cadro, per gli in­terrogatori. Detto ciò, osservo che se c'è un problema di sovraffollamento al Giudiziario questo è semmai un pro­blema la cui soluzione spetta all'auto­rità amministrativa e politica. Serve più spazio? Si votino allora i crediti ne­cessari all'ampliamento della struttu­ra. Il Ministero pubblico deve soltanto attenersi ai principi del Codice di pro­cedura penale ed è quanto fa».
Come mai su quanto sostenuto dalla commissione parlamentare non c'è stata una presa di posizione d'ufficio della Procura? Parlando in generale, quasi sempre sono i media a interpellare il Ministero pubblico per una reazione quando è bersaglio di attacchi o critiche.
«Ho sempre sostenuto che il miglior modo per il Ministero pubblico di difen­dersi è quello di produrre un lavoro di qualità. Quando è oggetto di attacchi personali il magistrato evita general­mente di querelare perché comunque rappresenta un'autorità. Quando a es­sere presa di mira è la Procura in quan­to istituzione forse in alcuni casi valeva e varrebbe la pena prendere posizione senza aspettare le domande dei gior­nalisti ».
Quali doti dovrebbe avere un pro­curatore pubblico?
«Il procuratore pubblico rappresen­ta i cittadini che chiedono giustizia ed esercita un importante potere potendo fra l'altro limitare uno dei diritti fon­damentali della persona, la libertà. Perciò gli si richiedono onestà intellet­tuale, buon senso, equilibrio, un po' di umiltà e coraggio perché talvolta bi­sogna prendere decisioni anche sco­mode ».

<><>Gestione del Ministero pubblico
‘Servirebbe una dittatura illuminata'


Sta per arrivare la nuova procedu­ra penale unificata sul piano na­zionale: i tempi della giustizia si allungheranno?
«Le inchieste saranno facili o difficili a seconda della fattispecie, come oggi. Il nuovo codice inciderà invece sulla durata complessiva dei procedi­menti: tendenzialmente direi che si assisterà a un allungamento dei tem­pi necessari a giungere a una decisio­ne definitiva. E questo già solo per le modifiche relative alla fase dibatti­mentale e per l'introduzione dell'Ap­pello. Il nuovo codice è più garanti­sta, rafforza i diritti dell'imputato e delle parti civili. L'importante è che non vi sia un abuso di queste garan­zie, se si vuole una Giustizia in grado di emettere un verdetto in tempi co­munque ragionevoli».
E l'organizzazione del Ministero pubblico come dovrebbe cambiare?
«Secondo la mia esperienza bisogne­rebbe passare dall'attuale conduzio­ne democratica del Ministero pubbli­co ( ufficio del Pg e dei Pga, collegio dei procuratori, il Pg con poche com­petenze) a una ‘dittatura illuminata': detto altrimenti, il Pg dovrebbe avere molte più competenze di oggi, come quelle di avocare e di distribuire gli incarti a dipendenza delle esigenze della Procura, ed essere libero di or­ganizzare come ritiene più opportu­no il Ministero pubblico. Una struttu­ra verticistica insomma. Ci sarebbe poi la ciliegina sulla torta».
Quale?
«Una Procura autonoma finanziaria­mente, con un proprio portafoglio, come nel Canton Ginevra dove il pro­curatore generale presenta ogni anno preventivo e consuntivo alle preposte istituzioni politiche. Soluzione, que­sta, che rafforzerebbe l'indipendenza del nostro Ministero pubblico, visto che attualmente deve far capo finan­ziariamente al Dipartimento delle istituzioni. Procura che comunque non crea soltanto costi ma anche ri­cavi, a favore dello Stato, che deriva­no dai sequestri, talvolta nell'ordine di milioni di franchi».




Da: CdT, 17.06.08, pag 48

<>Amanti vietate ai carabinieri, lo dice la Cassazione

I membri delle forze armate devono sempre tenere una «condotta esemplare» e non possono «arrecare disdo­ro » all'arma con relazioni extraconiugali - Legittimo quindi il richiamo dei superiori all'appuntato adulterino
 ROMA I carabinieri italiani, e in generale gli appartenenti alle forze armate, devono sempre te­nere una «condotta esemplare» e non possono «arrecare disdo­ro » all'arma di appartenenza con relazioni extraconiugali. Lo sot­tolinea la Corte di Cassazione.
La sentenza ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione per minaccia e ingiuria inflitta dalla Corte militare di appello di Napoliaunappuntatodei carabi­nieri sposato, che aveva reagito malamente al «richiamo» del suo superiore che lo invitava a «tron­care una tresca» con una donna anche lei coniugata.
In primo grado invece l'appun­tato era stato assolto, poiché il fatto che il carabiniere avesse un'amante non doveva interes­sare il suo capo. Sul ricorso del PM invece la Cor­te d'appello aveva ribaltato il ver­detto giudicando opportuno «il richiamo del superiore all'osser­vanza, da parte dell'appuntato, della fondamentale norma che prescrive al militare di tenere in ogni circostanza condotta esem­plare a salvaguardia del prestigio delle forze armate».
Senza successo l'appuntato adulterino ha sostenuto in Cas­sazione che la sua vicenda ave­va «natura privata» e non costi­tuiva «violazione del regolamen­to militare». Ma la Suprema Corte gli ha risposto che il ri­chiamo del sottotenente era «le­gittimo e doveroso».

Da: CdT, 14.06.08, pag 9

«Aiutiamo tutti la Giustizia»
Anno giudiziario: appello di Pedrazzini a magistrati e avvocati


Il Direttore delle Istituzioni: i rallentamenti nel corso della Giustizia sono talvolta artificialmente provocati per rendere il suo cammino meno rapido ed efficace. In arrivo numerose novità e cambiamenti nella Procedura

 «Ancora recentemente un pro­cesso penale si è concluso con una sanzione sulla cui entità ha influi­to il lungo tempo trascorso dai fat­ti. È una notizia che va elaborata, anche perché non nuova. Con spi­rito costruttivo e sereno dobbia­mo chiederci per quali ragioni concomitanti si producono simi­li risultati per certi versi aberran­ti, che non concernono soltanto la Giustizia penale». È attorno a questa frase che ieri mattina è ruo­tato il cuore del discorso che l'av­vocato Luigi Pedrazzini, diretto­re del Dipartimento delle istitu­zioni, ha tenuto al palazzo dei con­gressi in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario. Un discor­so che ha toccato le novità in arri­vo in Svizzera e in Ticino con il fu­turo codice di Procedura penale federale che introdurrà nel Can­tone, tra l'altro, il giudizio di ap­pello, con rifacimento del proces­so di primo grado. «Le domande - ha proseguito Pedrazzini - inter­pellano in primo luogo il politico per le sue responsabilità nella do­tazione di risorse a disposizione della Giustizia e per le sue scelte procedurali che, pur ispirate dal­le migliori intenzioni, producono talvolta effetti di eccesso di garan­tismo ». «Sul tema - ha sottolinea­to - devono riflettere anche i ma­­gistrati, per capire quali modalità di lavoro, di organizzazione e di controllo del lavoro potrebbero rendere più celere il corso delle procedure». Pedrazzini è stato chiaro: «Non si chiamino fuori, però, come talvolta danno l'im­pressione di voler fare - ha aggiun­to - i patrocinatori; e non casual­mente lo dico quest'oggi davanti ad un pubblico composto da nu­merosi giuristi, soprattutto giova­ni. È opportuno ricordare, e la ri­flessione, ripeto, non vale soltan­to per l'ambito penale, ma anche per gli altri contesti dell'ammini­strazione giudiziaria, che il ruolo dei patrocinatori è sì quello di far pendere l'ago della bilancia dalla parte del cliente, ma non quello di impedire alla bilancia di fun­zionare, sfruttando la debolezza e la naturale fragilità dei meccani­smi istituzionali di uno Stato che vuole essere di fatto, e non solo di nome, uno Stato di diritto». «Di­scorso difficile, ma necessario - ha proseguito - dovendo constata­re che i rallentamenti della Giu­stizia sono talvolta artificialmen­te provocati per renderne il corso meno rapido e pertanto meno ef­ficace. Al riguardo mi permetto al­lora di ricordare che la professio­ne dell'avvocato non è priva di una valenza d'interesse pubblico, che deve avere radici etiche prevalen­ti ». Nel corso della parte introdut­tiva della giornata vi è stato il sim­bolico passaggio di testimone, do­po due anni di mandato, tra il pre­sidente uscente del Tribunale d'appello Raffaello Balerna e la collega Emanuela Epiney-Co­lombo.
Tracciando una fotogra­fia della situazione, entrambi non hanno mancato di rimarcare una nota amara in merito ai problemi di natura logistica che da tempo affliggono il Palazzo di giustizia a Lugano.
Come si ricorderà, il Consiglio di Stato ha recentemente licenziato un messaggio per risanare i bloc­chi dell'edificio di via Pretorio. La richiesta di un credito di 1.850.000 franchi contenuta nel documento distribuito al Gran Consiglio servi­rà alla progettazione della ristrut­turazione edile, impiantistica e energetica dello stabile che, a qua­rant'anni dall'edificazione, si tro­va in una situazione precaria a li­vello generale («Nel caso dei ser­vizi igienici - ha sottolineato Epi­ney- Colombo - addirittura da ter­zo mondo»). Il preventivo di spe­sa è stato calcolato in 40 milioni di franchi.
In tema di carico di lavoro, sem­pre maggiore in tutte le Sezioni del Tribunale (cfr. Cd T del 31 maggio), l'avvocato Epiney-Colombo non ha mancato di rilevare le possibi­li conseguenze di una recente sen­tenza del Tribunale federale: ac­cogliendo un ricorso in materia costituzionale nell'ambito di una causa di piccolo cabotaggio, i giu­dici di Mon Repos hanno infatti sancito che, tranne in casi parti­colari, le decisioni firmate dai se­gretari assessori anziché dai pre­tori vanno considerate nulle. La sentenza, che risale a metà mag­gio, ha suscitato notevole atten­zione tra gli addetti ai lavori per le ripercussioni che rischia di avere sulla prassi in vigore.
L'inaugurazione dell'anno giudi­ziario è stata seguita, secondo tra­dizione, da un folto pubblico com­posto da circa 200 persone tra ma­­gistrati, giuristi e studenti. Alla par­te introduttiva è seguito un semi­nario di studio dedicato al tema del «Contratto di mandato nell'or­dinamento giuridico» con relato­ri ed esperti provenienti da tutto il Paese. e.ga/gi.m




PASSAGGIO DI CONSEGNE
Il consigliere di Stato Luigi Pedrazzini, con il presidente uscente del Tribunale d'appello Raffaello Balerna e la subentrante Emanuela Epiney­Colombo.
(fotogonnella)

 

Da: La regione, 14.06.08, pag 3

Ciascun segretario assessore potrà continuare a redigere e firmare decreti e sentenze della Pretura in cui opera, ma accanto alla sua firma dovrà sem­pre figurare quella del pretore titolare e dovrà esse­re indicato quando il segretario ha operato come re­dattore. Così ha deciso la Divisione della giustizia, attiva al Dipartimento delle istituzioni, dopo che il Tribunale federale ha accolto recentemente un ri­corso che contestava la competenza giurisdizionale di un segretario assessore.
La questione è stata resa pubblica ieri dalla nuo­va presidente del Tribunale d'appello, Emanuela Epiney-Colombo, durante l'inaugurazione dell'An­no giudiziario. La sentenza del Tf verte sull'inter­pretazione della norma della Legge cantonale sul­l'organizzazione giudiziaria, la quale prevede che il segretario assessore sostituisce il pretore, oltre che in caso di impedimento legale o di assenza, anche su richiesta e sotto la responsabilità di quest'ultimo quando lo esiga il funzionamento della Pretura. Nel caso concreto - spiega il Dipartimento delle istituzioni - un cittadino aveva impugnato davanti alla Corte suprema di Losanna una sentenza in ma­teria civile emanata e firmata dal segretario asses­sore di una Pretura, eccependo che a quest'ultimo difettasse la competenza di decidere le cause al po­sto del pretore. Il Tf ha annullato la decisione impu­gnata e ha rinviato la causa alla Pretura per un nuo­vo giudizio. Infatti la legge non riconosce al segreta­rio assessore una competenza giurisdizionale auto­noma e indipendente, parallela a quella del pretore, ma ne subordina l'intervento a una necessità per il funzionamento della Pretura e a una richiesta in tal senso da parte del pretore e sotto la sua responsabi­lità. Inoltre il Tf ha rilevato il fatto che la sentenza in questione era stata firmata dal solo segretario. In queste circostanze il cittadino non è in grado di ve­rificare che il pretore si è assunto la responsabilità del giudizio; diverso sarebbe stato il caso qualora il pretore avesse firmato la sentenza accanto al segre­tario che l'ha elaborata.
« L'assetto organizzativo delle Preture sarà attenta­mente studiato nell'ambito dell'adeguamento della legislazione cantonale al nuovo Codice di diritto pro­cessuale civile svizzero unificato, ora all'esame delle Camere federali », conclude il dipartimento. 

Da: La regione, 14.06.08, pag 3

Giustizia sana ma ancora troppo lenta
Pedrazzini auspica dai politici più risorse, dai magistrati più celerità e dagli avvocati più etica Critica la nuova presidente del Tribunale d'appello, Epiney-Colombo: ‘Problemi oggi come 20 anni fa...'

La Giustizia ticinese gode tutto som­mato di buona salute ma qualche acciac­co non le manca. Nulla di nuovo sotto il sole ma sia il consigliere di Stato Luigi Pedrazzini sia la nuova presidente del Tribunale d'appello Emanuela Epiney­Colombo intervenendo ieri a Lugano all'inaugurazione dell'Anno giudiziario hanno mostrato le ultime radiografie di un paziente « confrontato con problemi da risolvere » e che a breve-medio termi­ne dovrà affrontare importanti novità come l'entrata in vigore - probabilmen­te nel 2011 - dei due nuovi Codici di pro­cedura penale e civile, unificati per tutta la Svizzera, che richiederanno adegua­menti operativi, alcuni già decisi e altri attualmente allo studio.
Partiamo dalle novità in arrivo. L'uni­ficazione manderà in pensione i 26 Codi­ci procedurali cantonali: « Si tratta di un'erosione importante delle competenze cantonali e del federalismo - ha esordito Pedrazzini - ritenuta però necessaria per migliorare l'amministrazione della Giu­stizia sul piano nazionale ». Sul fronte pe­nale, con l'arrivo ad esempio di maggio­ri garanzie per gli indagati e del proces­so in Appello, si rendono necessarie mo­difiche organizzative che saranno rag­gruppate in un apposito messaggio go­vernativo: elaborato da uno speciale gruppo di lavoro formato da magistrati, avvocati e funzionari dell'amministra­zione cantonale, sarà sottoposto a inizio autunno al Gran Consiglio per l'appro­vazione. Innovazioni che imporranno uno sforzo di aggiornamento per giudi­ci, procuratori e agenti di polizia giudi­ziaria.
Innovazioni « che non saranno a costo zero », evidenzia il capo delle Istituzioni: « Inevitabile sarà l'aumento di risorse umane a disposizione dei magistrati, in parte per assicurare l'esistenza delle nuo­ve istanze (vedi Appello), in parte per far fronte al prevedibile aumento di lavoro determinato dalle scelte procedurali ». Non solo: « Appare anche necessario un aumento del numero dei magistrati, che dovrà però essere contenuto: l'esperienza di questi anni mi suggerisce di procedere piuttosto, quando possibile, dando rinfor­zi quantitativi e qualitativi alle retrovie ». Dettagli Pedrazzini per ora non ne forni­sce ma aggiunge che « abbiamo voluto in­cludere anche una riflessione sulla rior­ganizzazione del Ministero pubblico col­legata agli aspetti che toccano l'attività dei giudici di prima e seconda istanza e dell'Ufficio dei Giar che vedrà modificata la sfera delle sue competenze ».
Fra le altre novità, una è il recente ok parlamentare al potenziamento del Tri­bunale amministrativo cantonale che passa da 4 a 5 giudici; l'altra è la propo­sta governativa che chiede di conferma­re la giurisdizione amministrativa del Consiglio di Stato riguardo le decisioni dei propri servizi; vi è poi il progetto di legge sulla procedura in materia di assi­curazioni sociali il cui messaggio risale all'aprile scorso.
I problemi da risolvere I problemi, evidenzia il consigliere di Stato, « sono anzitutto di carico di lavoro. Che genera, malgrado l'impegno e la competenza dei magistrati, un rallenta­mento delle procedure ». Vi è una neces­sità d'intervento « in particolare nell'am­bito civile (nella prima e seconda camera civile del Tribunale d'appello e in alcune preture). Vi è inoltre la situazione già menzionata del Ministero pubblico. In al­tri tribunali si constata da qualche anno un aumento delle cause in entrata o pen­denti, in particolare nella Camera di di­ritto tributario e, seppur mantenendosi su livelli inferiori al passato, nel Tribu­nale cantonale delle assicurazioni ». Si tratta di variazioni talvolta generate da modifiche di legge. A questo riguardo il ministro delle Istituzioni vedrebbe bene « imporre nei nuovi messaggi del governo, accanto all'indicazione sulle conseguen­ze finanziarie, anche quelle sull'impatto giudiziario ».
E non è mancato un richiamo affin­ché non s'intacchi la credibilità delle istituzioni giudiziarie: « La responsabi­lità solidale deve spingere tutti gli attori a sentirsi più corresponsabili dell'autore­volezza e del funzionamento della Giusti­zia ». Il tema, di nuovo, è quello della tempistica: « Ancora recentemente un processo penale (vedi la condanna inflit­ta a Italo Frignani ed Emilio Pedrotta nella vicenda Tobler/BancaStato) si è concluso con una sanzione sulla cui en­tità ha influito il lungo tempo trascorso dai fatti ». Perché si arriva a ciò? « La do­manda interpella in primo luogo il politi­co per le sue responsabilità nella dotazio­ne delle risorse a disposizione della Giu­stizia e per le sue scelte procedurali, che pur ispirate dalle migliori intenzioni pro­ducono talvolta effetti di eccessivo garan­tismo ». Sul tema, aggiunge Pedrazzini, « devono riflettere anche i magistrati, per capire quali modalità di lavoro e di orga­nizzazione e di controllo del lavoro po­trebbero rendere più celere il corso delle procedure ».
E non si chiamino fuori gli avvocati, perché « il ruolo dei patrocinatori è sì quello di far pendere l'ago della bilancia dalla parte del cliente, ma non quello d'impedire alla bilancia di funzionare, sfruttando la debolezza e la naturale fragilità dei meccanismi istituzionali ». In parole semplici: meno ostruzioni­smo e « più senso di responsabilità », per­ché è un dato di fatto che « i rallenta­menti sono talvolta artificialmente pro­vocati per rendere il corso della Giusti­zia meno rapido e pertanto meno effica­ce ». Al riguardo Luigi Pedrazzini ha ri­cordato che la professione dell'avvoca­to « non è priva di una valenza d'interes­se pubblico, che deve avere delle radici etiche prevalenti ». In sala, ad ascoltare,
c'erano molti avvocati.




La giudice Epiney-Colombo ieri a Lugano col collega Balerna e il ministro Pedrazzini

Donne, Mao e Unione europea
‘Mi vergogno a rinviare le sentenze'

Dopo il dettagliato intervento del presidente uscente Raffaello Balerna che ha trac­ciato un bilancio dei suoi due anni di conduzione del Tribunale d'appello, la nuova coordinatrice Emanuela Epiney-Colombo ha dato un'occhiata all'orologio, come a indicare che sarebbe stata breve, e si è rivolta ai presenti (giuristi, avvocati, procura­tori e giudici) con un discorso fatto ‘a braccio' senza l'ausilio di una traccia scritta. Un caso più unico che raro. E lei, dal microfono, non le ha mandate a dire.
Dapprima un accenno all'esigua componente femminile in seno all'ordinamento giudiziario: « Quando vent'anni fa iniziai in Pretura a Lugano, ero l'unica... pretora ». Oggi a palazzo di giustizia « siamo il 13% e mi consolo visto che le dirigenti nell'ammi­nistrazione cantonale sono solo il 7%. Mao Tse-Tung una volta disse che "le donne reg­gono l'altra metà del cielo" ». Del cielo, appunto.
Col passare del tempo « la Magistratura è cambiata ma non sono cambiati i problemi. Le Preture hanno un carico di lavoro eccessivo. E come vent'anni fa in Pretura ci vole­va un anno per ottenere un'udienza, anche oggi in Tribunale ci tocca rispondere "spia­centi, l'anno prossimo" a chi sollecita una sentenza. Personalmente me ne vergogno ». Quanto ai nuovi Codici di procedura unificati su scala nazionale, « noi poveri svizze­ri stiamo ancora ragionando sulle differenze fra 26 cantoni... quando l'Unione europea sta unificando le procedure di 27 diverse nazioni ». Col nuovo Codice, poi, « si potrà ri­correre a tutto spiano contro qualsiasi decisione dei pretori. Qui urge potenziare ». Ma è prevista anche l'introduzione dell'obbligo di conciliazione: « Bisognerà quindi istitui­re appositi tribunali. A mio avviso, si potrà evitare d'investire nelle Preture se sapremo investire nella conciliazione ».
Ai magistrati viene chiesta più efficienza: « Ma oggi come oggi - replica Epiney-Co­lombo - non possiamo fare di più e meglio. Mi auguro che le autorità politiche reagisca­no. Perché noi vorremmo evadere più incarti, questo sì. Ma bisogna che qualcuno ci dia una mano, anche gli avvocati... ». E con ciò la nuova presidente si è allineata all'auspi­cio espresso poco prima da Luigi Pedrazzini. 

Balerna: ‘Problemi risolvibili ma limitati mezzi a disposizione'

Due anni di presidenza e il te­stimone è passato ieri nelle mani della collega Epiney-Colombo. « Problemi ve ne sono, come ovun­que, ma non mi sembrano irrisol­vibili », ha concluso il suo inter­vento il giudice Raffaello Ba­lerna:
« Spetterà in primis al Tri­bunale d'appello risolverli al suo interno, con il dialogo e se neces­sario col confronto, dimostrando la necessaria flessibilità, sempre avendo presente l'obiettivo fonda­mentale di amministrare la giu­stizia in tempi ragionevoli con i limitati mezzi a disposizione ». Un compito delicato, quello del presidente, « che consiste nel tene­re conto e conciliare le differenti nature, talora conflittuali, delle diverse istanze ».
Nel biennio appena concluso vi è stata la scomparsa del Tribu­nale della pianificazione del ter­ritorio, integrato in quello am­ministrativo. Vi è poi stata, con decisione parlamentare, la sop­pressione della tariffa dell'Ordi­ne degli avvocati: « Da gennaio l'onorario viene stabilito sulla scorta di uno specifico accordo fra legale e cliente. E così è tutto più chiaro ». Balerna non ha poi mancato di commentare la deci­sione parlamentare di « ritenere bastevole il solo diploma di ma­ster in giurisprudenza, non prece­duto da una bachelor nello stesso ramo, per poter ottenere la paten­te di avvocato in Ticino » nell'am­bito della libera circolazione de­gli avvocati entrata in vigore nel gennaio 2007. « Rispetto la decisio­ne del parlamento - ha concluso il giudice Balerna - ma la propo­sta governativa, volta a esigere requisiti di studio qualificati per poter accedere alla professione, appariva di gran lunga preferibi­le, sia per la tutela del cliente, sia per il funzionamento dell'appa­rato giudiziario ».




‘Patente avvocati, peccato...'

Segretari assessori, nuova regola
Accanto alla loro firma dovrà esserci quella del pretore


Ciascun segretario assessore potrà continuare a redigere e firmare decreti e sentenze della Pretura in cui opera, ma accanto alla sua firma dovrà sem­pre figurare quella del pretore titolare e dovrà esse­re indicato quando il segretario ha operato come re­dattore. Così ha deciso la Divisione della giustizia, attiva al Dipartimento delle istituzioni, dopo che il Tribunale federale ha accolto recentemente un ri­corso che contestava la competenza giurisdizionale di un segretario assessore.
La questione è stata resa pubblica ieri dalla nuo­va presidente del Tribunale d'appello, Emanuela Epiney-Colombo, durante l'inaugurazione dell'An­no giudiziario. La sentenza del Tf verte sull'inter­pretazione della norma della Legge cantonale sul­l'organizzazione giudiziaria, la quale prevede che il segretario assessore sostituisce il pretore, oltre che in caso di impedimento legale o di assenza, anche su richiesta e sotto la responsabilità di quest'ultimo quando lo esiga il funzionamento della Pretura. Nel caso concreto - spiega il Dipartimento delle istituzioni - un cittadino aveva impugnato davanti alla Corte suprema di Losanna una sentenza in ma­teria civile emanata e firmata dal segretario asses­sore di una Pretura, eccependo che a quest'ultimo difettasse la competenza di decidere le cause al po­sto del pretore. Il Tf ha annullato la decisione impu­gnata e ha rinviato la causa alla Pretura per un nuo­vo giudizio. Infatti la legge non riconosce al segreta­rio assessore una competenza giurisdizionale auto­noma e indipendente, parallela a quella del pretore, ma ne subordina l'intervento a una necessità per il funzionamento della Pretura e a una richiesta in tal senso da parte del pretore e sotto la sua responsabi­lità. Inoltre il Tf ha rilevato il fatto che la sentenza in questione era stata firmata dal solo segretario. In queste circostanze il cittadino non è in grado di ve­rificare che il pretore si è assunto la responsabilità del giudizio; diverso sarebbe stato il caso qualora il pretore avesse firmato la sentenza accanto al segre­tario che l'ha elaborata.
« L'assetto organizzativo delle Preture sarà attenta­mente studiato nell'ambito dell'adeguamento della legislazione cantonale al nuovo Codice di diritto pro­cessuale civile svizzero unificato, ora all'esame delle Camere federali », conclude il dipartimento.

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