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Da "Il secolo XIX" del 09 febbraio 2005

 

Genova, l'aggressione nel tribunale dei minori. Polemiche per la mancanza di adeguate misure di sicurezza

 

Genova «I due soli carabinieri in servizio a palazzo erano a seguire un'udienza. Mia moglie è stata colpita nel suo ufficio, aggredita senza che nessuno potesse evitarlo. E le minacce, per chi fa il nostro lavoro, sono all'ordine del giorno». Parla da marito e da magistrato, Luigi Cavadini Lenuzza, sostituto procuratore generale di Genova, nella corsia dell'ospedale dove è appena arrivata, sanguinante, sua moglie, Marina Besio, presidente facente funzioni del tribunale per i minorenni, picchiata selvaggiamente da un padre disperato.
È successo ieri mattina alle 10,30, nel palazzo del tribunale di viale IV Novembre, nel centro del capoluogo ligure. L'aggressore, Giovanni Battista A., 36 anni, residente a Milano, è stato arrestato dagli agenti di una volante della polizia con le accuse di lesioni e violenza a pubblico ufficiale. E rinchiuso nel carcere di Marassi. Oggi, un giudice per le indagini preliminari della procura di Torino, titolare dei procedimenti relativi a reati commessi o subiti dai magistrati genovesi, deciderà sulla convalida dell'arresto.
L'uomo, che ha precedenti di polizia risalenti al 2001 per fatti avvenuti nella provincia di Sassari, ha già subito per tre volte la revoca della patria potestà. Ed è per il quarto figlio, una bimba nata da pochi mesi, che ieri mattina si è presentato all'ufficio del giudice Besio, con una donna, probabilmente la moglie, poi scappata. Voleva sapere perché gli era stata tolta sua figlia. Non ha sentito ragioni. Si è prima innervosito e poi, invitato a tranquillizzarsi, ha reagito colpendo il magistrato al volto con una testata e con due pugni. La donna sanguinante è caduta a terra, urlando, chiedendo aiuto. In pochi attimi, mentre la compagna dell'uomo scappava, una volante della polizia interveniva bloccando l'aggressore. Il giudice Marina Besio, accompagnata al pronto soccorso dell'ospedale Galliera da un'ambulanza inviata sul posto dal 118, è stata dimessa con 12 giorni di prognosi: «Le hanno messo dei punti sul labbro e stanno verificando un problema a un dente che rischia di cadere - spiega il marito, con gli occhi lucidi - Per il resto, nonostante il colpo al naso sta meglio».
Dure le prese di posizione dei magistrati e dei lavoratori degli uffici giudiziari genovesi seguite all'accaduto. Le organizzazioni di categoria denunciano «la mancanza di sicurezza presso il tribunale per i minorenni di Genova» e chiedono al ministero maggiore protezione. Sull'episodio la giunta distrettuale dell'Associazione nazionale magistrati, che «esprime la sua solidarietà alla collega», spiega: «Il rischio di manifestazioni di violenza incontrollata da parte di persone che non sono in grado di tollerare decisioni giudiziarie che li riguardino, sussiste per tutti i magistrati e per il personale amministrativo, e ripetutamente è stata segnalata la scarsa o del tutto inesistente tutela della nostra sicurezza nel luogo in cui operiamo. Questa carenza è ancora più grave nel caso del tribunale per i minorenni, luogo ove vengono adottate gravi decisioni nei confronti di chi è spesso portatore di un profondo disagio».
I magistrati puntano il dito anche contro il ministero di Grazia e giustizia: «Oltre a proporre l'abolizione dei tribunali per i minorenni e lasciar passare dei mesi per decidersi ad avallare la nomina del candidato designato dal Consiglio superiore della magistratura a presiedere quello genovese (il giudice Adriano Sansa - ndr), il ministro dovrebbe preoccuparsi di garantire l'incolumità fisica dei giudici». Patrizia Bellotto, della Cgil funzione pubblica chiede misure urgenti: «Non è accettabile che il tribunale per i minorenni sia privo di misure di sicurezza».

Graziano Cetara

 

Da: La regione, 28.05.08, pag 4

‘Più dialogo fra parlamento e magistratura'
Così il presidente del Gran Consiglio. Ieri la dichiarazione di fedeltà alle leggi dei neoeletti giudici


Hanno dichiarato fedeltà alla Costituzione e alle leggi ieri a Bellinzona, a Palazzo delle Orsoline, i giudici del Tri­bunale d'appello eletti di recente dal Gran Consiglio. Lo hanno fatto davanti al presidente del parlamento Nor­man Gobbi, al ministro di giustizia e polizia Luigi Pe­drazzini
e al capo del governo Marco Borradori. I giudi­ci designati il 6 maggio per il periodo di nomina 1° giugno 2008/31 maggio 2018 sono Raffaello Balerna, Stefano Bernasconi, Giovanna Roggero- Will, Enrico Giani, Agnese Balestra- Bianchi, Raffaele Guffi, Mauro Mini, Lorenzo Anastasi, Emanuela Epiney- Colombo, Marco Villa, Werner Walser, Mauro Ermani, Claudio Zali, Matteo Cassina, Daniele Cattaneo, Francesco Pelle­grini, Giorgio Bernasconi, Franco Lardelli, Andrea Pedroli, Ivano Ranzanici, Paolo Ermotti e Damiano Bozzini.
Il Gran Consiglio ha riconfermato quasi tutti i magistra­ti uscenti. Quasi tutti, perché Spartaco Chiesa non ha sol­lecitato un nuovo mandato: ha infatti optato per la pensio­ne. Ieri alla cerimonia mancavano i due nuovi giudici, ov­vero Marco Villa, oggi procuratore generale aggiunto e Da­miano Bozzini, ora giurista al Dipartimento sanità e socia­lità.
I due entreranno in carica il prossimo 1° agosto: per loro la dichiarazione di fedeltà alle leggi è stata rinviata. Secondo Gobbi il fatto che il potere giudiziario dichiari fedeltà alla Costituzione di fronte al presidente del Gran Consiglio, ove siedono i rappresentanti del popolo, simbo­leggia la fiducia che i cittadini hanno nei magistrati. Una fiducia, rileva il primo cittadino, dimostrata anche dal fat­to che la durata della carica dei magistrati è stata portata a dieci anni, « in modo anche da potere salvaguardare l'indi­pendenza della magistratura, poiché non è obbligata a con­frontarsi con un'elezione ogni quattro anni come lo sono i rappresentanti dei poteri legislativo ed esecutivo ». Gobbi sottolinea pure « l'importanza dello scambio di opinioni fra il legislatore, dunque colui che fa le leggi, e chi poi deve met­terle in pratica in ambito giudiziario. Spesso - osserva - si elabora e si vara una legge seguendo una certa idea ma in seguito, sul piano pratico, non si raggiungono gli obiettivi che ci si è posti. In questo senso un certo dialogo fra il potere legislativo e quello giudiziario sarebbe auspicabile ». Anche e soprattutto in vista dell'entrata in vigore, nel 2010, del nuovo codice di procedura penale unificato a livello svizze­ro. Una sfida non da poco.




TI- PRESS
La cerimonia ieri nell'aula del parlamento

 

Da: Mattino della domenica, 18.05.08, pag 22 (articolo Giornale)

Anche i padri divorziati hanno dei diritti!

Chi scrive è un marito cornuto, uno dei tanti...

Ma soprattutto un papà che ama immensamente il suo bimbo di 4 anni. Ho sposato una straniera e non è tanto il fatto di essere "cornuto" che mi fa girare le cosiddette...d'altro canto certe donne é meglio perderle per strada che invecchiarci assieme. No, la cosa che mi fa incazzare e mi deprime allo stesso tempo è che se fosse per la legge vedrei mio figlio ogni 14 giorni, anzi l'avvocato - grand'uomo - della mia ex dolce metà ha detto che se fosse per lui noi padri non dovremmo vederli neanche ogni 14 giorni. Per lui è già troppo!

Ma la notte dormi sogni tranquilli, avvocato? Non ti vergogni? Non provi sensi di colpa? No? Forse ti sei già assuefatto vero?

Ma lo sai che mio figlio adora il suo Papi e ci soffre!? Ma tu ne hai di figli? No! Peccato, magari impareresti ad amare un po' di più il prossimo

Sì, ne hai? Allora forse un giorno ti accadrà la stessa cosa, o forse no...perché essendo tu un avvocato senz'altro sarà tua moglie ad avere la peggio.

A meno che...non sia un avvocato pure lei e ha più palle di te.

Comunque ascolta il consiglio di un padre che ama suo figlio e quello di tutti gli altri padri divorziati che amano i loro bambini: vergognati, ricorda che ciò che semini raccogli. Sarebbe una cosa giusta che un padre veda i figli quando ne ha desiderio; invece grazie a gente come te e certi  e dico solo certi giudici questo una cosa impossibile.

Sarebbe ora di dare un taglio a questa storia delle donne "superprotette" e cominciare a capire che anche noi ex mariti-padri abbiamo dei diritti. Capitela, voi uomini cosidetti di giustizia, una volta per tutte che anche noi abbiamo dei sentimenti e non siamo animali!

Quando a fine mese con i soldi risparmiati magari per un anno ci comperiamo una TV nuova o un PC non possiamo neanche parlarne tanto in giro, per la paura che se viene a saperlo l'avvocato della ex moglie poi ti alza la richiesta di alimenti.

Se puoi permetterti il "Plasma" nuovo o il PC allora puoi anche pagare più alimenti, no?

Intanto però magari le ex mogli se ne vanno in vacanza due o tre volte all'anno e noi poveri coglioni, al lago per una settimana.

Vergogna schiavisti, per fortuna questo è un paese libero, ma solo per gli stranieri.

Ma ricordatevi, avvocatucci, la ruota gira e tutti i nodi vengono al pettine, anche i vostri.

Un ex marito cornuto (contento di essersi liberato di una moglie del genere), deluso dal sistema giudiziario.

Lettera firmata

Da: Mattino della domenica, 11.05.08, pag 7

 

Nei giorni scorsi a Ginevra i cittadini hanno scelto, tramite votazione popolare, il nuovo Procuratore generale. In Ticino, l'elezione popolare dei magistrati era realtà (per quanto limitata ai giudici del Tribunale d'appello), fino alla nuova Costituzione cantonale (metà degli anni Novanta). Con la nuova Costituzione, si è introdotto il principio della nomina da parte del Gran Consiglio. Tuttavia la nomina parlamentare di giudici e procuratori pubblici è ben lungi dall'essere soddisfacente. In effetti avviene a scapito della capacità dei candidati: risulta eletta non la persona più qualificata, ma quella meglio inciuciata nella partitocrazia.

Le nomine vengono decise in base a giochetti partitici che nulla hanno a che vedere con la competenza professionale dei candidati, poiché sono tutt'ora in carica magistrati ritenuti dall'apposita commissione professionalmente non idonei, ma eletti lo stesso per volontà di partito. E, una volta insediato, il magistrato "inadeguato" non deve poi temere la trombatura: a parte il fatto che il periodo di nomina è decennale, se una forza politica si mette in testa di silurare un giudice o magistrato eletto da un'altra, dovrà poi mettere in conto la vendetta, sottoforma di tiro al piccione sui propri candidati in occasione di qualsiasi altra nomina parlamentare. Un'eventualità cui nessuno vuole andare incontro.

"Ipotesi fattibile"

A risentirne alla fine è la qualità della giustizia. Allora, se tanto ci dà tanto, non vale la pena ipotizzare un ritorno all'antico, ossia all'elezione popolare dei magistrati, viste le discutibili prestazioni offerte dall'elezione parlamentare?

Secondo Silvia Torricelli, già giudice del Tribunale d'appello e Magistrato dei Minorenni, l'ipotesi non è fuori luogo: "l'elezione parlamentare - osserva Torricelli - si giustifica con il presupposto che i partiti rappresentano le varie sensibilità del paese. Un presupposto che però risulta sempre più traballante. L'ampio uso che il cittadino fa della scheda senza intestazione dimostra che i partiti sono sempre meno rappresentativi del paese reale. Quindi l'elezione popolare per alcuni magistrati può tornare ad essere presa in considerazione, magari con alcuni correttivi".

"Un'autorete"

Diversamente la pensa Alex Pedrazzini, ex Consigliere di Stato ed uno dei principali autori della Costituzione cantonale. "Il ritorno all'elezione popolare costituirebbe un'autorete. Infatti, costringerebbe i magistrati a farsi campagna elettorale. Ora, per la durata di tutto il mandato, i magistrati devono dimostrare indipendenza politica. Con l'elezione popolare si troverebbero però ad andare a chiedere a destra e a manca supporti partitici durante la campagna elettorale. E' vero che questo accade anche ora, con la nomina parlamentare, ma in forma meno smaccata. Il consenso popolare non si basa sulla bravura del magistrato ma sul "pistonage" dei partiti e sulla capacità del diretto interessato di crearsi simpatie, ma in cambio di cosa? Qualsiasi promessa o mezza promessa fatta o aiuto ricevuto dall'uno o dall'altro "potente" o "gruppo d'interesse" diventa poi impossibile da dimenticare durante lo svolgimento del mandato".

Il problema - aggiungiamo noi - è che oggi sull' "indipendenza dalla politica durante lo svolgimento del mandato" da parte di certi magistrati, è meglio stendere un velo pietoso...

Lorenzo Quadri

Da: Mattino della domenica, 11.05.08, pag 10

Giudicatura di pace a ritmo di lumaca

Due anni per una sentenza

Nel frattempo la debitrice ha avuto tutto il tempo per rendersi uccel di bosco

Lo scopo delle giudicature di pace dovrebbe essere quello di giungere - o almeno: di cercare di giungere - ad una composizione bonale delle divergenze, evitando di andare per lunghe per vie giudiziarie. Il condizionale, "dovrebbe",  è d'obbligo. Specialmente nel caso della signora LF che ha avuto una vertenza con un'agenzia di viaggio. La decisione del giudice di pace, alla faccia della celerità, è arrivata addirittura dopo due anni. Nel frattempo la debitrice ha avuto tutto il tempo di trasferirsi in Italia... quindi addio ai soldi.

Tutto ha inizio nel dicembre 2004, quando Lucie F prenota un viaggio per Rio tramite l'agenzia di viaggio Giramondo, ma qualcosa va storto: la donna all'ultimo momento deve prendere un altro volo subendo un danno economico di 370 Fr. La titolare dell'agenzia di viaggi non vuole però rifonderla. Si giunge davanti al giudice di pace di Lugano. L'udienza è fissata per il 18 maggio 2005. Non si giunge ad un accordo. Le parti vengono quindi congedate. Poi? Poi... il silenzio. Un lunghissimo silenzio.

Nel frattempo la titolare dell'agenzia di viaggi cambia nome alla ditta (sotterfugio notorio) e poi si trasferisce in Italia. Lucie F non è però stata inattiva. Dal 18 maggio 2005 ha mandato alla giudicatura di pace di Lugano non meno di 6 richiami scritti: chiedendo finalmente l'emissione della sentenza. Senza contare le telefonate. Ma la sentenza arriva solo l'11 giugno 07. Quindi dopo un'attesa di due anni. La sentenza dà ragione a Lucie F: la titolare dell'agenzia le deve pagare 370 Fr. Ma intanto quest'ultima non è più in Svizzera: nell'aprile 07 si è trasferita in Italia. E non ha nemmeno ritirato la raccomandata con l'ingiunzione di pagamento a suo carico.

Lucie F naturalmente protesta con il giudice di pace: se quest'ultimo avesse deciso in tempi ragionevoli, non dopo due anni, lei avrebbe avuto i suoi soldi. Il giudice di pace in tutta tranquillità risponde: "Ma non c'è problema, possiamo andare a prenderla (la debitrice) anche in Italia". Eh già. Infatti poco tempo dopo, rispondendo per iscritto all'ennesima sollecitazione di Lucie F, il giudice di pace è costretto mettere nero su bianco che, per ottenere i soldi, occorrerebbe procedere in via di rogatoria internazionale e quindi consiglia alla signora, di cui ha di recente riconosciuto la legittimità delle pretese, a lasciar perdere.

Un fulgido esempio di "buon" funzionamento della giustizia. Il problema evidentemente è la sentenza della giudicatura di pace che ci mette due anni ad arrivare, ciò che ha dato ampiamente modo alla debitrice di cumulare altri debiti e poi di mettersi fuori dalla portata dei creditori. Oltre a questo, Lucie F denuncia l'atteggiamento arrogante del giudice di pace nei suoi confronti.

Una cosa è certa: due anni d'attesa per una sentenza di giudicatura di pace sono un'assurdità. Se poi nel frattempo il creditore ha tutto il tempo di rendersi uccel di bosco, c'è da chiedersi se queste giudicature servano al cittadino a far valere i propri diritti... o se invece servano a farglieli perdere. Facendo il gioco del "pufatt" di turno. Ma non c'è nessuno che controlla?

Nel frattempo Lucie F ha ricevuto una multa di circolazione. "Non intendo pagarla - dichiara la donna - non vedo perché dovrei essere l'unica che paga".

MDD

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